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    Il disastro ambientale in Cecenia, provocato dal contrabbando di petrolio

    Terra bruciata

    1 gennaio 2005 - Enrico Piovesana

    Grozny

    Movsar Musayev ha 43 anni. Vive alla periferia di Grozny. Nel cortile sul retro di casa sua c’è un boiler di ferro da cui sbuca un tubetto che finisce in una tanica. Quella di Movsar è una delle tante famiglie cecene che tira a campare con i ricavi di un’attività molto particolare: la raffinazione clandestina e artigianale di greggio rubato dai tanti oleodotti che attraversano la regione e poi rivenduto al mercato nero.

    Queste mini-raffinerie sono sempre esistite, anche in epoca sovietica. Ci sono fin da quando è iniziato lo sfruttamento petrolifero di questo territorio. Ma dall’inizio della guerra, dieci anni fa, si sono moltiplicate in maniera esponenziale raggiungendo oggi, secondo stime russe, la cifra di quindicimila impianti (su un territorio grande quanto l’Umbria), cioè decine per ogni villaggio, centinaia per ogni cittadina e duemila solo a Grozny. Basti pensare che, secondo le autorità cecene (filo-russe), ogni giorno vengono immessi sul mercato clandestino oltre tremila tonnellate di petrolio lavorato.

    Per i ceceni che fanno la fame perché senza lavoro (oltre l’ottanta per cento della popolazione) il contrabbando di petrolio è una fonte di reddito insostituibile. E per i militari russi e le bande criminali da essi protette è un vero e proprio business.
    Tutti insomma sembrano guadagnarci. Ma in realtà tutti ci perdono. In salute.

    Il primitivo processo di raffinazione artigianale infatti provoca un pesantissimo inquinamento del terreno, delle falde acquifere e, a causa dei fumi di lavorazione e dei gas di scarico delle auto che utilizzano la benzina o il gasolio di pessima qualità così prodotto, anche dell’aria. La raffinazione ‘fatta in casa’ produce infatti grandi quantità di prodotto di scarto (circa la metà del greggio lavorato) che finisce semplicemente disperso a terra, filtrando sotto il terreno.

    Decenni di questa pratica hanno generato, sotto Grozny, un lago sotterraneo di petrolio da cui il greggio viene poi riestratto in un riciclo senza fine. Un giacimento artificiale di 30 chilometri quadrati che, secondo stime ufficiali, ammonta ormai a due milioni di tonnellate, cioè addirittura la stessa quantità di petrolio che si trova nei giacimenti naturali del paese.

    Ma il petrolio di scarico giace sotto tutta la piana di Grozny. I fiumi che la attraversano, il Terek, l’Argun e il Sundzha, non hanno quasi più pesce (e quello che c’è è contaminato) perché sono pieni di petrolio, con tassi che superano di anche mille volte quelli di sicurezza.

    Ovunque nelle pianure cecene il petrolio affiora in pozzanghere. Un terzo della superficie arabile è inzuppata di petrolio e quindi sterile: non ci cresce nemmeno l’erba. E dove qualcosa cresce e ovviamente contaminato. Questo non fa che spingere le famiglie contadine ad abbandonare l’agricoltura per darsi alla raffinazione clandestina, alimentando un circolo vizioso senza fine.

    Tutto questo non è solo il risultato delle piccole raffinerie clandestine, ma anche della loro distruzione avvenuta per mano dell’esercito russo durante la presa di Grozny nell’inverno 1999-2000. Assieme ad esse i russi bombardarono anche tutte le raffinerie industriali, provocando perdite di greggio immense e danni ambientali incalcolabili.

    Per non parlare del criminale bombardamento di depositi di sostanze tossiche e addirittura radioattive come la discarica di Radon, fuori Grozny, lungo le rive del fiume Terek, aperta dagli stessi russi nel 1965 e contenente, all’epoca della sua distruzione, 900 tonnellate di veleni tra cui plutonio, berilio, radio 226, cesio 137, iridio 192 e altri ancora.

    Oggi è lo stesso ministero della Sanità del governo ceceno (filo-russo) ha dichiarare che “la situazione ambientale nella repubblica è ancora estremamente pericolosa: la popolazione respira aria inquinata, beve acqua inquinata e mangia cibo inquinato. Il risultato è un allarmante tasso di mortalità per tumori e altre malattie”. Ovviante la nota ministeriale dà tutta la colpa alle raffinerie clandestine, senza citare le responsabilità russe. Ma non tace il fatto che “il governo federale russo non ha stanziato nessun fondo per fronteggiare questa vera e propria catastrofe ecologica”.

    L’effetto più terrificante di tutto ciò è nelle parole della dottoressa Zargan Mutsayeva, direttrice del reparto di maternità dell’ospedale di Grozny. “Non solo il tasso di natalità è drasticamente diminuito, ma in media oggi quattro bambini su dieci muoiono appena nati. E dei 3.200 nati nel corso del 2003, 2.230 soffrono di gravi disturbi e malformazioni genetiche provocate dall’inquinamento.

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