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Documento del gruppo di lavoro: Pace, movimenti, U.E. e relazioni internazionali.

Una proposta costituente

27 agosto 2004 - Paolo Vernaglione

La guerra contro l'Iraq, scatenata dall'amministrazione Bush con l'appoggio del premier inglese Tony Blair è illegittima e illegale e configura per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale un crimine enorme secondo il diritto internazionale. Ma questo è l'aspetto a tutt'oggi senz'altro secondario di fronte alle centinaia di vittime civili e ai massacri perpetrati dai bombardamenti «mirati» degli eserciti imperiali su mercati e ospedali. Tuttavia la gravissima lesione all'.art.2, comma 4 della Carta dell'ONU e, per quanto riguarda l'Italia, all'art. 11 della Costituzione, nonché la distruzione del diritto internazionale umanitario, dalla Convenzione dell'Aja a quelle di Ginevra, configura un crimine di aggressione che avrà profonde e durature conseguenze sull'ordine mondiale che gli Stati Uniti vogliono unilateralmente e con la forza mutare a loro favore. Con la dottrina dalla guerra preventiva è l'intero diritto internazionale ad essere sconvolto e minacciato, poiché persino il trattato istitutivo della Nato (art.5) fa riferimento alla legittima difesa collettiva come motivo di guerra che in ogni caso è sottoposto alle norme costituzionali degli Stati membri.
L'uso di basi militari e la circolazione di materiale bellico sul territorio italiano sono di fatto un'azione bellica e per questo il Comitato «Fermiamolaguerra» raccoglie le firme per la denuncia del Ministro della Difesa Martino per violazione dell'art.11 della Costituzione. Va inoltre ricordata la responsabilità, penalmente sanzionata dall'ex art. 90 della Costituzione, del Presidente della Repubblica in quanto tutore della legalità costituzionale.
In questo quadro così emergenziale l'Unione Europea, che pure avrebbe potuto giocare un ruolo attivo a difesa della pace e avrebbe potuto «parlare con una sola voce» se solo avesse subordinato gli interessi nazionali al diritto internazionale, si è spaccata prima di poter dire una sola parola, per la manovra anticomunitaria del «club degli otto» paesi fedelissimi di Bush e per la mancanza strutturale di una «azione comune» in politica estera alternativa alle politiche belliche di sicurezza e difesa (PESC e PESD) su cui il T.U.E. è incentrato.
Ma la vera novità che non potrà non avere conseguenze sui lavori della Convenzione in vista della stesura della Carta costituzionale europea è l'unilateralismo della politica estera imperiale degli Stati Uniti e del suo alleato europeo, La Gran Bretagna. Per quanto infatti, specie in questi ultimi giorni, premier e cancellerie si affannino a dichiarare la volontà di «ricucire» il tessuto di relazioni internazionali su cui la storia europea è fondata, rimane il dato inquietante e pericoloso della mancanza di peso politico, diplomatico e di strategia pacifica dell'Europa di fornte all'imperversare dell'»uso della forza».
Il governo Berlusconi, fedele alleato-servo degli Stati Uniti, fin dalla prima ora è accorso alla chiamata di Bush per mettere nell'angolo l'ONU e le istituzioni internazionali e ha di fatto contribuito fortemente a determinare la disunione e il fallimento di qualsiasi progetto di azione comune europea in occasione dell'utlimatum a Saddam Hussein. Di ben scarso peso dunque sono stati gli appelli del presidente della Commissione Europea Romano Prodi per una posizione comune dei paei membri dell'Unione che rimangono viceversa vincolati ai Trattati NATO e U.E.O che surdetermiano le loro politiche estere.
In questo quadro così devastato, almeno a breve termine, l'U.E. si candida agli aiuti umanitari avendo stanziato 21 miliardi di euro dai fondi normali e 79 miliardi dei fondi straordinari per la ricostruzione e l'emergenza umanitaria. Ma si può supporre che sarà molto complicato, al di là della decisivo scontro politico ed economico con gli USA per il primato e il controllo del territorio iracheno, metter d'accordo i 15 paesi dell'attuale UE (e i 10 destinatari dell'allargamento), ognuno dei quali attua la politica e le relazioni internazionali secondo il principio dell'interesse nazionale. Di certo c'è per il momento che molti paesi europei membri UE hanno manifestazioni d'interesse alla prospezione dell'area del deserto Occidentale.
La guerra d'altra parte, sia nella forma del conflitto commerciale, che etnico e di aggressione ad un Stato, è il frutto della concezione della politica degli stati-nazione; politica che la globalizzazione neoliberista invece di attenuare accentua, comandata com'è dalla struttura imperiale.
