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    La visione dell'Ecologist

    I terribili problemi che abbiamo davanti a noi oggi non sono il risultato di incidenti tecnici nella applicazione delle politiche attuali, ma la conseguenza delle politiche stesse
    12 ottobre 2004 - Edward Goldsmith

    Copertina del primo numero dell'Ecologist italiano I terribili problemi che abbiamo davanti a noi oggi non sono il risultato di incidenti tecnici nella applicazione delle politiche attuali, ma la conseguenza delle politiche stesse. Se non riusciamo a capirlo è perché sono leggittimate e rese ragionevoli dalla concezione, che potremmo chiamare religione secolarizzata, di cui siamo imbevuti nel mondo moderno.
    Il presupposto fondante di questa visione delle cose è che, creando il mondo, Dio (o se si preferisce "il processo evolutivo") ha fatto un lavoro sbagliato e perciò compete all'uomo con la sua conclamata intelligenza e bontà, servendosi di scienza, tecnologia, industria, e oggi, del libero mercato ridisegnarlo secondo il suo piano, di gran lunga migliore. Così l'uomo fabbricherà un paradiso materiale dal quale tutti i problemi che ci hanno assillato dall'inizio della nostra presenza sulla Terra saranno eliminati una volta per tutte. Questa puerile e megalomane impresa è chiamata "progresso".

    L'idea di progresso è consostanziale alla scienza moderna. Si è insediata stabilmente a partire dall'Utopia di Francesco Bacone, uno dei fondatori della scienza moderna. Invece di una ricerca oggettiva, fin dall'inizio è stata un'impresa imperialistica il cui obbiettivo era sottomettere, dominare e controllare la natura.
    L'Accademia Scientifica della Nuova Atlantide l'Utopia di Bacone si chiamò "Casa di Salomone". I suoi scopi erano «allargare i confini dell'impero umano in modo da incidere su ogni cosa possibile» facendo pensare che qualsiasi intromissione scientifica nell'attività della natura fosse necessariamente benefica e perciò non si poteva imporre alcun limite alla qualità ed ampiezza di queste intromissioni. Per Bacone tale impresa avrebbe creato una "seconda natura", un mondo surrogato fatto dalla mano umana e fondato sulla scienza e la tecnologia, e ovviamente visto come un grande miglioramento della natura che avrebbe dovuto sostituire. Gli scienziati della Casa di Salomone sarebbero quindi stati capaci di assicurare la "restituzione della giovinezza" e la "cura di malattie considerate incurabili". Sarebbero anche stati capaci di "regolare il clima" e "formare nuove specie". Invece, la scienza di Bacone ha prodotto l'indescrivibile disordine in cui oggi si trova il mondo, che può solo peggiorare via via che comincia ad avanzare il cambiamento climatico (il quale è stato reso inevitabile dal giorno che il progresso scientifico ci ha insegnato il modo di estrarre l'energia contenuta nei combustibili fossili).
    Per il 99% del tempo che abbiamo abitato su questo pianeta la gente ha considerato un certo stile di vita come la condizione ideale e ha cercato disperatamente di rispettarlo. Si viveva in famiglie allargate e comunità per lo più autosufficienti i cui membri erano legati da un forte intreccio di obblighi reciproci che garantivano la produzione e distribuzione, in gran parte per uso locale, degli alimenti e manufatti necessari, per lo più senza scambi monetari, e il denaro non era necessario a soddisfare la massima parte degli altri bisogni come allevare ed educare i figli, assistere gli anziani e i malati, organizzare ed esercitare i riti religiosi, rispettare la legge e l'ordine - funzioni che oggi sono state monetizzate, meccanizzate e prese in carico dallo stato o da imprese.

    Anche se la loro vita era rozza e scomoda ai nostri occhi, non si consideravano poveri. Serge Latouche, il noto sociologo francese, dice che nelle società dell'Africa occidentale in cui ha lavorato non esisteva la parola "povertà" e la più vicina approssimazione era la parola "orfano" cioè qualcuno senza sostegno sociale. Marshall Sahlins, l'eminente an-
    tropologo americano, considera la "povertà" un'invenzione della civiltà. Con le parole di Julius Nyerere quando era presidente della Tanzania, «in una società africana.., nessuno moriva di fame per mancanza di cibo o di dignità umana, anche se non aveva ricchezza personale, perché poteva
    dipendere dalla ricchezza della comunità di cui faceva parte». Oggi l'umanità è a un bivio. Ci aspetta una forte crisi petrolifera, perché in nome del progresso abbiamo consumato gran parte delle riserve di petrolio accessibili a basso prezzo. C'è anche una crescente crisi idrica, con più di un miliardo di persone che hanno già disponibilità d'acqua disperatamente insufficienti. Stiamo abbandonando ogni anno dodici milioni di ettari di terra, prima arabile e adesso erosa, compattata, salinizzata dall'alta distruttività dell'agricoltura industriale.
    Il progresso ha fatto crescere la più grave crisi che l'umanità abbia mai affrontato: lo sconvolgimento del clima globale che potrebbe rendere il pianeta inabitabile se non convertiamo molto in fretta la società in una direzione opposta. Non possiamo ricostruire il passato, ma se lo riprendiamo in considerazione seriamente ci aiuterà a capire la direzione verso cui muoverci.

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