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    La de-realizzazione della natura

    Il moderno antimondo

    22 gennaio 2005 - John Zerzan

    John Zerzan Oggi c’è solo una civilizzazione, un’unica macchina globale di addomesticamento. I continui sforzi della Modernità per disincantare e strumentalizzare il mondo naturale non-culturale hanno prodotto una realtà in cui virtualmente nulla resta fuori dal sistema. Questa traiettoria era già visibile ai tempi delle prime città. Da quei tempi Neolitici ci siamo avvicinati ancor più a completare la de-realizzazione della natura, terminando oggi in uno stato d’emergenza mondiale. L’avvicinarsi alla rovina è una visione comune, il nostro ovvio non futuro.

    Quasi non bisogna sottolineare che nessuna delle pretese della Modernità/Illuminismo (per quanto concerne la libertà, la ragione, l’individuo) sono valide. La modernità è essenzialmente globalizzazione, massificazione, standardizzazione. La auto-evidente conclusione di un’inesorabile espansione indefinita delle forze produttive dà il colpo finale alla fede nel progresso. Via via che l’industrializzazione della Cina avanza a tappe forzate, abbiamo un altro caso davanti agli occhi.

    Storia della rinuncia

    Dal Neolitico c’è stato un costante incremento della dipendenza dalla tecnologia, la cultura materiale della civilizzazione. Come Horkheimer e Adorno hanno segnalato, la storia della civilizzazione è la storia della rinuncia. Si ottiene meno di ciò che si mette. E’ questo l’inganno della tecnocultura, cuore occulto dell’addomesticamento, impoverimento crescente dell’individuo, della società, della Terra. Nel frattempo i soggetti moderni hanno la speranza che, in qualche maniera, la promessa di maggiore modernità curerà le ferite che li affliggono.

    Un aspetto che può definire il mondo presente è il disastro auto-costruito, che si annuncia quotidianamente. Ma la crisi che affronta la biosfera è ragionevolmente meno risaltata e meno nota, per lo meno nel Primo Mondo, che le quotidiane alienazione, disperazione e cattura in una routinaria rete che controlla senza senso.

    L’influenza sui più piccoli eventi o circostanze ci svuota man mano che il sistema di produzione e di scambio distrugge le nostre locali peculiarità, differenze e costumi. Se ne sono andate le pre-eminenze del luogo, rimpiazzate progressivamente da ciò che Pico Ayer chiama la cultura dell’aeroporto, senza radici, urbana e omogenea.

    La Modernità ha le sue basi originali nel colonialismo, così come la civilizzazione –ad un livello più fondamentale- si fonda sulla dominazione. Alcuni vorrebbero dimenticare quest’elemento chiave della conquista, o trascenderlo, come nella facile nuova trans-modernità della pseudo-soluzione di Enrique Dussel (The Invention of the Americas, 1995). Scott Lash fa ricorso ad una simulazione simile in Another Modernity: A Different Rationality (1999), un povero titolo senza senso vista la sua riaffermazione del mondo della tecnocultura.

    Un fallimento più tortuoso è Alternative Modernity (1995), in cui Andrew Feenberg osserva saggiamente che la tecnologia non è un valore che uno deve scegliere a favore o contro, ma una sfida senza fine a sviluppare e moltiplicare i mondi. Il trionfante mondo della civilizzazione tecnicizzata, che conosciamo come modernizzazione, globalizzazione o capitalismo, non ha nulla da temere da tali vuote evasioni.

    Paradossalmente la gran parte dei lavori di analisi sociale offrono un supporto a un’accusa del mondo moderno, ma falliscono nel confrontare le conseguenze del contesto che sviluppano. David Abrahams, per esempio, in The Spell of the Sensuous (1995) offre una revisione molto critica delle radici della totalità anti-vita, solo per concludere con una annotazione assurda. Occultando le conclusioni logiche di tutto il suo libro (che dovrebbe essere un appello ad opporsi agli orribili lineamenti della tecno-civilizzazione), Abrahams decide che questo movimento verso l’abisso, ad ogni modo, è fondato sulla terra ed è organico. Presto o tardi dovrà accetare l’invito della gravità e dovrà tornare a terra. Una maniera sorprendentemente irresponsabile di concludere la sua analisi.

