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    Addio, mondo mite

    “Viviamo”, recita The Spectator di questa settimana, “nell’era più felice, prospera e pacifica della storia umana”. Viviamo alle spalle del capitale politico accumulato dalle precedenti generazioni e questo capitale è quasi finito. I nostri guadagni economici sono controbilanciati da perdite sociali più ingenti. Il cambiamento climatico incombe minaccioso. Monbiot spiega perchè, se anche vivessimo nell'era più prospera della vita umana, non durerà a lungo.
    5 settembre 2004 - George Monbiot

    , “Viviamo”, recita l’articolo di copertina dello Spectator di questa settimana, “nell’era più felice, prospera e pacifica della storia umana”. (1) E chi nel mondo ricco oserebbe negarlo? Forse gli aristocratici, i cardinali, il principe Carlo, il Fronte Nazionale: in altre parole, quelli che nel tempo, sono stati usurpati dal predominio sociale. Ma noi? Si faccia avanti l’uomo o la donna che cambierebbe la medicina moderna per la sanguisuga, la rete fognaria per il fossetto di scolo, la lavatrice per il mangano, l’Unione Europea per le guerre europee, una democrazia non perfetta per la monarchia assoluta. Non molti lo farebbero.

    Ma la festa è finita. In 2000 parole, lo Spectator ci fornisce una gran quantità di prove per sostenere la sua prima tesi: “Il presente è ottimo”. Non ce ne fornisce nessuna per la seconda: “ Il futuro sarà ancora meglio”. Le nostre sono le generazioni più fortunate che abbiano mai vissuto. Sono anche le più fortunate che mai vivranno.

    Lasciate che vi presenti tre serie di prove.

    La prima è che viviamo alle spalle del capitale politico accumulato dalle precedenti generazioni, e che questo capitale è quasi finito. La redistribuzione massiccia che ha innalzato il livello di vita delle classi lavoratrici dopo il New Deal e la seconda guerra mondiale è conclusa. La diseguaglianza sta crescendo quasi ovunque, e il risultato è un globale appropriamento delle risorse da parte dei ricchi. La totalità delle terre emerse di Gran Bretagna, Europa e Stati Uniti è stata riprogettata per agevolare l’alta borghesia. Stanno comprando la seconda e la terza casa quando altri non ne hanno nessuna. Si stanno sostituendo campi da gioco con centri benessere, i fondi per il trasporto pubblico con sovvenzioni per strade e aereoporti. La diseguaglianza di risultati, in altre parole, porta inesorabilmente alla diseguaglianza di opportunità.

    La seconda serie di prove è che i nostri guadagni economici sono controbilanciati dalle perdite sociali. Un recente studio della New Economics Foundation rivela che i costi del crimine sono aumentati di 13 volte negli ultimi 50 anni, e i costi per le famiglie in difficoltà sono quadruplicati. (2) Il denaro che spendiamo per questi dissesti è incluso nel metro ufficiale di misurazione della felicità umana: il prodotto interno lordo. Si eliminano questi costi e si ottiene, così dice lo studio, che la nostra qualità della vita ha avuto il suo apice nel 1976.

    Ma nessuno di questi problemi si può paragonare al terzo: la minaccia del cambiamento climatico. Così come tutte quelle generazioni che hanno atteso una catastrofe, sembriamo incapaci di capire cosa dobbiamo affrontare.

    Attualmente tre serie di conclusioni totalmente inaspettate sostengono che il problema potrebbe essere più serio di quanto chiunque avesse immaginato. Un studio del premio Nobel Paul Crutzen rivela che l’effetto filtrante prodotto da particelle di fuliggine e fumo nell’atmosfera è più forte di quanto i climatologi immaginano: un tipo di sporcizia creata dall’uomo, in altre parole, ci stava proteggendo da un’altra sporcizia. (3) Sebbene le vecchie ciminiere siano state o chiuse o sostituite da tecnologie più "pulite", il cambiamento climatico, paradossalmente, si intensificherà.

    Allo stesso tempo, la crescita dei livelli di biossido di carbonio sembra distruggere il mondo delle torbiere. Una ricerca di Chris Freeman, dell’università di Bangor, dimostra che il gas stimola dei batteri che sciolgono la torba.(4) Le torbiere sono, più o meno, carbonio solido. Quando entrano in soluzione, il carbonio si trasforma in biossido di carbonio, che, a sua volta, scioglie più torba. Le torbiere dell’Europa, della Siberia e dell’America del Nord, riporta il New Scientist, contengono l’equivalente di 70 anni di emissioni di carbonio dell’industria globale.

    Ancora peggiori sono i possibili effetti di cambiamenti nello strato di nuvole. Fino a tempi recenti, i climatologi asserivano che, poiché l’innalzamento delle temperature aumenta il tasso di evaporazione, si sarebbero formate più nuvole. Queste, bloccando parte del calore del sole, avrebbero ridotto il tasso di riscaldamento globale. Attualmente, sembra invece che l’innalzamento della temperatura possa, al contrario, bruciare le nuvole. Una ricerca di Bruce Wielicki, della NASA, sostiene che alcune zone dei tropici abbiano già meno nuvole che negli anni ’80.(6)

    Il risultato di tutto ciò è che l’innalzamento massimo della temperatura suggerito dall’Intergovernmental Panel on Climate Change nel 2001 potrebbe essere gravemente sottostimato. In questo secolo potremmo assistere ad un aumento massimo di calore di 10 o 12 gradi invece che di 5,8 gradi.(8) Addio, mondo mite.

