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    Dopo anni di negoziati, entra in vigore il protocollo di Kyoto

    Deludere i nostri sogni

    16 febbraio 2005 - George Monbiot
    Fonte: www.nuovimondimedia.it
    16.02.05

    Dopo anni di negoziati, entra in vigore il protocollo di Kyoto. Nessuno crede che basterà a risolvere il problema del cambiamento climatico. Perché siamo paralizzati dal terrorismo ma non ci preoccupiamo del collasso delle condizioni che rendono possibile la nostra vita?
    Siamo a metà febbraio e ho già piantato undici specie diverse di ortaggi; anche se i pacchetti dei semi dicono il contrario, so che attecchiranno.

    In questo paese, tutto – le giunchiglie, le primule, i mandorli, i calabroni, gli uccelli che fanno il nido – è in anticipo di un mese sul programma e questo fatto è meraviglioso. L’inverno non è più quella lunga e grigia attesa che era nella mia infanzia. È molto improbabile che ricapitino gelate come quelle che il paese ha sofferto nel 1982 e nel 1963, a meno che la Corrente del Golfo non si fermi. Le estati saranno lunghe e calde. In tutto l’alto emisfero settentrionale, finora, il cambiamento di clima è stato clemente con noi.

    Questo è sicuramente uno dei motivi per cui ci rimane così difficile accettare ciò che i climatologi ci dicono in questo momento. Nelle nostre mitologie, l’arrivo in anticipo della primavera è visto come una ricompensa per la virtù. “Perché, ecco, l’inverno è passato”, esulta Salomone, il prediletto di Dio. “È cessata la pioggia, se n’è andata/i fiori sono apparsi nei campi/il tempo del canto è tornato”(1). Come può qualcosa che suona così bene essere il risultato di un fenomeno negativo?

    Domani, dopo 13 anni di negoziati, entra in vigore il protocollo di Kyoto sul cambiamento del clima. Nessuno crede che questo protocollo – che obbliga 30 nazioni industrializzate a ridurre l’emissione di gas serra del 4,8% - basterà a risolvere il problema. La data di scadenza è il 2012 e, grazie al sabotaggio degli Stati Uniti, finora non è stato fatto niente per una sostituirla (2). Si basa sulla parola dei peggiori trasgressori, gli Stati Uniti e l’Australia, e non impone alcuna limitazione ai gas prodotti dai paesi in via di sviluppo. I tagli che applica sono di un ordine di grandezza troppo piccolo per far sì che la concentrazione di gas serra si stabilizzi a un livello vagamente vicino alla soglia di sicurezza (3). Tuttavia, anche questo debole accordo è minacciato dalla nostra compiacenza, se permettiamo che venga abbandonato il percorso sul clima che abbiamo intrapreso.

    Perché accade questo? Perché siamo paralizzati dal terrorismo ma non ci preoccupiamo del collasso delle condizioni che rendono possibile la nostra vita? Una ragione è certamente il divario tra le nostre aspettative e le nostre osservazioni. Se i cambiamenti climatici devono far diventare la nostra vita un inferno, dato che nel corso della storia dell’evoluzione siamo sopravvissuti trovando esempi nella natura, ci aspettiamo che l’orrore cominci a farsi vedere. È vero che alcune migliaia di persone nei paesi ricchi sono morte a causa di allagamenti e ondate di calore, ma la sensazione dominante, che tutti sperimentiamo quasi ogni giorno, è quella di essere stati benedetti dall’inquinamento.

    Invece le conseguenze dei nostri peccati di gola le pagano gli altri. I climatologi, che si sono incontrati questo mese alla conferenza del governo a Exeter, hanno asserito che un aumento di appena 2,1 gradi, che si verificherà quasi sicuramente in questo secolo, metterà tre miliardi di persone nella situazione di dover fronteggiare la violenza dell’acqua (4); cosa che a sua volta potrebbe risultare in decine di migliaia di morti. Ma la stessa voce pacata, che ci dice che i cambiamenti di clima significano inverni miti e primavere precoci, ci informa che, in paesi come il Regno Unito, abbiamo la possibilità di comprarci una via d’uscita. Mentre il prezzo del cibo andrà alle stelle e il mondo verso il deficit, chi è abbastanza ricco da aver causato il problema per almeno un paio di generazioni potrà permettersi di ignorarlo.

    Un altro motivo è che esiste un’industria molto ben finanziata che ha lo scopo di rassicurarci e che ha un costante accesso garantito ai media. I suoi professionisti sono insigniti del titolo di “scettici”: se davvero fossero tali sarebbero i benvenuti. Lo scetticismo (la parola latina significa “indagatore” o “riflessivo”) è il mezzo attraverso il quale la scienza avanza, senza di esso staremmo ancora strofinando bastoncini di legno tra loro.

    Ma la maggior parte di quelli che chiamiamo scettici non lo sono affatto. Sono PR, leali alla Exxon Mobil (dalla quale molti di loro sono pagati), che hanno ricevuto il compito di iniziare dalla conclusione e poi inventare argomenti per giustificarla (5). La loro presenza in trasmissioni come il programma Today della BBC potrebbe essere meno opinabile se, ogni volta che si parla di AIDS, venisse chiesto a qualcuno di obiettare che non è causato dall’HIV, oppure se ogni volta che un razzo viene lanciato in orbita, la Società della Terra Piatta fosse invitata a dimostrare che ciò non è possibile. In realtà, i nostri canali mediatici più rispettabili danno alla Exxon Mobil ciò per cui li ha pagati: creano l’impressione che esista un dibattito scientifico significativo, quando invece non c’è.