Per questo i movimenti europei al Forum Sociale Europeo di Firenze hanno messo al centro dell'azione sociale e politica il no alla guerra e no al liberismo, tema che era già stato al centro del Forum Mondiale di Porto Alegre, ma che è stato rilanciato nella dimensione costituente dei movimenti con la pratica della disobbedienza civile e della non violenza. Questa azione e questa pratica, che il 15 febbraio ha fatto scendere in piazza in tutto il mondo più di 110 milioni di donne e uomini, si è concretata nell'espressione di una opinione pubblica mondiale contro la guerra, quella seconda «superpotenza» come è stata battezzata dai grandi media, in grado oggi di fermare la guerra e reindirizare il cammino del mondo sulle vie della pace, della convivenza pacifica e dell'affermazione dei diritti. Per questo il movimento europeo ha messo all'ordine del giorno della propria riflessione la questione dell'Europa e del suo spazio politico, della Costituzione europea e del modello economico alternativo alle politiche neoliberiste che fino a qualche anno fa erano le socialdemocrazie a condurre nei paesi U.E. Ma soprattutto, nella cornice della critica positiva ai lavori della Convenzione, i movimenti, le reti non violente e della disobbedienza, stanno tracciando la realtà di un mondo post-imperiale, in cui i confronti e le relazioni diplomatiche siano giocate non più sul terreno del sovranismo nazionale, ma, a partire dalla crisi irreversibile dello stato-nazione, sull'univesalismo non gerarchico, sulla diplomazia dal basso, sulla democrazia partecipata. Ecco dunque che balza in primo piano, a fronte dei miserevoli piccoli compromessi pseudoeuropeisti delle cancellerie nazionali, la questione della costruzione di un nuovo spazio pubblico, il luogo comunitario della nascita e lo sviluppo di un concetto possibile di politica, basato non più sulla rappresentanza e la delega parlamentare ma sull'azione diretta delle moltitudini e sulla decisione condivisa in tema di diritti sociali, politica estera, relazioni internazionali.
Questa scoperta, che rappresenta l'elemento dirompente dell'entrata sulla scena politica mondiale di una generazione, è delimitata da un lato dalla fine della rappresentanza come strumento di legittimazione politica, dall'altro dalla positività della rivendicazione di diritti, cittadinanza, nuove relazioni economiche, sulla base del carattere globale dell'esistenza quotidiana. Ciò significa che, a fronte dello sgretolarsi sempre più rapido di istituzioni e di quello stato sociale che dal dopoguerra ha assicurato la realizzazione dei servizi sociali e delle principali funzioni pubbliche (sanità, istruzione) e la parziale redistribuzione della ricchezza, il movimento ha imposto la pratica sociale e politica della costruzione di uno spazio pubblico postnazionale, caratterizzato, nella forma della democrazia diretta e partecipata, dalla presa di parola, come alternativa alla decisionalità tradizionalmente riservata alle elite parlamentari e ai capi di governo, come il movimento zapatista ha insegnato.
Risultato di questo sviluppo di un movimento globale è, come testimonia la vicenda della guerra all'Iraq, la drastica e profonda frattura tra governanti e governati; i primi infatti non hanno più il monopolio della decisione politica, e i secondi, nel momento in cui rivendicano un potere decisionale diretto nelle cose assegnate ai partiti, ai sindacati, ai governi, diventano moltitudini in movimento, sia nei paesi di appartenenza, sia come migranti che assediano le frontiere dei paesi della ricchezza e della fortezza europea delimitata dal trattato di Schengen.
In questa prospettiva ribelle e non conformata all'»ancien regime» europeo novecentesco, movimenti e moltitudini giocano la partita sociale antiimpeiale imponendo priorità e positività – senza mirare alla presa del potere, retaggio sovranistico del pensiero politico rivoluzionario e statuale- ma alla sua erosione, alla sua cancellazione, alla sua definitiva destituzione.