    Come ogni disastro incombente (si pensi all’ascesa di Hitler o alla caduta di Roma), ciò ha dato vita a una prolissa industria di smentite. Pochi adesso sono tanto sciocchi da dichiarare che il cambiamento climatico causato dall’uomo non stia avvenendo, ma questi pochi non perdono occasione per rendersi ridicoli in pubblico. Il mese scorso si è aggiunto a loro l’ex ambientalista David Bellamy.

    Scrivendo sul Daily Mail, Bellamy sostiene che “il legame tra la fusione del combustibile fossile e il riscaldamento globale è un mito.” (9) Come quasi tutti quelli che negano il cambiamento climatico, basa la sua affermazione su una petizione dell’Oregon Institute of Science and Medicine del 1998 “firmata da oltre 18000 scienziati”. Se Bellamy avesse studiato i nomi dei firmatari, avrebbe scoperto che “gli scienziati” comprendono Ginger Spice e i protagonisti di MASH.(10) L’Oregon Institute è diretto da un fondamentalista cristiano di nome Arthur Robinson. La sua petizione era allegata a una relazione che voleva essere fatta passare per scientifica, stampata con gli stessi caratteri e la stessa impaginazione degli atti della National Academy of Sciences. In effetti, la relazione non è stata recensita da altri scienziati nè pubblicata su nessuna rivista scientifica.(11) Chiunque poteva firmare la petizione, e così è stato: solo una manciata di firmatari sono esperti in climatologia, (12) e sembra che, tra loro, non pochi abbiano creduto di firmare una vera e propria relazione scientifica. (13) Eppure, sei anni dopo, questa petizione è stata di nuovo tirata fuori per sostenere che i climatologi dicono che il riscaldamento globale non stia avvenendo.

    La maggior parte di coloro i quali insistono per "rimanere fermi" ha però smesso di negare la scienza, e ora cerca invece di dire che il cambiamento climatico sta, sì, avvenendo, ma che non è un grosso problema. Il loro campione è lo statistico danese Bjorn Lomborg. Scrivendo a maggio sul Time , Lomborg ha dichiarato di aver calcolato che il riscaldamento globale causerà 5 milioni di miliardi di dollari di danni, e per attenuarli ne servirebbero 4. (14) I soldi, sostiene, potrebbero essere spesi meglio altrove.

    L’idea che si possa attribuire ai costi sostenuti per il riscaldamento globale un’unica cifra importante è risibile. Il cambiamento climatico non è un processo lineare, i cui probabili impatti possono essere sommati come le spese per una gita al mare tutto compreso. Anche quei risultati che possiamo prevedere sono impossibili da quantificare in termini di costo. Adesso, per esempio, sappiamo che esiste la possibilità che i ghiacciai himalaiani, che alimentano il Gange, il Bramaputra, il Mekong, il Yangtze e gli altri grandi fiumi asiatici, possano scomparire nel giro di 40 anni. (15) Se questi fiumi si prosciugassero durante la stagione dell’irrigazione, allora la produzione di riso, che attualmente sfama più di un terzo dell’umanità, collasserebbe, e il mondo andrebbe incontro a una carestia globale. Se Lomborg crede di poter dare a ciò un prezzo, ha passato evidentemente troppo tempo con la calcolatrice e non abbastanza con gli esseri umani. Ma la gente ascolta queste assurdità perché l’alternativa sarebbe di accettare quello a cui nessuno vuole credere.

    Viviamo nell’era più felice, prospera e pacifica della storia umana. E non durerà a lungo.

    Note:

    Tradotto da Antonella Acquisti per Nuovi Mondi Media
    For Fair Use Only

    1. Michael Hanlon, 7 agosto 2004. There’s no time like the present. The Spectator.
    2. Tim Jackson, 16 marzo 2004. Chasing Progress: Beyond measuring economic growth. The New Economics Foundation, London.
    3. Non firmato, 7 giugno 2003. Heat will soar as haze fades. New Scientist, vol 178 issue 2398.
    4. Fred Pearce, 10 luglio 2004. Peat bogs harbour carbon time bomb. New Scientist vol 183 issue 2455.
    5. ibid.
    6. Fred Pearce, 24 luglio 2004. Harbingers of doom? New Scientist vol 183 issue 2457.
    7. The Intergovernmental Panel on Climate Change, 2001. Climate Change 2001: Synthesis Report. Summary for Policymakers. IPCC, Geneva.
    8. Fred Pearce, 24 luglio 2004, ibid.
    9. David Bellamy, 9 luglio 2004. Global warming? What a load of poppycock! Daily Mail.
    10. PR Watch, viewed 6 agosto2004. Oregon Institute of Science and Medicine. http://www.prwatch.org/improp/oism.html
    11. William K. Stevens 22 aprile 1998. Science Academy Disputes Attack on Global Warming. The New York Times.
    12. ibid.
    13. George Musser, ottobre 2001. Climate of Uncertainty. The unknowns in global warming research don’t have to be showstoppers. Scientific American.
    14. Bjorn Lomborg, 11maggio 2004. Time for the climate doomsters to face reality. The Times.
    15. Vedere, per esempio, Non Firmato, 8 maggio 2004. Glacier meltdown. New Scientist vol 182 issue 2446; Anil V. Kulkarni, B. P. Rathore and Suja Alex, 10th January 2004. Monitoring of glacial mass balance in the Baspa basin using accumulation area ratio method. Current Science, Vol. 86, No. 1.

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