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    Intervistaa Eduardo Zarelli

    Energia: per un uso razionale in un quadro di sostenibilità

    Tra i temi che da tempo (ed ancora oggi) alimentano il dibattito in Sardegna , può annoverarsi senza dubbio quello inerente all'energia eolica: come sempre, da una parte se ne cantano le lodi, dall'altra se ne contesta l'impatto visivo e/o acustico nel territorio. Il problema principale resta il nostro attuale stile di vita, costantemente ignorato nei dibattiti più o meno politici, culturali, scientifici; se, come avviene, ogni anno i nostri consumi energetici aumentano, l'eolico sarà l'ennesimo torbido indirizzo per lavare le nostre coscienze soddisfando nel contempo qualche grossa impresa costruttrice.


    I
    17 dicembre 2004 - Eduardo Zarelli
    Fonte: www.opifice.it
    Dicembre 2004

    eolico l 50% del fabbisogno energetico italiano viene soddisfatto dal petrolio, mentre in Europa la percentuale scende al 40%. Qual'è a Suo modo di vedere la strada più realistica da praticare nel campo delle energie rinnovabili? Può l'eolico costituire una soluzione o rappresenta l'ennesima pezza dell'Uomo posta ad uno stile di vita oramai insostenibile?

    Le risorse energetiche sono l’elemento sostanziale per ogni interpretazione critica del modello di sviluppo dominante. Quest’ultimo si ritiene illimitato nell’espansione dei mercati per mezzo dell’allargamento dei consumi e della innovazione tecno-scientifica. La ricaduta culturale di questa tautologia progressista è l’egemonia tecnocratica, che inibisce ogni ripensamento sulla limitatezza delle fonti in merito alla dissipazione industriale delle risorse naturali. La sobrietà dello stile di vita è quindi rifiutata non solo dagli economisti, ma dalla stessa mentalità dominante perché identificato con la scarsità materiale e il regresso civile, grazie alla potente attrattiva psicologica e materiale che esercita la società dei consumi. Gli oppositori si collocano quindi generalmente in una prospettiva moralistica, facilmente catalogata come antistorica, irrealistica, pauperistica. In effetti, le flebili voci ambientaliste nostrane sembrano ispirate più all’utopismo umanitario, che a una consapevolezza ecologica, fondata sulla contraddizione ingenerata tra la cultura e la natura dall’utilitarismo economicista e il nichilismo tecnologico. D’altra parte le patologie prodotte dal modello di sviluppo industriale sono oggi di tale portata, che risulta credibile, finanche popolare, proporre un mutamento di paradigma capace di superare la modernità sul piano della sostenibilità ecologica e la responsabilità sociale e politica. Nella fattispecie, il sistema energetico italiano si fonda essenzialmente sulle fonti fossili: gas naturale, petrolio e suoi derivati, carbone. Ben il 67% dei 318 TWh di energia complessivamente consumati proviene infatti da centrali termoelettriche, equamente insediate nel territorio nazionale. Le fonti rinnovabili contribuiscono per il 16-17%. Prevalente è l’idroelettrica, prodotta soprattutto in centrali dell’Italia del Nord, che occupa una quota del 15%. Il residuo 2% viene dalla geotermia, dalle biomasse e dai rifiuti e, in misura minore, dall’eolico che fornisce, insieme al fotovoltaico, 1.183 GWh d’energia e che appare in crescita (dati censiti al 2001). A completare l’offerta ci sono infine le importazioni dirette di energia dai paesi confinanti, che pesano per un 16%. Il rifornimento avviene soprattutto da Francia e Svizzera, seguite da Austria, Slovenia e, in misura ridotta, Grecia.
    Dall’esame di questi sommari dati, spiccano agli occhi tre evidenze: l’elevato utilizzo di combustibili fossili, il ridotto apporto delle fonti pulite e rinnovabili, la notevole dipendenza dall’estero del nostro sistema energetico. Partiamo da quest’ultimo aspetto. Poveri di risorse tradizionali, siamo costretti ad approvvigionarci largamente dall’estero, acquistando sia combustibili sia elettricità. In tal senso, la regionalizzazione delle esigenze energetiche contribuirebbe ad un processo di consapevolezza ecologica delle fonti e responsabilizzazione sociale e politica dal basso verso l’alto, attivando un modello sussidiario e comunitario di autonomia e indipendenza che è alla base di ogni organismo vivente nella sua virtuosità esistenziale. 
    Altra evidenza, si è detto, è l’eccessivo utilizzo di fonti fossili. Escluse le importazioni di elettricità, ricorriamo per l’81% della nostra produzione alle fonti non rinnovabili, con pesanti conseguenze ambientali: è noto che, a livello mondiale, oltre il 75% dell’emissione di anidride carbonica (il principale gas responsabile del cosiddetto effetto serra) è imputabile alla combustione di fonti fossili (essenzialmente carbone e petrolio). Sappiamo delle controversie in merito alla reale volontà dei paesi industrializzati e in via di sviluppo di adottare e rendere esecutivo il Protocollo di Kyoto, che prevede in merito un primo abbattimento, da parte delle nazioni più sviluppate, delle emissioni di gas serra. La tendenza, in effetti, è ad un continuo aumento della domanda di energia, anche se, in linea con gli altri paesi più industrializzati, negli ultimi anni il tasso di crescita si è stabilizzato su una media del 2-3% (rispetto al 2002, l’aumento registrato fino a settembre 2003 è del 3,8%): merito sia di un uso più efficiente dell’energia, sia dello spostamento della nostra economia verso un terziario avanzato, a più bassa intensità energetica. Da questo punto di vista sarebbe auspicabile un mutamento di paradigma socio-economico. La deriva deterministica del capitalismo ha la possibilità di essere superato in un contesto di tarda o post-modernità, declinando la tecnologia e le priorità socio-culturali su valori diversi, ed oggi probabilmente maggioritari nell’opinione pubblica, incentrati sulla qualità della vita, la sua sacralità e quindi armonia naturale.
    Le fonti energetiche rinnovabili sono quelle fonti il cui utilizzo non ne comporta l’estinzione: sono quindi tendenzialmente infinite ed, in genere, pulite (la valutazione sull’impatto ambientale e salutare va fatta in relazione all’intero ciclo di vita). Sono il sole, il vento, l’energia idraulica, le maree, la geotermia e le biomasse.

