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    Per agire, il Presidente USA vuole conclusioni scientifiche incontrovertibili sui pericoli mortali del global warming .

    L’inquinamento globale e le grandi pulizie di Bush

    12 novembre 2004 - Massimo Gaggi (massimo.gaggi@rcsnewyork.com)
    Fonte: www.corriere.it
    12.11.04

    Il Presidente Bush E adesso, mentre l'Europa sonnecchia, per limitare l'inquinamento atmosferico dobbiamo sperare in Bush e nella Cina: cioè nel presidente che ha rifiutato l'appoggio americano agli accordi di Kyoto e nel Paese, in piena rivoluzione industriale, che è divenuto il più dinamico motore di devastazione ambientale del Pianeta. Non che dall'imminente vertice sui mutamenti climatici di Buenos Aires - il primo dopo l'adesione della Russia al Protocollo che ora può entrare in vigore - ci si possa aspettare un capovolgimento della posizione degli Usa o un mea culpa della Casa Bianca.

    Per agire, Bush vuole conclusioni scientifiche incontrovertibili sui pericoli mortali del global warming . E gli scienziati continuano a disegnare panorami apocalittici, ma restano divisi sulle cause di fondo dei fenomeni: in questi giorni a Reikjavik e alla recente conferenza di Berlino, inaugurata dalla Regina Elisabetta e dominata dagli esperti di Germania e Gran Bretagna, sono stati presentati studi allarmanti sulla continua riduzione dello spessore dei ghiacci del Polo Nord.

    Infastidita e un po' beffarda la replica dei colleghi americani: «Il riscaldamento della calotta è nelle previsioni dei teorici dell'effetto-serra, non nei dati trasmessi dai termometri della regione artica» scrive sul Financial Times il professor Fred Singer, presidente del Progetto Usa per la politica ambientale. «Quei termometri ci dicono che le temperature massime sono state raggiunte prima del 1940, mentre dati elaborati dalla Danimarca mostrano che dal 1940 al '95 il clima artico ha subito un raffreddamento».

    Battuto Kerry anche in campo ecologico (la Florida degli uragani è stata riconquistata, stavolta con buon margine, nonostante le accuse di chi ritiene che sia stato il global warming a deviare la loro traiettoria dall'Oceano al Sud-Est degli Usa), Bush ora può prendersi una rivincita persino sull'«amico» Blair. Alleato d'acciaio in Iraq, il premier inglese ha assunto una posizione opposta a quella degli Usa in materia ambientale, sposando senza esitazioni il Protocollo di Kyoto e annunciando che avrebbe sfruttato fino in fondo il periodo di presidenza britannica del G7 per cercare di forzare la mano ai Paesi recalcitranti. Ma proprio nel bel mezzo della conferenza la stampa inglese ha preso ad accusarlo di essere un ecologista finto e ipocrita che da un lato promette un impegno ferreo a difesa dell'aria che respiriamo, mentre dall'altro concede rinvii e deroghe alle aziende più inquinanti.

    Forte del nuovo mandato politico e sempre poco propenso a farsi imporre compromessi nelle sedi internazionali, Bush deve però ormai prendere atto che vari centri della sua stessa Amministrazione - dalla Nasa all'Ente per la protezione ambientale - criticano l'inerzia del governo e prevedono guai grossi originati dall'innalzamento delle temperature. E deve fare i conti con l'impegno ecologico di suoi grandi elettori come McCain che da mesi fa fronte comune con i democratici per imporre alle centrali elettriche standard di emissioni più severi.

    Ma soprattutto deve vedersela con Arnold Schwarzenegger, la stella più brillante della scuderia repubblicana, che ha imposto alle case automobilistiche di ridurre entro il 2012 del 22 per cento le emissioni di anidride carbonica di tutte le vetture vendute in California, lo Stato di cui è governatore. La lobby dell'auto e i circoli vicini a Bush mugugnano: accusano l'ex attore di mettere in difficoltà le imprese americane (i giapponesi sono più avanti in questo campo) e di caricare sulle spalle dei consumatori maggiori costi per 6 miliardi di dollari; il tutto per combattere un gas che forse produce calore ma non è in sé un fattore inquinante. Ma Schwarzy va per la sua strada e presto sarà imitato dagli Stati industriali della Costa atlantica, New York in testa. Bush non ha voglia di farsi scavalcare: potrebbe avallare l'iniziativa, collegandola al suo impegno per il contenimento dei consumi petroliferi e la riduzione della dipendenza Usa dal greggio mediorientale. Così mentre a noi, paladini di Kyoto, basta qualche passeggiata domenicale per sentirci a posto con la coscienza, la criticatissima America potrebbe cominciare le grandi pulizie anche restando ai margini del Protocollo. Forse imitata dalla Cina, la cui nuova dirigenza non vuole certo frenare l'industria, ma sa che l'aria nei grandi centri urbani, a partire da Pechino, sta diventando rapidamente irrespirabile.

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