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    Uno studio internazionale afferma che il clima della regione artica si sta riscaldando rapidamente, due volte più rapidamente del pianeta nel suo insieme

    Brutte (e calde) notizie dall'Artico

    13 settembre 2004 - Marina Forti
    Fonte: www.ilmanifesto.it
    12.09.04

    Inmmagini Google L'Artico si scalda, e non è una buona notizia. Uno studio internazionale senza precedenti afferma che il clima della regione artica si sta riscaldando rapidamente, due volte più rapidamente del pianeta nel suo insieme, descrive come l'aumento della temperatura sull'oceano Artico e sulle terre che vi si affacciano significa cambiamenti radicali per la regione e per le popolazioni viventi che vi abitano, umane e non. L'«Arctic Climate Impact Assessment» (Acia) è stato commissionato dall'Arctic Council, l'organizzazione intergovernativa delle otto nazioni affacciate sull'oceano (una volta) ghiacciato che copre il polo nord: Canada, Danimarca, Finlandia, Svezia, Islanda, Norvegia, Russia, Stati uniti - più la nazione dei nativi Inuit. Dunque il Consiglio Artico ha commissionato lo studio e 600 scienziati di tutto il mondo vi hanno lavorato per quattro anni. Ora lo studio è concluso, e nei giorni scorsi ne è circolata una sintesi, ripresa da varie agenzie. Il rapporto prevede che la temperatura media nell'Artico aumenti tra 4 e 7 gradi da qui al 2100, circa il doppio dell'aumento globale previsto negli studi del Ipcc (il comitato intergovernativo sul clima, corpo di scienziati istituito dalle Nazioni unite per studiare il cambiamento del clima). La temperatura al polo aumenta più in fretta per via dei modelli globali di circolazione dell'aria, e poi perché lo scioglimento dei ghiacci (che riflettono i raggi del sole) lascia esposta superfice marina e terre (scure) che invece intrappolano più calore. Non che questa sia una sorpresa: quello che allarma, in quel rapporto, è la portata dei cambiamenti previsti. Gli scienziati, che dicono di essersi attenuti alle previsioni medie (non le più estreme) per evitare controversie, disegnano uno scenario drammatico. I ghiacci si assottigliano e intere zone dell'oceano Artico saranno scoperte d'estate. Si sciolgono zone sempre più ampie di permafrost, lo strato di terra ghiacciata in modo perenne che copriva le terre polari: così collassano strade, oleodotti, edifici (come se venissero meno le fondamenta su cui erano costruiti). Con il ritirarsi dei ghiacci la fauna polare è in pericolo: mammiferi marini come l'orso polare, il tricheco e diverse specie di foche potrebbero andare estinti entro metà del secolo perché il loro habitat sarà stravolto. Il rapporto parla di tempeste marine più frequenti che erodono coste non più protette dall'essere ghiacciate.
    Molti di questi cambiamenti sono già cominciati e sono ben visibili, e questo rende ancor più allarmante il rapporto del Consiglio Artico. In Alaska ad esempio questa è stata l'estate più tiepida e secca che si ricordi, con temperature di 10 gradi superiori al normale e milioni di ettari di foresta bruciati nei peggiori incendi mai visti. C'è anche un'invasione di un vermetto che attacca i germogli dell'abete rosso, emigrato dalle foreste più meridionali: una volta lassù era troppo freddo per il parassita. Ora il rapporto dice che non sono eventi inusuali ma tendenze. Il punto è che questo rapporto chiama in causa il cambiamento del clima, ovvero le emissioni di gas «di serra» che fanno scaldare il pianeta. Insomma, chiama in causa la politica del clima, ed è per questo che sarà diffuso solo il 9 di novembre, a una conferenza del Consiglio Artico a Reykjavik (Islanda): ovvero dopo le elezioni americane, per non mettere in imbarazzo il presidente che ha fatto uscire gli Stati uniti dal Protocollo di Kyoto e continua a rifiutare di mettere un limite alle sue emissioni di gas di serra.

    Le popolazioni umane che abitano le regioni artiche ne subiscono per prime le conseguenze: gli Inuit, che vedono crollare i villaggi costieri battuti dal mare e insieme vedono andare in pezzi l'intero loro modo di vita. «Questo rapporto prevede la fine degli Inuit come cultura basata sulla caccia», commenta Sheila Watt-Cloutier, presidente del gruppo che rappresenta i circa 155mila Inuit nella regione artica. «L'intero nostro sapere tradizionale su come sopravvivere e vivere sulla terra sta diventando inutile, perché tutto sta cambiando, e in fretta».

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