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L’omicidio per questioni legate al possesso della terra. La missionaria aveva ricevuto minacce di morte. Il presidente Lula chiede un’inchiesta e invia duemila soldati nel Parà

Sei colpi per uccidere la suora che difendeva l’Amazzonia

Dorothy, americana, aveva creato una zona protetta nella foresta vergine contro i taglialegna e gli speculatori
17 febbraio 2005 - Rocco Cotroneo

Doroty Stang Sei colpi al petto e in faccia, sparati da due metri contro una suora di 74 anni. La morte di una missionaria americana, arrivata dall’Ohio in Amazzonia trent’anni fa per difendere i poveri e la foresta, sta scuotendo il Brasile come non avveniva da tempo. C’è tutto nel sacrificio di Dorothy Stang, che ha accolto i suoi assassini sabato scorso leggendo loro brani della Bibbia: il sangue versato dai più deboli, l’impunità, lo strapotere dei fazendeiros , la devastazione della foresta amazzonica, l’incapacità del governo Lula di modificare rapporti di potere fermi all’epoca del colonialismo. E c’è la miseria e l’ignoranza, che porta due uomini, subito identificati, ad uccidere su commissione, forse senza nemmeno sapere perché, per quattro soldi. Anapu, una cittadina di 7.000 anime ricavata nella foresta, stato del Parà. La nostra striscia di Gaza, l’hanno definita i commentatori brasiliani, per i livelli di violenza e la guerra infinita attorno alla terra, ambita da tutti. Una foto del satellite mostra questo angolo di Amazzonia come una macchia verde scura pettinata da strisce più chiare, giallognole. È dove le motoseghe e il fuoco hanno già colpito. Ad ogni nuova strada che si apre nella foresta, la situazione peggiora. Non lontano da Anapu, a Tucuruì, lavora la cooperazione italiana, in un progetto per combattere gli incendi. «La violenza scaturisce dal meccanismo economico e dagli appetiti su queste terre - spiega il responsabile del progetto, Franco Perlotto -. Mani forti si impossessano di grandi aree falsificando documenti, poi arrivano gli incendi e la sottrazione di legname pregiato, in seguito la terra disboscata diventa pascolo e, alla fine del ciclo, viene rivenduta ai coltivatori di soia». La soia, in questo momento, è il maggior business del Brasile, di tutta l’America Latina. Il fatto che, in ultima analisi, diventi causa di morti a catena fa venire in mente l’altra ricchezza del continente, quella della coca. Secondo uno studio della Pastorale della Terra, un’entità della Chiesa brasiliana, lo Stato del Parà è in testa con 521 morti in 18 anni alla classifica degli omicidi per questioni legate al possesso di terra. Solo una manciata i casi risolti.

Suor Dorothy sapeva bene che il suo lavoro dava fastidio a tanti, in questa catena di interessi forti. Nel «Progetto di sviluppo sostenibile Esperança», che aveva messo in piedi dieci anni fa ad Anapu, l’obiettivo era l’armonia tra la foresta vergine e le necessità economiche della popolazione. Solo 400 famiglie, in un’area gigantesca di 1.400 chilometri quadrati, vivevano di agricoltura a bassa intensità e prodotti della foresta. Una piccola utopia. Estranea, lontana dalle direttive guida della politica nazionale, che punta sul grande agrobusiness indirizzato alle esportazioni di cereali e di carne ed è favorevole all’apertura di nuove strade. E soprattutto in netto contrasto con gli appetiti locali. Le terre custodite da suor Dorothy erano difficilmente accessibili alle squadre di taglialegna e alle chiatte che trasportano a valle i preziosi tronchi di mogano, il più pregiato legname dell’Amazzonia. Pochi giorni fa, il governo Lula ha dovuto cedere alle violente proteste dei madereiros , i commercianti di legname, che minacciavano di bruciare tutto e inquinare i fiumi con sostanze chimiche se non fosse stato ritirato un decreto di forte limitazione dell’uso della terra.
In una intervista, tre anni fa, la missionaria aveva parlato per la prima volta di minacce di morte e puntato l’indice sulle grandi imprese del legname. «Se riceverò una pallottola, già sapete da dove è partita», aveva detto. Poi aveva denunciato la non collaborazione della polizia locale, che anzi la vedeva come una pericolosa agitprop. Pochi giorni prima di morire, infine, aveva incontrato Nilmario Miranda, il sottosegretario ai diritti umani del governo.

Da Brasilia, si fa notare oggi che alla religiosa era stato proposto uno schema di protezione, che lei ha rifiutato.
Nel 1988, l’assassinio di Chico Mendes, il simbolo della preservazione dell’Amazzonia e dei raccoglitori di caucciù, aveva scosso il mondo e aperto una nuova era in Brasile nella questione ambientale. Oggi al ministero dell’Ambiente c’è Marina Silva, che di Mendes è considerata la pupilla e l’erede. La Silva, che poco ha potuto in questi due anni di governo contro l’ala dominante del governo Lula, ha riconosciuto che l’omicidio di suor Dorothy è l’episodio più grave da allora. Per Lula non sono giornate facili. Raggiunto dalla notizia mentre era impegnato nell’ennesimo viaggio all’estero, ha spedito nel Parà due ministri e duemila soldati e chiesto una indagine rigorosa e severa. Ma è stato criticato per non aver partecipato ai funerali dell’ultima vittima dei poteri forti del Brasile, sulla lotta ai quali ha costruito la sua fortuna politica.

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