    Richard Stivers ha studiato l’ethos contemporaneo dominante della solitudine, della noia, dell’infermità mentale, ecc., specie nel suo Shades of Loneliness: Pathologies of Technological Society (1998). Ma il suo lavoro cade nel quietismo, così come la sua critica in Technology as Magic che termina lo stesso nello schivare: la lotta non è contro la tecnologia, che è una maniera semplicista di intendere il problema, bensì contro un sistema tecnologico che adesso è il nostro mezzo vitale.

    In The Enigma of Health (1996) Hans George Gadamer ci consiglia di portare di nuovo i risultati della società moderna, con tutto il suo apparato automatizzato, burocratico e tecnologico, al servizio del ritmo che sostiene adeguatamente la vita corporea. Nove pagine prima, Gadamer osserva che è proprio quest’apparato di oggettivazione quello che produce il nostro violento allontanamento da noi stessi.

    L’elenco degli esempi potrebbe riempire una piccola biblioteca e lo show dell’orrore continua. Un dato tra migliaia è il sorprendente livello di dipendenza di questa società dalla droga tecnologica. Lavoro, riposo, ricreazione, non ansietà/depressione, funzione sessuale, attività sportive –cosa manca? Come esempio: l’uso degli antidepressivi sta aumentando tra i bambini in età prescolare (New York Times, April 2, 2004).

    Discutendo il consenso

    Oltre il duplice linguaggio di non presentabili teorici semi-critici, comunque c’è il peso dell’inerzia non apologetica di innumerevoli voci che consigliano che la modernità sia semplicemente inevitabile e che dovremmo desistere dal metterla in discussione. Dicono che è certo che in nessun luogo del mondo c’è una scappatoia dalla modernizzazione e che non può essere alterata. Tal fatalismo si apprezza bene nel titolo di Michel Dertourzos What Will Be: How the New World of Information Will Change Our Lives (1997).

    Poco meraviglia che prevalga la nostalgia, il desiderio appassionato verso tutto ciò che ci è stato sottratto dalle nostre vite. Le perdite si accumulano da tutte le parti, assieme alla protesta contro il nostro sradicamento e gli appelli per un ritorno a casa. Come sempre, i partigiani dell’incremento del nostro addomesticamento ci parlano di abbandonare i nostri desideri e di crescere. Norman Jacobson (“Escape from Alienation: Challenges to the Nation-State,” Representations 84: 2004) avverte che la nostalgia, se abbandona il mondo dell’arte o della leggenda, diviene pericolosa, una minaccia allo Stato-Nazione. Questo pauroso uomo di sinistra consiglia realismo, non fantasie: apprendere a vivere da alienato è equivalente, nella sfera politica, a lasciare la sicurezza del proprio tetto nella nostra infanzia. La civilizzazione, come ben sapeva Freud, deve essere difesa contro l’individuo e tutte le istituzioni sono parte di questa difesa.

    Come usciamo di qui, da questa barca della morte? La sola nostalgia è poco adeguata per un progetto di emancipazione. Il maggior ostacolo per dare il primo passo è così ovvio quanto profondo. Se prima si vuole capire, dovrebbe essere chiaro che non si può accettare la totalità e formulare al contempo una critica autentica e una visione qualitativamente diversa da questa totalità. Questa fondamentale inconsistenza viene fuori nella brillante incoerenza di alcuni dei lavori precedentemente citati.

