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    Raccolti incendiati, pozzi inquinati, foreste rase al suolo, terreni avvelenati, animali uccisi.

    L' ambiente in tempo di guerra

    5 novembre 2004 - Kofi Annan
    Fonte: www.ilmanifesto.it
    4.11.04

    Kofi Annan Da quando esiste la guerra, l'ambiente e le risorse naturali ne sono state le vittime silenziose: raccolti incendiati, pozzi inquinati, foreste rase al suolo, terreni avvelenati, animali uccisi. Gli obiettivi sono sempre diversi: di volta in volta si è trattato di crearsi un vantaggio strategico, di demoralizzare le popolazioni locali, di vincere la resistenza o, semplicemente, di nutrire soldati affamati. Ma, anche se non intenzionali, le conseguenze sono sempre state devastanti. Siamo così testimoni di atti di pura distruzione fisica, che si realizza attraverso la diffusione di sostanze inquinanti e altamente nocive. Assistiamo a sconvolgimenti sociali quali la nascita di intere popolazioni di rifugiati, che a loro volta sottopongono a un'ulteriore pressione le risorse disponibili. E considerato che gran parte dei conflitti si svolge in paesi poveri, vediamo come la devastazione economica colpisca soprattutto popolazioni vulnerabili, che non sono in grado di fronteggiare i danni che vengono inflitti sia al loro ambiente sia al ritmo in cui il loro sviluppo procede. Durante la guerra del Golfo del 1991, i pozzi di petrolio in Kuwait vennero incendiati deliberatamente, e milioni di litri di petrolio furono scaricati nei sistemi di condotta delle acque. In Cambogia, il 35% del patrimonio forestale è stato distrutto nel corso di due decenni di guerra civile e di disordini. Durante il conflitto in Angola, il numero di animali allo stato brado diminuì del 90%, e nella guerra del Vietnam milioni di tonnellate di erbicidi tossici furono scaricati sulla giungla, distruggendo la vegetazione in aree molto vaste, alcune delle quali sono ancora oggi per questo inadatte alla coltivazione.

    In tempo di guerra l'ambiente è protetto da una serie di strumenti giuridici, tra i quali la Convenzione sul divieto di utilizzo di tecniche di alterazione dell'ambiente a fini militari o comunque ostili (1976), la Convenzione sulle armi chimiche e la Convenzione sulla proibizione delle mine antipersonali (1997). Inoltre, il primo Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra proibisce l'uso di «metodi o mezzi di guerra che sono ideati con il fine di causare, o dai quali ci si possa aspettare che possano causare, danni estesi, durevoli e gravi per l'ambiente naturale» e dispone che «la guerra sia condotta evitando questo tipo di pregiudizi all'ambiente naturale». Tuttavia, ciò di cui si avverte fortemente la mancanza è un sistema di meccanismi che permettano di applicare tali convenzioni. (...)

    Le tecnologie belliche e gli armamenti moderni continuano a svilupparsi rapidamente, con potenziali conseguenze catastrofiche per l'ambiente. Al tempo stesso, si lascia troppo spazio alla possibilità che conflitti irrisolti producano negli anni effetti deleteri per l'ambiente, intaccando il patrimonio di risorse naturali. In occasione di questa Giornata internazionale per la prevenzione dello sfruttamento dell'ambiente in tempo di guerra, rendiamoci conto che nessun conflitto è abbastanza remoto da non danneggiare il nostro ambiente, dovunque noi viviamo. E impegniamoci a fare il possibile per combattere questa minaccia, comune e tuttavia spesso trascurata, che pregiudica la nostra vita e il nostro benessere.

    Note:

    Questo è il messaggio che il segretario generale dell'Onu Kofi Annan ha diffuso in occasione della «giornata mondiale per la prevenzione dello sfruttamento dell'ambiente in tempo di guerra», che l'Onu celebra domani. Ci è sembrato appropriato per Terraterra: quante volte in questa rubrica abbiamo cercato di raccontare come i conflitti sono legati alle crisi ambientali: le guerre causano devastazione all'ambiente, e risorse naturali scarse o contese diventano causa di nuovi conflitti, o servono a perpetuarli: come i diamanti che hanno finanziato la guerra civile in Angola o in Sierra Leone. Peccato solo che parole simili, pronunciate nella «giornata per...», restino di solito inascoltate.
     

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