Educazione civica europea

Libertà - L'ABC dell'Europa di Ventotene

La voce L di libertà del dizionario illustrato "L'ABC dell'Europa di Ventotene" (Ultima Spiaggia, Genova 2022, seconda edizione). Quest’opera è stata rilasciata con la Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.
26 marzo 2022

di Tommaso Visone*

La libertà.

In un bel cartone Disney del 1990, Bianca e Bernie nella terra dei Canguri, si vede l’iguana Frank impazzire di felicità nel momento in cui può finalmente uscire dalla gabbia dentro cui era stata chiusa. “Sono liiiberooo!” grida Frank e dalla sua gioia si percepisce quanto per tutti noi la libertà sia un bene fondamentale, una di quelle cose senza cui non si può vivere. Ma che cos’è la libertà? E perché è così importante?

Una parola per dire tante cose

Come spesso capita quando si parla di parole dall’uso frequente nella nostra società, con il termine libertà possiamo dire tante cose diverse tra loro. Vediamone alcune.

1) Secondo una prima accezione molto diffusa siamo liberi nel momento in cui non c’è nulla che, come la gabbia di Frank, arresti la nostra azione. Siamo liberi in assenza di vincoli, di impedimenti. Come un calciatore che ricevendo la palla riesca a vedere la porta e a smarcarsi per calciare, evitando l’ostacolo costituito dagli avversari – si dice per l’appunto che “si libera per il tiro” – così noi rimuovendo ciò che arresta il nostro movimento e più in generale la nostra vita diventiamo liberi. Quindi, tornando a Frank, una volta usciti dalla gabbia, una volta eliminato ciò che ci teneva bloccati dentro la stessa, possiamo dire “siamo liiiiberiii!”.

2) Tuttavia a molti quest’idea di libertà non sembra del tutto soddisfacente. E se noi fossimo sotto l’influenza di un potere o di un contesto che, anche senza porci ostacoli diretti, ci influenzasse al punto da non farci fare ciò che vorremmo fare? Prendiamo un allenatore che ci educasse a fare solo passaggi verticali, noi nel corso di una partita, anche senza avere una sua indicazione, ma solo grazie alla sua presenza a bordo campo, tenderemmo a fare solo passaggi verticali anche quando vorremmo fare passaggi orizzontali (o magari avventurarci in un dribbling).

Nel cartone, ad esempio, Frank dopo essere uscito, alla sola presenza del cattivo, rientra da solo per paura nella gabbia. In entrambi i casi, pur in assenza di ostacoli diretti, ci comportiamo secondo una volontà che non è la nostra, ovvero non siamo liberi nella misura in cui la nostra vita dipende, anche solo potenzialmente, da una scelta altrui. Ad esempio, se non gioco come dice il mister, mi può togliere, non è assolutamente detto che lo faccia ma basta che io sia a conoscenza di questo suo potere per comportarmi di conseguenza.

Secondo questa posizione siamo liberi solo quando non siamo sotto l’influenza delle possibili scelte altrui, che si manifestino o meno.

Vi è infine un’altra visione che pensa che la libertà consista nella capacità di darci da soli e nel poter seguire quei vincoli (regole, norme, leggi, ecc.) che ci consentono di realizzare noi stessi, i nostri obiettivi e desideri.

Ad esempio se volessi diventare un calciatore bravo a tirare le punizioni dovrò esercitarmi molto sulle stesse, magari restando (e potendo restare) alla fine dell’allenamento a calciarne tante. Se facessi solo quello che mi va, seguendo i capricci del momento e senza pormi dei vincoli, non realizzerei mai questo mio obiettivo. Lo stesso vale per Frank che, per uscire dalla sua gabbia, deve passare tanto tempo nel provare a scardinare la stessa, esercitandosi con la coda nella serratura e rinunciando a dormire o a fare altre cose. In questo senso anche si parla, ad esempio nel → MANIFESTO DI VENTOTENE, si parla di libertà quando si dice che “l’uomo non deve essere un mero strumento altrui ma un autonomo centro di vita”. In questa frase il termine chiave è autonomo (dal greco autos nomos, darsi da soli delle leggi). In questo caso si è liberi non in assenza di vincoli, o con pochi vincoli, ma quando siamo nella condizione di divenire tramite gli stessi – visti come necessari e scelti da noi – ciò che immaginiamo di noi (grandi tiratori di punizioni, iguane all’aria aperta, ecc.).

