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    L'allarme del "Living planet report": «Saccheggiamo il 20% in più delle risorse prodotte»

    La terra, un pianeta senza respiro

    22 ottobre 2004 - Castalda Musacchio (c. musacchio@liberazione. it   )

    la Terra dal satellite «E'finito il far west. Non c'è più una parte della terra da colonizzare. Il nostro pianeta ha dei limiti biofisici che sono stati superati. E questi limiti ci impongono di attivare politiche globali che tengano conto del principio di equità». Una dichiarazione lapidaria come un'epigrafe che suona non più come un allarme ma come l'ultimo segnale di avvertimento contenuto nelle conclusioni del rapporto sull'impatto dell'uomo sul Pianeta presentato ieri dal Wwf internazionale - in contemporanea in Italia - alle Nazioni Unite. L'impatto dell'umanità sulla terra, quella che viene definita la nostra impronta ecologica, sta dilapidando il patrimonio naturale più rapidamente di quanto questo ultimo abbia la capacità di rigenerarsi. Stiamo saccheggiando il pianeta ad una velocità che supera la capacità di supportare la vita. Gli esseri umani, in particolare quelli delle società industrializzate, attualmente consumano oltre il 20% delle risorse naturali che la terra può produrre. Quest'impatto che si traduce in un'impronta ecologica - un indice fatto dai trend di sopravvivenza delle popolazioni di vertebrati - dà il segnale di un cambiamento allarmante dello stato di biodiversità. Le specie animali oggetto dello studio sono diminuite in media del 40% tra il 1970 e il 2000. In particolare del 30% le specie terrestri e marine, del 50% quelle d'acqua dolce. Una conseguenza diretta e devastante della crescente domanda umana di risorse alimentari, di energia, di acqua. L'ultimo dato è un vero "red alert": lo sfruttamento delle risorse energetiche dal 1961 al 2001 è aumentato di circa il 700%.

    L'impronta umana

    Il "Living Planet Report" viene pubblicato ogni due anni (con la collaborazione con il World Conservation Monitoring Centre del Programma Ambiente delle Nazioni Unite e il Global Footprint Network), e si basa su due indicatori: il "Living Planet Index" e appunto l'"Ecological Footprint" (Impronta ecologica) con l'obiettivo di «misurare» l'impatto della presenza umana sulla Terra. L'indice del Pianeta monitora costantemente 555 specie terrestri, 322 di acqua dolce e 267 marine: proprio quest'indice è sceso del 40% dal 1970 al 2000.

    L'impronta ecologica è, invece, un indice basato sugli ettari globali che ogni essere umano ha a disposizione per la sua sopravvivenza. L'area disponibile per supportare l'attuale popolazione (6,3 miliardi di persone) è di 1,8 ettari procapite. Attualmente misura 2,2 ettari procapite. Il che vuol dire che dal 1961 ad oggi - trend di misurazione del rapporto - è aumentata di due volte e mezzo. E non sorprende che tra i paesi a più alto impatto ambientale risultino gli Stati Uniti d'America con un'impronta ecologica pari a 9,5 ettari procapite. Solo per capire la differenza, in Afghanistan l'impronta misura appena 0,3 ettari. L'Italia, con 3,8 ettari a persona ha l'impronta più bassa tra i paesi dell'Europa occidentale. Ai primi posti figurano la Svezia e la Finlandia con 7.

    La denuncia

    «Stiamo accumulando un debito ecologico che non saremo in grado di saldare a meno che i governi non ripristinino l'equilibrio fra il nostro consumo di risorse naturali e la capacità della terra di rinnovarle». La denuncia è di Gianfranco Bologna, direttore scientifico culturale del Wwf che ha presentato ieri a Roma il rapporto internazionale. «La nostra impronta energetica - aggiunge - è particolarmente allarmante. L'utilizzo dei combustibili fossili come carbone, gas e petrolio, responsabili dei cambiamenti climatici, la fa da padrone». E proprio il rapporto sottolinea come siano in particolare le popolazioni occidentali a sfruttare le risorse naturali in maniera insostenibile. «L'impronta di un americano - continua Bologna - è doppia di quella di un europeo ma il suo impatto ambientale è ben sette volte quella di un asiatico e di un africano medio. Non si possono più procastinare gli impegni che l'uomo deve a questo appunto assumere con la natura. Come quelli presi al summit mondiale dello sviluppo sostenibile di Johannesburg del 2002, rinnovato quest'anno alla conferenza delle parti della convenzione Onu sulla diversità biologica a Kuala Lumpur. O quello su cui manca ancora la firma della Russia - proprio per oggi si attende la decisione della duma - sul protocollo di Kyoto. «Non abbiamo più tempo. Dobbiamo mettere a punto e pensare di attivare politiche che tengano conto del principio di equità. Dobbiamo smettere di dilapidare le risorse naturali ed adoperarci per riparare lo squilibrio dei consumi tra le nazioni industrializzate e i paesi in via di sviluppo». E' l'ultima consegna ai governi. A chiederlo un pianeta senza più respiro.

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