    Ritorno all’impatto dell’allegoria di Walter Benjamín sul significato della Modernità. Il suo volto è girato verso il passato. Dove percepiamo una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe che si mantiene ammucchiando disastro su disastro ai suoi piedi. L’angelo avrebbe voluto rimanere, svegliare i morti e riparare ciò che era stato schiacciato. Ma una tempesta scende dal Paradiso ed afferra le ali con tale violenza che l’angelo non riesce più a chiuderle. La tempesta lo spinge irresistibilmente al futuro, al quale volge le spalle, mentre il cumulo dei rifiuti davanti a lui cresce fino al cielo. Questa tempesta noi la chiamiamo progresso (1940).

    C’è stato un tempo in cui questa tempesta non bramiva, quando la natura non era un avversario da essere conquistato, addomesticato in ciò che è sterile e sostituto. Ma abbiamo viaggiato ad una velocità accelerata, sollevando raffiche di progresso alle nostre spalle, verso un maggior disincanto, la cui impoverita totalità mette adesso in pericolo sia la vita che la salute.

    La complessità sistematica frammenta, colonizza, oltrepassa la nostra vita quotidiana. Il suo motore, la divisione del lavoro, minimizza l’umanità nelle sue profondità, sottraendoci le facoltà e pacificandoci. Questa specializzazione che rende stupidi, che ci dà l’illusione della competenza, è centrale, in quanto permette di predicare l’addomesticamento.

    Ernest Séller (Sword, Plow and Book, 1989) ha evidenziato che prima dell’addomesticamento non c’era la possibilità di una crescita comparabile in complessità alla divisione del lavoro e al differenziamento sociale. Naturalmente c’è un forte consenso sul fatto che una regressione della civilizzazione comporterebbe un costo elevato –appoggiato da spaventosi scenari fittizi, molti dei quali non riflettono altro che gli attuali prodotti della modernità.

    Le persone hanno iniziato a mettere in discussione la Modernità. Già uno spettro minaccia la sua facciata che si sta sgretolando. Nel 1980 Jurgen Habermas temeva che le idee contro la modernità assieme ad un’aggiunta di premodernità avessero raggiunto una certa popolarità. Una gran marea di questo modo di pensare sembra inevitabile ed inizia a farsi sentire nei film popolari, nelle novelle, nella musica, nelle fanzine, negli show televisivi, ecc.

    E’ triste il fatto che il danno accumulato abbia causato una grande perdita di ottimismo e di speranza. Il rifiuto di rompere con la totalità corona e consolida questo pessimismo induttore di suicidio. Solo visioni completamente fuori dalla realtà corrente costituiscono il nostro primo passo verso la liberazione. Non possiamo permetterci di continuare ad operare nei termini del nemico. (Questa posizione può sembrare estrema; l’abolizionismo del secolo XIX pareva anch’esso estremo quando i suoi aderenti dichiararono che avrebbero accettato solo l’abolizione della schiavitù e che tutte le riforme fossero dalla parte dello schiavismo).

    Marx intese la società moderna come uno stato di rivoluzione permanente, in un perpetuo movimento rinnovatore. La postmodernità ci conduce oltre, nella misura in cui il cambiamento accelerato rende tutto ciò che è umano (come le nostre relazioni più vicine) fragile e disfatto. La realtà di questo movimento e fluidità è stata elevata a virtù da pensatori postmoderni, che celebrano l’indecisione come condizione universale. Tutto è un fluire, fuori dal contesto; immagini e punti di vista sono effimeri e validi come tanti altri.

    Questo è il punto di vista della totalità postmoderna, la posizione dalla quale i postmoderni condannano qualsiasi altra prospettiva. Il fondamento storico della postmodernità è sconosciuto in sé, per avere una fondamentale avversione a descrizioni generali e alla totalità. Ignorando l’idea centrale di Kaczynski (Industrial Society and Its Future, 1996) che il significato e la libertà siano progressivamente proscritte dalla moderna società tecnologica, ai postmoderni non interesserà nemmeno il fatto che Max Weber scrisse la stessa cosa circa un secolo fa. O che il movimento della società, per dirla così, sia la verità storica che i postmoderni analizzano così in astratto, come fosse una novità che essi solo (parzialmente) capiscono.

