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    "L'uomo è ciò che mangia"

    L’alimentazione ha sempre avuto una valenza culturale, etica, sociale, soggettiva altresì che psichica.
    18 febbraio 2005 - Davide Ranzini

    Composizione di frutta

    Dichiarare di questi tempi che l’uomo è ciò che mangia, riprendendo un vecchio gioco di parole coniato dal filosofo tedesco Ludwig Feuerbach potrebbe sembrare un' asserzione senza senso, una boutade, una provocazione fine a se stessa. Ma un fatto è certo: quello che sin dai tempi più remoti gli uomini hanno sempre cercato e avuto l’istinto di rafforzare il legame tra corpo e spirito anche e soprattutto attraverso l’alimentazione. “ Il cibo porta con sé delle qualità legate alla vita animica che non si esauriscono nella sfera del sentire personale, del piacere o dispiacere, della simpatia o antipatia, ma agiscono fin dentro la vita spirituale dell’uomo”, scrive il medico Sergio Maria Francardo ne “ I semi del futuro ”.

    L’alimentazione ha sempre avuto una valenza culturale, etica, sociale, soggettiva altresì che psichica. Per fare solo un esempio già lo storico Erodoto evidenziava nelle sue Storie, differenze importanti tra popolazioni prevalentemente carnivore e non. Osservando come le prime fossero più propense all’arte della guerra mentre quelle vegetariane fossero più rivolte ad una creatività di tipo spirituale.

    Oggi, molto velocemente, questo patrimonio e questa consapevolezza istintiva vengono sempre più a mancare, mentre il tentacolare processo di globalizzazione con i suoi più convinti fautori ci vuole convincere della bontà dei cibi manipolati geneticamente adducendo essere anche, in termini sociali: l’unica soluzione al problema della fame nel mondo, convinzione peraltro senza alcun fondamento oggettivo perché la fame: “ è prima di tutto una conseguenza di sistemi sociali ingiusti, perché è prodotta da un ordine di valori immorale, perché deriva da forme di agricoltura distruttive della natura ”, come evidenzia giustamente la coraggiosa no global Vandana Shiva, direttrice dell’Istituto di ricerca di Nuova Delhi. Il rischio perciò, davvero incombente, è che vengano abbattute definitivamente anche quelle differenze culturali tra le più profonde e radicate che l’uomo conosce sin dalla notte dei tempi, quelle appunto dell’alimentazione.

    Il progetto mondiale biocida delle industrie, poi multinazionali dell’agro-alimentare, prende avvio nelle società occidentali subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale del secolo scorso, lungo le linee dettate dalle logiche di un sempre più crescente consumo e profitto, attraverso i progressi massicci di una tecnoscienza strumentalizzata. Un degrado che ha colpito, negli anni, anche nei suoi connotati sociali più marcati il tradizionale rituale familiare dello stare a tavola, della cucina di casa, del convivio domestico, per arrivare in poco tempo, alle consolidate e quotidiane deleterie abitudini dei self-service, dei take-away, delle tavole calde, delle mense aziendali che istituite dopo, anche giuste lotte sindacali, per via di pasti precucinati, sono gestite in modo da peggiorare ancor di più il livello alimentare medio, fino agli abominevoli e inquinanti Mac Donald’s.

    Un diktat progressivamente imposto dalle lobbies dell’agro-alimentare e dalla sua potente appendice pubblicitaria. Un contesto artificiale dove sempre più cinicamente, quelli che sono gli aspetti più deleteri e pericolosi per la salute del cittadino sono sapientemente celati (ricordiamoci che nel nostro occidente la prima causa di morte, circa un decesso su due, sono le malattie cardiocircolatorie legate, per accordo della totalità degli studiosi, ad errori alimentari. I tumori, una causa di morte ogni tre decessi, è attribuibile in buona parte a eccessi e squilibri nella nutrizione.

    Pochi sanno, ad esempio che in media, annualmente ingurgitiamo, circa 4 kg di additivi e molti di loro non sono assolutamente innocui, come i nitriti legalmente aggiunti agli insaccati e alle carni conservate per ravvivarne il colore !).