Ora è importante sottolineare come queste concezioni distinte della libertà finiscano, nel voler vivere una vita libera, per essere connesse le une alle altre. Sarà difficile poter realizzare se stessi se si finisce in una gabbia come Frank, o risulterà improbabile che si riesca a rimuovere un qualsiasi ostacolo – fosse anche il difensore che ci marca – se non abbiamo dentro di noi un’idea della finalità per la quale vogliamo farlo e quindi una convinzione che ci porta a fare lo sforzo del caso.

Perché la libertà è importante?

Ciò premesso perché riteniamo importante la libertà, al punto in certi casi estremi, da preferire la stessa morte ad una vita senza di essa? Ad esempio, in un famoso dialogo della Divina Commedia,

Virgilio presenta Dante a Catone l’Uticense dicendo “Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”, facendo riferimento al reale suicidio dello stesso Catone nel 46 a.C. Ma come può essere possibile una tale scelta apparentemente autodistruttiva? Questo perché la libertà si lega inevitabilmente al significato che diamo alla nostra vita. Infatti noi come esseri umani abbiamo coscienza, unica tra i mortali, di essere destinati alla fine, ed è tale coscienza che ci spinge a dare un senso a quello che facciamo, senza il quale non riusciremmo a vivere per l’angoscia o per l’insensatezza delle nostre stesse azioni. Il che implica anche, per dirla con un famoso filosofo francese (Jean Paul Sartre), che noi, nella misura in cui restiamo umani, siamo “condannati alla libertà” ovvero a inventare il senso che diamo a ciò che facciamo e alla nostra vita. Secondo un importante filosofo italiano (Benedetto Croce) vi era un’identità tra creatività spirituale e libertà. In tal senso quest’ultima, venendo a coincidere con “la vita dell’umanità”, con il suo operare, era destinata ad essere eterna. Ma vi sono delle condizioni in cui tale attività di realizzazione di se stessi e di attribuzione di significato al mondo appare impossibile (per una malattia, per una sconfitta irreparabile o apparentemente tale, per il collasso delle condizioni dentro cui avevamo concepito la nostra azione, ecc.).

In tali casi la sensazione che si ha è quella dell’esistenza di una minaccia mortale a tale fondamentale attitudine umana che, soprattutto se si ha una certa formazione (come quella di Catone), può condurre, proprio come radicale difesa della stessa libertà (ovvero di un vivere che sia propriamente umano), a quella che appare come l’ultima scelta libera possibile: quella del suicidio.

Tuttavia se da un lato la libertà è cosi preziosa, in quanto è l’elemento più propriamente umano, quello che ci consente di creare e istituire un senso alla nostra vita, dall’altro e proprio per questo la stessa costituisce una grande responsabilità. La scelta tra diverse opzioni possibili, tra i significati che facciamo vivere nel mondo, implica sempre un peso morale, peso che non sempre si è in grado di sostenere. Per questo essere liberi può fare paura e può portare a quella che lo psicologo Erich Fromm chiamava una “fuga dalla libertà”, ovvero la ricerca di dipendenze e sottomissioni che facciano venire meno l’ansia e il senso di spaesamento connesso alla libertà stessa.

In tal senso tale fuga, portando o aspirando a una vita priva di libertà (a un’esistenza che nega la stessa), rappresenta l’opposto esatto della scelta di chi rinuncia, o è disposto a rinunciare, alla vita nel nome della libertà.

La libertà oggi.