    Evitando di cogliere la logica del sistema come un tutto, per via di un numero di aree del pensiero proibite, la posizione di questi ingannevoli turbatori dell’anti-totalità viene ridicolizzata da una realtà che è più totalizzata e globale che mai. La resa dei postmoderni è un chiaro riflesso dei sentimenti di abbandono che attraversano la cultura. L’indifferenza etica e l’auto-assorbimento estetico si uniscono nella paralisi morale, nell’atteggiamento postmoderno di rifiuto della resistenza. Non sorprende che un non occidentale come Ziauddin Sardan (Postmodernism and the Other, 1998) giudichi che la postmodernità preservi –anzi aumenti- tutte le strutture classiche e moderne di oppressione e di dominio.

    La moda culturale predominante può darsi che non goda molto più della sua vita ritirata. Dopotutto è solo l’ultima offerta del mercato al dettaglio della rappresentazione. Per sua natura, la cultura simbolica genera distanza e mediazione, carichi evidentemente inesorabili della condizione umana. L’identità è stata solo una trappola del linguaggio, dice Althusser. Siamo condannati a non essere altro che i modi attraverso i quali il linguaggio progredisce autonomamente, ci informa Derida

    Il simbolico come impero

    L’esito dell’imperialismo del simbolico è il triste luogo comune per il quale l’essere umano concreto non gioca alcun ruolo essenziale nel funzionamento della ragione o della mente. Anzi, è vitale per eliminare la possibilità che le cose siano state diverse una volta. La postmodernità elimina risolutamente il soggetto all’origine, la nozione che non sempre siamo stati definiti e reificati dalla cultura simbolica. La simulazione su computer è l’ultimo avanzamento nella rappresentazione. Il suo potere di de-corporare fantasie è esattamente parallelo all’essenza centrale della modernità.

    L’istanza postmoderna si rifiuta di ammettere la triste realtà, con le evidenti radici e la dinamica essenziale. La tempesta del progresso di Benjamín spinge in avanti su tutti i fronti. Interminabili evasioni estetico-testuali si ammassano per la classificazione delle codardie. Thomas Lamarre offre una tipica apologia postmoderna sul tema. La Modernità come un processo o rottura e re-inscrizione: le modernità alternative implicano un’apertura all’alterità all’interno della modernità Occidentale, nello stesso processo di ripetizione o re-inscrizione. E’ come se la stessa modernità fosse la decostruzione. (Impacts of Modernities, 2004).

    E’ solo che non è così, come se sottolinearlo fosse necessario. La decostruzione e la de-totalizzazione non hanno nulla in comune! La decostruzione gioca il suo ruolo nel mantenimento di tutto il sistema, che è una vera e propria catastrofe, quella attuale, che sta avanzando.

    L’era della comunicazione virtuale coincide con l’abdicazione postmoderna, un’era di indebolimento della cultura simbolica. La connessione debilitata e al ribasso trova il suo analogo nella feticizzazione del sempre cangiante, del significato senza base testuale. Inghiottito da un ambiente che è più e più un aggregato di simboli, la decostruzione abbraccia la sua prigione e dichiara di essere l’unico mondo possibile. Ma il deprezzamento del simbolico, includendo l’analfabetismo e il cinismo riguardo la narrativa in generale, possono condurre verso la direzione della messa in discussione di tutto il progetto civilizzatore. Il fallimento della civilizzazione al suo livello più fondamentale si rende così evidente come i suoi moltiplicatori effetti mortali a livello personale, sociale ed ambientale.

    Le preghiere devono essere confinate nei musei se persiste la vacuità della scrittura, così ha predetto Georges Bataille. Il linguaggio ed il simbolico sono le condizioni della possibilità della conoscenza, in accordo a Derrida ed altri. Tuttavia al contempo vediamo una diminuzione costante nella comprensione. L’apparente paradosso di un’assorbente dimensione di rappresentazione e una diminuzione del significato fa finalmente in modo che la prima si renda suscettibile –prima di dubbio, poi di sovversione.