Il Forum per la democrazia costituzionale europea, che deve sempre più far propria questa istanza, bisogna che si attrezzi, come sta facendo, anche se in maniera parziale fino ad ora, per liquidare finalmente quei residui di elaborazione statualista e sovranista che, anche nella critica dei lavori della Convenzione e nella proposta di uno spazio pubblico europeo determinato dalla pratica costituente, ancora permangono. Invece, a partire dalla tematica dell'azione non violenta (per la quale ha pagato con la vita Rachel Corrie, schiacciata da un bulldozer istraeliano nella striscia di Gaza per difendere le abitazioni palestinesi) e della disobbedienza contro l'Impero è importante affermare la cittadinanza universale, aperta a donne e uomini della migranza, la dislocazione globale dei diritti sociali vecchi ma soprattutto nuovi, di cui sono portatrici nuove figure del non lavoro e della precarietà, in dispositivi costituzionali transnazionali e una politica estera europea universale, basata sul ripudio della guerra e l' assunzione dell'Europa come terra della diplomazia infinita.
In questo senso l'ebalorazione critica dei primi sedici articoli della bozza di Carta costituzionale e l'intero arco di dibattito che ha impegnato il forum hanno messo in evidenza i limiti dell'impostazione federalista del progetto costituente con l'espressione modello federale e l'uso del termine "costituzione" quando si parla della carta di Nizza. Un elenco dei valori diverso da quello che offre il preambolo della Carta di Nizza in cui si parla anche di uguaglianza e solidarietà. L'inclusione della Carta nei trattati , ma dando per scontata l'approvazione della clausola su " diritti e principi". L'inclusione del valore della pace in un articolo sul rispetto degli obblighi di diritto internazionale.
In generale per quanto riguarda i titoli I e II, l'approccio è quello della subordinazione netta della UE agli Stati-nazione, secondo una logica gerarchica. Questa logica si ripercuote in tutta la struttura dell'articolato e si rinviene nel Titolo III riguardo alle competenze esclusive e condivise (art 11, 12 e sgg). Quelle condivise sono grosso modo quelle pubbliche - sociali, che, come detto anche nella nota esplicativa, sono derivate "per esclusione" da quelle di tipo economico-mercantile. Riguardo alla politica estera e di difesa, essa non solo discende dal generico e irrilevante riferimento iniziale alla pace e allo sviluppo sostenibile (in un'ottica socialdemocratica) ma relega l'approntamento di una PESC (art. 14) al desiderio di politica comune, secondo l'impostazione del TUE, e tra l'altro tralasciando la dimensione e le condizioni di questa stessa azione esterna, della cooperazione rafforzata, dello "spirito» delle «missioni di Petersberg». A partire da questa critica il gruppo di lavoro Pace, relazioni internazionali, movimenti e U.E. ha elaborato una proposta di azione comune di politica estera dell'Europa basata sulla pratica moltitudinaria della diplomazia dal basso che può esenz'altro essere idealmente inserita in una Carta costituzionale che fuoriesca dal sovranismo asfittico delle relazioni bilaterali, riscriva in senso globale il diritto dei popoli e pervenga ad una dimensione universalistica del diritto. In particolare emergono dal movimento una serie di positività e di proposte:
1) La questione dell'immissione nella Carta costituzionale del ripudio della guerra non svincolato dalla questione del diritto e delle relazioni internazionali, in pareticolare nell' impegno alla limitazione di sovranità nei casi di minacce alla pace.
2) La diplomazia dal basso e la creazione giuridica, concettuale e geopolitica dell'Europa come «luogo aperto della diplomazia infinita», cioè come spazio pubblico di autoorganizzazione delle relazioni internazionali.
3) La pratica della disobbedienza e dell'interposizione pacifica come momenti cruciali di costruzione di uno spazio pubblico, slegato dai motivi dominanti di qualsiasi PESC e PESD, basate invece sugli interessi nazionali degli stati
4) La questione del disarmo totale unilaterale della U.E. che può essere inserito in una Costituzione quale momento qualificante delle nuove relazioni internazionali agìte in maniera diretta da moltitudini, reti, associazioni, ong non compromesse con le politiche dei governi
In questo senso tale proposta non si iscrive in una semplice denuncia dei lavori della Convenzione, che come tale non avrebbe alcun esito e ripercorrerebbe il cammmino di una demisitificazione fine a se stessa – ma raccogliendo e rimanendo nella pratica dei movimenti di Seattle, Genova e Porto Alegre critica positivamente, rimanendo nelle condizioni post-imperiali che il conflitto globale impone, il modello neoliberista di costituzione della U.E. In questo senso la democrazia diretta è lo strumento di incidenza sulle decisioni della «politica mondiale», sperimentando quella crisi istituzionale che il movimento parla e agisce quotidianamente e che la U.E. attuale non è in grado di articolare.

Pace, U.E., Movimenti, relazioni internazionali

lì, 3/4/2002

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