    In Italia la miopia politica e culturale, indotta dai forti interessi economici dominanti, si è concentrata quasi completamente sulle fonti rinnovabili “convenzionali”, vale a dire energia idraulica, geotermica e da biomasse. Minoritario resta invece l’apporto di sole e vento (che solo in questi ultimi anni sta diffondendosi), inesistente quello dell’energia marina, mentre l’idrogeno resta ad uno stato ancora di studio con aspetti molto contraddittori in merito alle implicazioni ecologiche di tale prodotto energetico.

    Le speranze per il futuro sono essenzialmente due: sole e vento. Sono fonti veramente rinnovabili, eterne, pulite, gratuite e senza padrone. Sebbene da secoli l’uomo sfrutti la potenza del vento, è solo negli ultimi decenni che ne riesce a trarne anche elettricità. Il potenziale mondiale è enorme: secondo gli studi, da 20 a 50mila TWh, ben al di sopra, quindi, dell’attuale fabbisogno globale del Pianeta (che nel 2001 è stato di 15mila TWh, di cui 300 per l’Italia).

    Il recente sviluppo (e le prospettive di crescita esponenziale) si accompagnano ad un progressivo affinamento della tecnologia: dai primi generatori a due o anche una sola pala, siamo ormai assestati su quelli a tre pale, le cui dimensioni sono progressivamente aumentate. Ciò ha consentito un aumento della potenza (in 20 anni aumentata di 60 volte) ma non parallelamente dei costi (aumentati solo di 10 volte), grazie alle economie di scala.

