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    Saggi, proposte e racconti per una viticultura ecocompatibile. «Terra e libertà/Critical wine», un manuale a più voci per difendersi dalla crescente industrializzazione della produzione vinicola

    "Terra e libertà/Critical wine"

    DeriveApprodi pp. 240, Eurro 13.50
    25 settembre 2004 - Claudio Jampaglia
    Fonte: www.ilmanifesto.it
    22.09.04

    . Tutto inizia da un bicchiere di vino che un giorno si decide di bere in modo diverso, critical wine: un movimento, una tendenza, un nome collettivo che vuol sconvolgere le regole del rapporto tra chi produce, distribuisce, vende e beve vino. «Sensibilità planetarie, agricoltura contadina e rivoluzione dei consumi» è il sottotitolo di Terra e libertà/Critical wine uscito per DeriveApprodi (pp. 240, ? 13,50, prezzo sorgente ? 7) e già alla seconda ristampa in qualche mese. Un manifesto politico e culturale, racconto e invocazione della terra e del suo lavoro, un libro di sociologia e economia, di poesia, una guida su come orientarsi tra la «degradazione della specie» Ogm e come organizzare la rottura del circuito primario del profitto. Il volume impasta scritture e metodologie, intreccia generazioni e storie di un nuovo scenario. «Riruralizzare il mondo», scrive la studiosa Mariarosa Della Costa, «Uscire dalla propria storia» propone Ottavio Rube agricoltore di «Valli Unite». Al centro della progetto il sistema di relazioni che a partire dalla terra conduce alla terra e viceversa, la rete dei saperi necessaria alla riproduzione e esaltazione dei sapori. Nuovi «custodi nomadi» della terra, agricoltori per scelta, ricercatori di un sapore della vita non mistificato, rivolti all'esperienza fisica e mentale di uno scambio uomo-natura. In breve, un'idea di trasformazione del mondo, partendo dal suo vitigno. Attraverso la scelta e il rispetto della «t/Terra», la distruzione di qualsiasi pensiero geneticamente modificato, la giusta remunerazione del lavoro, la rottura del potere della filiera del denaro (grande distribuzione, industria agroalimentare). Non un ritorno alle origini ma il loro spostamento in avanti, un ritorno piuttosto al futuro, al rifiuto di produrre e consumare l'infelicità del mondo.

    Sarà un calice di rosso a battere Ogm e liberismo costruendo in maniera cooperativa forme e strumenti di comunanza, per il riconoscimento della cosa comune, dall'aria all'acqua al cibo fino alla produzione informatizzata e alle reti. A partire da dodici atti di «sensibilità planetaria/ribelle» per concepire l'insensatezza della realtà rispetto ai saperi/sapori della vita.
    La deprivazione sensoriale diventa dunque paradigma della perdita di senso dell'agire. Si smarrisce il senso perché si perdono i sensi. Il sapere della vita viene surrogato dal sapere sulla vita, e da soggetto d'esperienza il sapere rimane solo oggetto di controllo. Occuparsi di terra, sapori, di quello che mangiamo e di come è prodotto, di nuove e antiche sensibilità planetarie, significa recuperare la coscienza e la spinta all'unione, allo scambio e al cambiamento.
    «Odisseo sconfisse il ciclope che se ne infischiava delle leggi dell'ospitalità e disprezzava gli uomini al punto da mangiarli vivi, con il vino. Oggi, tocca riarmarsi del miglior vino come viatico per sconfiggere il ciclope multinazionale, il gigantismo industriale che nell'agricoltura, come nella società, va fagocitando ambienti e uomini», scrivono Simonetta Lorigliola, Mark Tibaldi, Maurizio «Muro» Murari, Pino Tripodi e Luigi Veronelli, curatori di questa impresa.

    Veronelli, l'anarchenologo, come gli piace dirsi, ha accompagnato i migliori quarant'anni del vino italiano guardando sempre avanti. Oggi la sua sfida sembra ancora più visionaria di quando proponeva le Doc o le Docg o parlava di rinascita delle cantine sociali: vuole battere l'industrializzazione del vino e dell'alimentare, ridare peso e attenzione alla terra e ai suoi contadini. In questa avventura Gino, come lo chiamano gli amici, ha messo insieme l'impossibile. Centri sociali, produttori di vino, oli, formaggi, illustri poeti e «critici» del gusto, per dire che il vino pensato nel rispetto della terra e del consumatore è l'unica qualità possibile.
    Il ragionamento iniziale è semplice: arrivare all'incontro diretto di consumatori attenti alla qualità, alla salute alimentare e alla sostenibilità (dal giacimento enogastronomico, al bio, all'equo) con i tanti vignaioli della terra, padroni del loro vino, ma non della sua remunerazione. Le grandi industrie concentrano, acquisiscono e standardizzano; la grande distribuzione si è accaparrata metà del mercato. A scapito di chi il prodotto lo fa, lo vive e lo suda, in un rapporto sano con la terra e spesso a un prezzo più che ragionevole.

    Per questo massima tracciabilità di prodotti e prezzi, codici di responsabilità contadina e di consumo, cortocircuitare il controllo del mercato, diventano idee semplici, efficaci, immediatamente applicabili e universali, in grado nel futuro presente di trasformare i rapporti di produzione o almeno di rendere visibili le contraddizioni di quelli attuali. Basterebbe già il «prezzo sorgente», quello a cui il produttore è vende il suo vino in cantina per aiutare la comprensione delle sperequazioni del mercato. Potrebbe valere per molti beni e coerentemente la ristampa del libro viene venduta al «prezzo sorgente» di 7 euro direttamente dall'editore o a 13,50 in libreria.
    L'alleanza possibile generazioni ribelli deprivate dell'esperienza fisica e culturale dei sapori, nomadismo contadino e contadinità responsabile, allude a una nuova soggettività politica capace di coniugare esperienza e radicalità della trasformazione, senza mai perderne il piacere, il gusto, il senso. Una rivoluzione negroamara come un salice salentino, d'albicocca come un passito pantesco, fresca come il profumo d'erba falciata di un cabernet e spumeggiante come un classico di Franciacorta.

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