Non solo la libertà può essere definita e valutata in modo differente, ma ogni tempo tenderà a privilegiare una lettura della libertà rispetto a un’altra. Famoso è a riguardo un discorso di Benjamin Constant che nel 1819 distingueva tra una “libertà degli antichi” (intendendo con essi gli antichi greci, pur distinguendo la particolare condizione di Atene che anticipava per certi versi i suoi contemporanei), che consisteva nel partecipare collettivamente alla vita politica, e una “libertà dei moderni” che invece riguardava “il pacifico godimento dell’indipendenza privata”.

Oggi possiamo vedere come viviamo in società che tendono sempre di più a considerare come sinonimo di libertà l’arbitrio individuale e l’assenza di vincoli nel momento stesso in cui la partecipazione politica e la relativa responsabilità individuale e collettiva scompaiono nel dibattito pubblico. Il che coincide con una crescente fragilità personale che si accompagna a una radicale paura del dolore e della sofferenza e a un costante senso di frustrazione per l’incapacità di raggiungere il livello di “prestazioni” lavorative e sociali che ci vengono richieste dal sistema in cui viviamo.

L’“indipendenza privata” di Constant è progressivamente sfociata in una dipendenza infantile dalle nostre sensazioni immediate, molto spesso prodotte ed alimentate da impulsi esterni (a volte gestiti ad arte da chi ha il potere di influenzare il discorso pubblico). In un contesto simile la presente (e spesso presunta) “obbedienza” alle scelte governative, discutibili e giustamente molto discusse, relative alla pandemia del Covid-19 non deve far pensare a una consapevole scelta dei cittadini di autovincolarsi al fine di poter salvaguardare la fonte stessa della loro libertà, ovvero la loro coscienza, ma a una reazione scomposta e istintiva alla paura della morte e della sofferenza ad essa connessa.

Il che, alla luce dell’inedito fenomeno storico in corso, è comprensibile. Tuttavia deve restare l’oggetto delle nostre domande e soprattutto della nostra vigile attenzione. In un mondo in cui dominano sempre più potenze autoritarie (Cina, Russia, Arabia Saudita, ecc.) e in cui le nuove tecnologie consentono un controllo capillare della vita umana, l’esplodere della pandemia costituisce una doppia minaccia.

La prima, palese, per la nostra vita e per il nostro tessuto economico e sociale.

La seconda, nascosta (e per questo forse ancora più insidiosa), per la nostra libertà. Quest’ultima per vivere comporta – e sempre comporterà – la capacità di prendersi dei rischi e di fare delle scelte, anche molto dolorose e a tratti strazianti. Degli individui e una società in preda al terrore e incapaci di affrontare, singolarmente e collettivamente, le proprie fragilità costituiscono un cancro in grado di uccidere ogni libertà.

Una malattia che va coraggiosamente combattuta al fine di riaffermare la nostra umanità, ovvero la nostra capacità di creare noi stessi. Si tratta sicuramente di un compito difficile, le cui fondamenta vanno cercate e stabilite nell’ambito dell’educazione.

Ma come diceva Gianni Rodari bisogna imparare a fare le cose difficili: “dare la mano al cieco, cantare per il sordo, liberare gli schiavi che si credono liberi”.

* TOMMASO VISONE. Professore associato di Storia delle dottrine politiche; insegna Storia delle dottrine politiche presso il Dipartimento di ricerca dell’Università Link Campus e Political Thought for Colonization and Decolonization presso il Dipartimento CORIS di Sapienza-Università di Roma. Co-dirige la collana “Teoria e ricerca politica e sociale” presso la casa editrice Altravista di Pavia.

Note: Per approfondire:
Quentin Skinner, La libertà prima del liberalismo, Torino: Einaudi, 2001.
Salvatore Veca, Libertà, Treccani, 2019.


Note: Libertà è una voce de "L'ABC dell'Europa di Ventotene. Piccolo dizionario illustrato" a cura di Nicola Vallinoto e illustrazioni di Giulia Del Vecchio (seconda edizione Ultima Spiaggia, Genova-Ventotene, 2022). Quest’opera è stata rilasciata con la Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.

L'indice completo del dizionario:
https://www.peacelink.it/europace/a/48970.html

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