    Caso esemplare dei vantaggi offerti dalle nuove FER anche a livello economico e occupazionale è quello della Danimarca. I danesi, che soddisfano con l’eolico il 20% del loro fabbisogno nazionale, hanno oggi il primato mondiale nel settore, con tre grandi imprese tra le prime dieci del pianeta ed una quota di mercato pari al 50% delle richieste mondiali. Quella eolica rappresenta oggi la prima industria della Danimarca, con 25.000 nuovi occupati. Interessante è anche il sistema di gestione degli impianti, affidati, sulla base di un azionariato popolare, a migliaia di piccoli investitori privati.
    In Italia nel 2001 c’erano impianti per 800 MW, quasi tutti concentrati sui rilievi dell’Appennino centro-meridionale (Abruzzo, Molise, Puglia, Campania). Nei limiti delle potenzialità ambientali (il nord Europa è senz’altro più esposto a venti forti), si conta sulla possibilità di raggiungere 3.000 MW di potenza entro 4-5 anni. Tra i limiti che ostacolano una maggiore diffusione degli aerogeneratori, oltre alla basilare diversa esposizione ai venti, ci sono le resistenze locali, dovute all’innegabile impatto paesaggistico, all’inquinamento acustico e alle interferenze elettromagnetiche.
    Ancor più del vento infatti, è il Sole, fonte di vita per eccellenza, che potrà risolvere i nostri problemi energetici. Il potenziale teorico è sconfinato: a seconda degli studi, 10-15.000 volte l’attuale fabbisogno mondiale. Tutto sta nel riuscire a “catturare” le radiazioni solari e a trasformarle in energia: una sfida tecnologica che negli ultimi anni sta registrando crescenti successi.
    L’energia solare può essere utilizzata per produrre calore o elettricità. Il primo uso è quello del cosiddetto “solare termico”, con i collettori per l’acqua calda per usi sanitari e per il riscaldamento degli edifici. Nelle realizzazioni più avanzate, si accompagna ad un termico passivo¸ che cattura il calore solare grazie ad una buona progettazione degli edifici (ad esempio, pareti esposte a sud o addirittura case “ruotanti”, come nelle avanzatissime Solarsiedlungen sorte a Friburgo). Nel 2000, nell’Unione Europea, c’erano 13 milioni di m2 di collettori (l’obiettivo, fissato dal Libro bianco per le fonti rinnovabili comunitario è di 100 milioni entro il 2010). Paradossalmente, la loro diffusione è maggiore in paesi con insolazione minore: Germania (con oltre due milioni) ed Austria (con 1.241.000), mentre l’Italia, inondata dal sole per almeno otto mesi all’anno, aveva appena 180.000 m2 di collettori solari. C’è poi il solare fotovoltaico, per produrre elettricità. Si fonda sulle celle solari a base di silicio che, esposte alle radiazioni solari, originano cariche elettriche. L’efficienza di conversione delle celle è oggetto di un continuo affinamento tecnologico, grazie anche alla ricerca spaziale (nello spazio l’energia più valida è, ovviamente, proprio quella solare). Elettricità dal sole viene poi prodotta anche grazie agli impianti a concentrazione, che moltiplicano la temperatura delle radiazioni solari grazie alla concentrazione dei raggi su un unico punto, utilizzando il sistema degli specchi di Archimede (e proprio Archimede si chiamerà una nuova centrale da 20Mw che sorgerà a Priolo entro il 2007).

    L’efficienza dei vari sistemi è ancora da perfezionare. I costi economici, in particolare, non sono ancora competitivi, e restano più alti di quelli dell’energia prodotta con fonti fossili (ovviamente la valutazione sulla convenienza di una fonte va presa su basi non riduttivamente economiciste, coerentemente con quei nuovi valori antiutilitaristici di cui prima). Con l’attuale tendenza alla riduzione dei costi unitari, si conta, comunque, sull’assoluta competitività entro un arco di 10 anni.
    Il solare, resta, indubbiamente, la grande speranza. È una fonte pulita, veramente rinnovabile, eterna, gratuita e largamente diffusa in tutto il pianeta (sotto quest’ultimo aspetto, è quella che crea maggiori aspettative per i paesi in via di sviluppo, la maggior parte dei quali è povera rispetto a parametri tecnocratici, ma certamente non di sole). Non presenta, inoltre, problemi di impatto, se non , per le grandi centrali, per lo spazio richiesto. Ma la sua vera diffusione non sembra legata ai grandi impianti, quanto invece a piccoli impianti, in grado di soddisfare le esigenze dei singoli nuclei abitativi.

    Ma il discorso sulle fonti rinnovabili va reso completo con una “settima fonte”, forse la più “strategica”: il risparmio energetico conseguente ad un uso razionale della risorsa. A differenza del risparmio da “sobrietà”, che è centrale nella logica di una scelta di stile di vita critico verso i consumi superflui, il risparmio da uso razionale dell’energia consente di disegnare un quadro di operatività economica sostenibile con un minore dispendio di risorse, grazie alla sensibilità culturale, indipendenza del “politico” e possibilità offerte da una tecnologia di “servizio” e non protervia produttiva.

    Fonti rinnovabili e contenimento dei consumi tramite una diversa consapevolezza naturale e un uso razionale dell’energia: l’alternativa alle centrali a fonti fossili non è necessariamente il “ritorno alle candele”, come terroristicamente si vuol far credere, rispondendo a quella tautologia progressista cui ci siamo riferiti in merito all’egemonia tecnocratica. Sono obiettivi possibili, che richiedono una precisa volontà politica e una rigerarchizzazione delle priorità economiche della società. Il territorio, in un respiro continentale di sussidiarietà e complementarietà, è il luogo naturale di questa grande battaglia, che coinvolge lo stile di vita individuale in un contesto comunitario e partecipativo. Le ricadute, sarebbero positive non solo per la devastata salute del nostro pianeta, ma anche per i risvolti strategici, economici e occupazionali. Una vera rivoluzione fattuale, reale, per mutare l’attuale modello di sviluppo liberal-capitalista.  

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