    Husserl ha cercato di stabilire un’approssimazione al significato basandosi sul rispetto dell’esperienza/fenomeno così come ci si presenta, prima di essere ri-presentata dalla logica del simbolismo. Non è una piccola sorpresa che questo sforzo sia stato un obiettivo centrale della postmodernità, che ha capito la necessità di estirpare questa visione.

    Jean Luc Nancy succintamente esprime quest’opposizione decretando che Non abbiamo idea, né memoria, né presentimento di un mondo che sostenga (sic) l’uomo nel suo seno (The Birth to Presence, 1993). Quanto disperatamente coloro che collaborano con l’incubo dominante resistono al fatto che, durante i due milioni d’anni precedenti alla nostra civilizzazione, questa terra fosse precisamente un luogo che non ci abbandonò e che ci sostenne nel suo seno.

    Minacciati dalla malattia dell’informazione e dalla febbre del tempo, la nostra sfida è quella di esplorare la continuità della storia, come si rese conto Benjamín nel suo ultimo e migliore pensiero. Il vuoto, l’omogeneità, l’uniformità devono dar luogo al presente non intercambiabile. Il progresso storico è fatto di tempo, che fermamente è divenuto una mostruosa materialità, regolando e misurando la nostra vita. Il tempo del non addomesticamento, del non tempo, permetterà in ogni momento di essere pieno di coscienza, sentimento, saggezza e ritorno all’incanto. Si può restaurare la vera durata delle cose quando elimineremo il tempo e le altre misurazioni del simbolico. Derrida, nemico giurato di questa possibilità, basa il suo rifiuto nella provata esistenza eterna della cultura simbolica: la storia non può terminare, perché il gioco costante del movimento simbolico non può terminare. Quest’auto da fé è un voto contro la presenza, l’autenticità e tutto ciò che è diretto, concreto, particolare, unico e libero. Stare aggrappati al simbolico è solo la nostra attuale situazione, non una sentenza eterna.

    Un mondo di simulazioni

    E’ il linguaggio quello che parla, nella frase di Heidegger. Ma è sempre stato così? Questo mondo è pieno di immagini, simulazioni –come risultato di scelte che possono apparire irreversibili. Una specie, in poche migliaia di anni, ha distrutto la comunità e creato un disastro. Un disastro chiamato cultura. I vincoli che ci legano alla terra ed agli altri –eccetto l’addomesticamento, le città, la guerra, ecc.- sono stati danneggiati, ma non possono essere curati?

    Sotto il segno della civilizzazione unitaria è stato tenuto sveglio il possibile attacco fatale contro qualsiasi cosa viva e diversa, affinché tutti possiamo vederlo. La Globalizzazione, di fatto, ha solo intensificato quanto era in marcia molto prima della modernità. La colonizzazione e l’uniformità instancabilmente sistematizzata poste prima in movimento per controllare e domare, hanno adesso nemici che le vedono così come sono e ciò conduce alla fine, a meno che non sia sconfitto. La scelta all’inizio della storia è stata, come adesso, quella tra la presenza contro la rappresentazione.

    Gadamer descrive la medicina, fondamentalmente, come la restaurazione di ciò che appartiene alla natura. La cura, come la rimozione di tutto ciò che lavora contro la meravigliosa capacità della vita di rinnovarsi da se stessa. Ritengo che lo spirito dell’anarchia sia simile. Togliamo ciò che ostacola il nostro cammino ed è tutto lì, sperando in noi stessi.

    Note:

    Articolo pubblicato sul nr. 40 (dic. ’04) del periodico anarchico venezuelano “El Libertario”
    www.nodo50.org/ellibertario
    Traduzione: lubrijant@anarcotico.net

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