    Dell’inizio del lento e inesorabile declino dell’agricoltura, del suo sfruttamento intensivo e delle sue conseguenze nella nostra penisola ne scrive approfonditamente Aldo Sacchetti medico igienista e figura storica mai compromessa, dell’ambientalismo italiano nel libro L’ uomo antibiologico un classico della letteratura ecologista di qualche anno fa, sempre drammaticamente attuale. Scrive il Sacchetti: “Secondo dati dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (riportati dal ministero italiano dell’agricoltura) a fine secolo l’area mondiale delle terre coltivate risulterà diminuita di circa 300 milioni di ettari rispetto al 1975. In Italia, dove lo stupro ambientale è particolarmente intenso, questo processo involutivo ha colpito nell’arco di poco più di un trentennio quattro milioni e 900 mila ettari: un’estensione pari a quella di Piemonte e Lombardia, il 16% del territorio nazionale. In molti casi la riduzione della superficie agraria utilizzata, lungi dall’essere compensata da un maggior resa del raccolto, ha gravemente compromesso proprio le produzioni più ricche di principi nutritivi, come quella delle leguminose, cui, evidentemente, non si perdona d’essere tra le colture meno bisognose di fertilizzanti artificiali.
    Da tutto ciò si ricava oggettivamente che unico scopo dell’industria è vendere all’agricoltura i propri prodotti e trarre da essa materie prime per le proprie lavorazioni. L’agricoltore viene persuaso e reso complice con la promessa di una più alta produttività del lavoro e ( è la stessa dinamica della persuasione che si ripete oggi con le sementi ogm ndr), almeno in questa fase della terra: L’analisi qualitativa della strategia agricola nei paesi sviluppati prova che essa è funzionale non al bisogno nutritivo della popolazione ma a interessi speculativi. Viene sostenuta, per esempio, la coltura della barbabietola da zucchero, perché con questa ha fatto fortuna l’imprenditoria saccarifera; del girasole perché i suoi semi si offrono all’estrazione chimica di olio commestibile e all’industria delle vernici, della carta, all’alimentazione degli allevamenti avicunicoli. In un paese come l’Italia, dove il diabete è una grave piaga sociale, il terreno riservato alla barbabietola da zucchero era, nel 1981, più che doppio di quello destinato a tutte le leguminose. Dimostrativa e determinante nell’orientamento complessivo degli indirizzi agricoli è la zootecnia intensiva. Divoratrice inesauribile di mangimi integrati, antibiotici, chemioterapici, ormoni e medicinali di ogni genere, sicuro recapito di impianti e attrezzature, anche automatiche, essa fa devolvere all’alimentazione animale circa un terzo del raccolto mondiale di cereali, colture che richiedono oggi un largo impiego di concimi chimici e pesticidi”.

    Al più presto oggi urge ridefinire, allargando il discorso fuori dall’alimentazione che ha un ruolo primario, il rapporto tra l’uomo e la biosfera quale primo essenziale requisito per provocare una reazione di cambiamento reale e radicale partendo da concetti molto semplici come il pensare che l’uomo appartiene alla terra e non la terra all’uomo, e ancora: che l’uomo ha bisogno della terra e non viceversa ( in sostanza due antichi adagi di tutte le culture ancestrali ).

    Il mondo è tutt’uno, ci insegna Aldo Sacchetti, e le relazioni che “percorrono” gli esseri biologici sono infinitamente più complesse del singolo segmento che si riesce a isolare. Preme la necessità di scegliere: da un lato lo sviluppo come comunemente viene inteso, dall’altro una scelta di salute e dunque di rispetto dell’ eco-sistema. Il mondo è in modo drammatico di fronte a questa scelta; continuare in una crescita con un continuo consumo di risorse e di produzione di scorie, o dare nuovo significato alla parola sviluppo, incentrandolo sui temi della qualità della vita e delle relazioni sociali. temporale

    Di fatto potrà riuscirci solo un pensiero riorientato da questa lucida consapevolezza, per sostenere le scelte etico-pratiche di una società olistica, autoregolata, sobria, al minimo dei bisogni e dei consumi, in armonia con la natura. Bisogna per forza credere alla “ forza inventiva dell’uomo” scriveva il filosofo Hans Jonas qualche anno prima di morire: “ e alla sua scaltrezza vitale, alla sua capacità di vedere, progettare, dominarsi, fare e seguire leggi. Egli inventerà anche degli strumenti contro ciò che proviene da lui medesimo. Questo potrebbe comportare dolori, ma non posso credere che l’umanità voglia barcollare ad occhi aperti verso la propria apocalisse”.

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