    Esiste un altro problema più grande. Se negare il cambiamento climatico non è in sintonia con la scienza, è invece compatibile con le prospettive di quasi tutti gli economisti del mondo. L’economia moderna, per quanto influenzata da Marx o Keynes o Hayek, si basa comunque sulla premessa che il pianeta ha una capacità infinita di rifornirci di ricchezze e di assorbire l’inquinamento che produciamo. Il rimedio per tutti i mali è la crescita smisurata, ma questa, in un mondo limitato, è impossibile. Sfilando questo tappeto da sotto i piedi delle teorie dominanti, tutto il sistema di pensiero crolla.

    Ma questa è una cosa fuori discussione. Delude i sogni della sinistra come della destra, di ogni bambino, genitore, lavoratore; distrugge qualunque nozione di progresso. Se il motore di quest’ultimo, cioè la tecnologia che amplifica gli sforzi umani, è servito soltanto ad accelerare la nostra corsa alla rovina, allora tutto ciò che credevamo vero in realtà è falso. Dopo essere stati educati a credere che è meglio accendere una candela che maledire il buio, ora stiamo scoprendo che è meglio stare al buio piuttosto che appiccare il fuoco alla casa.

    I climatologi smascherano gli economisti, accusandoli di essere utopisti fantasiosi, a capo di un culto millenaristico folle come ogni fondamentalismo religioso, ma molto più pericoloso. Tuttavia le loro teorie governano la nostra vita, quindi coloro che credono ancora nella validità di fisica e biologia vengono ridicolizzati da un consenso globale, che però è basato su illusioni.

    Questo ci fornisce, credo, un'ulteriore ragione per distogliere lo sguardo. Se i terroristi ci minacciano, questo dimostra che contiamo qualcosa, che siamo un nemico importante da uccidere; conferma la grande letteratura delle nostre vite, nella quale ci dibattiamo tra buoni e cattivi verso uno scopo ultimo. Ma non c’è gloria nel cambiamento del clima, la storia che ci racconta è quella dei lieviti nella botte, che mangiano ed digeriscono finché non sono avvelenati dai loro stessi rifiuti. Una fine troppo squallida per la nostra concezione antropocentrica del mondo.

    La sfida del cambiamento climatico non è, innanzitutto, di tipo tecnologico. È ampiamente possibile ridurre il nostro impatto sull’ambiente investendo sul rendimento dell’energia, anche se, come concluso dalla conferenza di Exeter, “miglioramenti nel rendimento dell’energia, con l’attuale sistema di mercato, non sono sufficienti a compensare l’aumento della domanda causato dalla crescita economica”(6). Si può generare molta più energia di quanta ne consumiamo con sistemi non nocivi. Ma se i nostri leader politici devono salvare le persone più che le loro fantasie, il modo in cui concepiamo noi stessi deve iniziare a cambiare. Riusciremo a contrastare il cambiamento climatico solo se accettiamo il fatto che apparteniamo al mondo materiale.

    Note:

    1. Cantico dei Cantici, 2, 11-12
    2. Vedi: George Monbiot, “America’s War with Itself”, the Guardian, 21 dicembre 2004. Disponibile anche su http://www.monbiot.com/archives/2004/12/21/americas-war-with-itself-/
    3. New Scientist (3 febbraio 2005) riporta uno studio di Malte Meinshausen dall’Istituto Federale di Tecnologia di Zurigo, che suggerisce che entro il 2050 le emissioni globali di carbone dovranno abbassarsi di circa il 30-50%rispetto al 1990, per poter stabilizzare il livello di CO2 nell’atmosfera a 450 particelle su un milione. Questo introdurrebbe “un 50% di possibilità che l’aumento medio della temperatura mondiale non sarà superiore ai 2°C per il 2050”. La relazione della conferenza di Exeter (vedi la nota 6.) avverte che “far sì che il riscaldamento aumenti solo di 2°C con relativa certezza implica che la concentrazione equivalente di CO2 resti al di sotto di 400 ppm”. Ma anche 2°C è un livello molto superiore a quello in cui fenomeni grave impatto sono percepiti da migliaia di milioni di persone.
    4. The Meteorological Office, 1-3 febbraio 2005. “Avoiding Dangerous Climate Change”, Tavola 2. Impatti sul sitema umano dovuti all’innalzamento della temperatura, il cambiamento delle precipitazioni e l’aumento degli eventi estremi. http://www.stabilisation2005.com/impacts/impacts_human.pdf
    5. Vedi ad esempio: anonimo, “Meet the sceptics”, New Scientist, 12 febbraio 2005; e anche www.exxonsecrets.org
    6. The Meteorological Office, 3 febbraio 2005. “International symposium on the stabilisation of greenhouse gases: Report of the Steering Committee”, Hadley Centre, Met Office, Exeter, UK http://www.stabilisation2005.com/Steering_Commitee_Report.pdf

    Fonte: http://www.monbiot.com/archives/2005/02/15/mocking-our-dreams/
    Traduzione di Federica Alessandri per Nuovi Mondi Media

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