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    Brasile, la diga abbatte la foresta

    Il primo gennaio scorso, motoseghe e bulldozer hanno iniziato il taglio della foresta di araucaria, ultimo passo necessario affinché la contestatissima diga, già costruita, entri in funzione.
    19 gennaio 2005 - karima Isd
    Fonte: www.ilamanifesto.it
    18.01.05

    La costruzione di una diga E' andata «avanti e indietro al ritmo del tango» - per usare l'espressione del sito www.socioambiental.org - la saga della diga Barra Grande, nella Mata Atlantica brasiliana, la già ultradepredata foresta della parte sud-orientale del paese, già ridotta al 7% della sua estensione originaria. L'invaso della diga, costruito sul fiume Pelotas, al confine fra gli stati del Rio Grande do Sul e di Santa Caterina, coprirà 6.000 ettari, fra i quali 2.000 di foresta pluviale di pino araucaria: uno degli ecosistemi più minacciati di estinzione e sede di una ricca biodiversità. Alleanze si sono fatte e rotte intorno a questa vicenda che ha risvolti tristemente esemplari. E che sembra concludersi male: il primo gennaio, in un periodo in cui agli avvocati ambientalisti che avevano fatto ricorso era stato detto che il tribunale era in vacanza, un giudice ha autorizzato il consorzio di costruttori a procedere con motoseghe e bulldozer, per tagliare la foresta di araucaria, ultimo passo necessario affinché la diga, già costruita, entri in funzione.

    Il fatto è che la diga Barra Grande non avrebbe mai dovuto essere iniziata. Tanto che lo scorso 28 dicembre il giudice Jurandi Borges Pinheiro aveva confermato l'ordine di sospendere le operazioni di abbattimento della foresta primaria, accogliendo il ricorso avanzato dalla Rete delle associazioni della foresta sulla costa atlantica e dalla Federazione dei gruppi ecologici dello stato di Santa Catarina (Feec). Gli ambientalisti parlavano di «cospirazione fraudolenta» fra le preposte autorità brasiliane - la licenza di taglio è stata accordata dall'Ibama, agenzia federale per l'ambiente - e il consorzio Baesa dei costruttori della diga, in particolare la compagnia di Pittsburg Alcoa, gigante dell'alluminio. Nelle valutazioni di impatto ambientale non comparivano i 2.000 ettari di foresta vergine di pino araucaria. Gli ecologisti chiedevano di verificare se l'invaso potesse operare a un livello più basso, tale da salvare quella foresta; in caso contrario, la loro richiesta era: si demolisca la diga. Del resto, mesi fa lo stesso presidente del Baesa ha dichiarato che senza quell'errore (?) la devastante opera non sarebbe mai stata autorizzata; ma, ha aggiunto, dato che la diga era già costruita, tanto valeva andare avanti.

    La decisione del giudice Pinheiro non era stata la prima contro l'abbattimento, che aveva suscitato una notevole attivismo «socio-giuridico». Nei mesi scorsi gli ambientalisti avevano un attivissimo alleato nel Mab, movimento brasiliano delle popolazioni colpite dalle dighe. Centinaia di attivisti in ottobre avevano bloccato gli operai muniti di motoseghe. Intanto i ricorsi degli ambientalisti trovavano riscontri positivi in decisioni giudiziarie. Ma a dicembre lo scenario è cambiato, tanto che il 23 i bulldozer riavviavano i motori: il consorzio di costruttori Baesa riteneva di avere via libera avendo raggiunto un accordo sulle questioni sociali con i rappresentanti del Mab, alla presenza del Ministero dell'energia e miniere e dell'Ibama nonché con il beneplacito del Ministero dell'ambiente, il quale comunque chiedeva una revisione delle procedure di valutazione dell'impatto ambientale, per evitare simili errori in futuro. Il movimento dei colpiti dalle dighe ha così sospeso la sua efficace opposizione, decidendo di accettare l'offerta della controparte: un aumento nel programma di compensazione per le famiglie che hanno perso le proprietà sotto le acque della diga e anche l'uso del legname tagliato per la costruzione di case per gli sfollati. Pochi giorni dopo, il giudice Pinheiro, stabiliva che l'accordo in questione non risolveva invece affatto la controversia ambientale e quindi poneva un altro stop ai lavori. Ma il primo gennaio ecco il verdetto. E adesso? La vicenda è stata seguita dall'International Rivers Network (www.irn.org) la cui corrispondente nella zona, Glenn Switkes, ci scrive: «Gli ambientalisti continueranno a far ricorsi, ma temo che basteranno pochi giorni per ridurre la foresta vergine a segatura...».

     

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