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    L'ultimo saggio del sociobiologo americano Edward O.Wilson riflette sull’autodistruzione a cui sta andando incontro la Terra. «Il nostro posto nella biosfera è riflettere sulla creazione e proteggere il pianeta vivente»

    "Il futuro della vita"

    Edward O.Wilson Editore Codice € 22,00 Dati XXIV-230 p., brossura (cur. Pievani T.)
    Anno 2004
    26 gennaio 2005 - Omero Paolucci

    copertina «Pianta un albero e poi aspetta», recita un antico proverbio africano. E non è un caso se proprio a una keniota che sembra aver fatto di quel detto una norma di vita è stato conferito il Premio Nobel per la pace del 2004 : Wangari Muta Maathai, biologa e docente di Veterinaria, unisce l'impegno in difesa dell'ambiente alla lotta contro la povertà e la discriminazione delle donne. Facendo diventare molte sue connazionali "guardaboschi senza diploma", la Maathai ha fondato il movimento Green Belt ("Cintura Verde"), il cui scopo principale è quello di proteggere la natura africana dai pericoli della desertificazione e della deforestazione e contemporaneamente di migliorare la qualità della vita delle donne e degli uomini che vi abitano.

    La studiosa keniota potrebbe essere considerata la più fedele interprete di quell'etica ambientalista che Edward O. Wilson invoca nel suo ultimo saggio intitolato Il futuro della vita (Codice Edizioni, 230 pagine, 22,00 euro). Non si tratta del consueto, banale grido di allarme sullo stato di salute della Terra : il biologo ed entomologo (anzi mirmecologo, studioso delle formiche) di Harvard, considerato la massima autorità mondiale per gli studi sulla biodiversità, fa una vera e propria chiamata alle armi contro un modello di sviluppo economico, demografico e tecnologico che ha costretto l'umanità in un "collo di bottiglia". "All'inizio del terzo millennio - profetizza Wilson - è in arrivo un armagheddon. Ma non si tratta della guerra cosmica e del fiammeggiante tracollo del genere umano previsto dalle Sacre Scritture. Il pianeta va in rovina a causa di un'umanità rigogliosamente pingue e ingegnosa."

    Una diagnosi che non lascia spazio a illusioni. Se noi uomini continueremo a sfruttare in modo irrazionale le risorse del pianeta e a favorire un progresso tecnologico che non tiene alcun conto dell'impatto sull'ambiente, perderemo la più grande ricchezza di cui la natura ci abbia fatto dono, essenza stessa della vita : la biodiversità.
    Non è solo una preoccupazione di carattere "estetico" : il mondo, certo, sarebbe meno bello senza animali come l'aquila delle Filippine, il gibbone di Hainan, la marmotta delle Isole Vancouver o uno degli altri membri del "club dei cento battiti", ossia di quel gruppo di specie che consistono in appena un centinaio di individui e che dunque sono a "cento battiti" dall'estinzione totale.

    Ma la cosa più spaventosa è che l'impoverimento della natura potrebbe avere effetti disastrosi sulla nostra salute. Basta pensare alla quantità di sostanze curative che sin dai tempi più antichi estraiamo dal mondo naturale - e a quelle, di certo più numerose, che dobbiamo ancora scoprire, - o ai benefici psicologici derivanti dal contatto con la natura : recenti studi dimostrano senza ombra di dubbio come gli uomini siano portati, per via di un sentimento innato che Wilson definisce "biofilia", a desiderare di vivere in prossimità di una distesa d'erba verde o di uno specchio d'acqua.

    È noto altresì come il contatto con la natura possa costituire un'efficace terapia per diversi disturbi mentali : è sufficiente la vista di un po' di verde per accelerare sensibilmente il tempo di guarigione di molti malati.
    Persino il volto più "oscuro" della natura - che si rivela con inondazioni, terremoti, uragani e altri cataclismi - è necessario alla completezza dell'esperienza umana : esso è il simbolo di quella dimensione selvaggia, di quella regione del mistero che da sempre è fonte di ogni poesia.

    Ma la natura non va protetta solo per i benefici che ci offre, ma anche per la parentela che ci unisce a lei, e che è dimostrata dal fatto che noi condividiamo con le altre specie viventi le stesse strutture molecolari : anche i loro tessuti sono suddivisi in cellule e il loro patrimonio genetico è contenuto nel DNA, trascritto nell'RNA e tradotto in proteine.
    Poiché è scientificamente provato, inoltre, che tutti gli organismi discendono da un antenato comune, è possibile affermare che "la biosfera nel suo complesso iniziò a pensare quando nacque l'umanità. Se le altre forme di vita sono il corpo, noi siamo la mente. Pertanto il nostro posto nella natura, considerato da una prospettiva etica, è riflettere sulla creazione e proteggere il pianeta vivente".
    Nello svolgimento di questo compito, la conservazione della diversità biologica occupa il primo posto, perché l'ecosistema terrestre ha un equilibrio molto complesso nel quale, come nel gioco dello sciangai, può essere sufficiente togliere un solo bastoncino per far crollare l'intera architettura.

    Un esempio lampante può essere quello del fitoplancton oceanico : quell'insieme di microscopici batteri e alghe non è solo la principale fonte di nutrimento per balene e capodogli, ma anche uno degli agenti principali nel controllo del clima mondiale ; si ritiene infatti che il solfuro di metile generato dalle sole alghe sia un fattore fondamentale nella formazione delle nuvole. E se si pensa che l'estinzione di una sola di queste specie di alghe potrebbe portare a scompensi imprevedibili nei fenomeni meteorologici, è facile immaginare cosa potrebbe accadere se a scomparire fossero interi tratti di foreste pluviali, che in pochi ettari ospitano migliaia di specie animali e vegetali.
    Ma come conciliare la salvezza delle nostre sorelle foreste con l'urgenza, altrettanto pressante, di sfamare una popolazione mondiale che ha ormai superato la soglia dei sei miliardi di individui ?

    Wilson non si limita a fare affermazioni di principio, ma offre indicazioni precise sui passi che è necessario compiere per uscire dal collo di bottiglia in cui l'umanità si è conficcata : per prima cosa bisogna concentrare ogni sforzo sui "punti caldi" del mondo, ossia sugli habitat più in pericolo che ospitano anche le più grandi concentrazioni di specie altrove introvabili - e tra questi ci sono innanzitutto le foreste pluviali ; - quindi è necessario completare la mappa della diversità biologica mondiale per rendere lo sforzo di conservazione il più possibile mirato ed efficace in termini di costi ; ma specialmente si deve far capire a tutti che la scelta della conservazione è economicamente vantaggiosa, dimostrando non solo a chi vive all'interno o nei pressi di una riserva naturale ma soprattutto ai governi dei vari Paesi - in particolare di quelli in via di sviluppo - che attività come ecoturismo o bioprospezione, o il commercio dei crediti delle emissioni gassose nocive delle zone incolte, possono produrre più reddito, poniamo, del taglio delle foreste per ricavarne legname o terre da coltivare.

    Perché l'argomento "quattrini" è sicuramente più efficace di ogni appello a ricordarsi della "somiglianza di famiglia" - per dirla con Ludwig Wittgenstein - esistente tra l'uomo e la foresta.

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