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Il programma costruttivo della rivoluzione nonviolenta

La rivoluzione nonviolenta di Aldo Capitini: una rivoluzione anche federalista
14 novembre 2004 - Rocco Altieri

Ripercorrere le fasi salienti dell'impegno pubblico di Capitini è facilitato dal fatto che in più luoghi egli ha lasciato memoria e confessione della sua vita, fino al momento estremo in cui presagì l'avvicinarsi della morte. [1] La frequenza dei richiami biografici per un uomo che aveva vissuto intensamente i conflitti di due terzi del XX secolo, scaturiva non dal gusto narcisistico di parlare di sé, ma dall'umile solerzia di trasmettere le lezioni di una storia vissuta in prima persona a coloro che avessero voluto proseguirne l'impegno nonviolento, in modo da purificare e rafforzare la prassi.

La preoccupazione per la prassi fu predominante in tutta la vita intellettuale di Capitini, seguendo una ispirazione etico-religiosa che gli faceva parlare di sé, distinguendosi dalle correnti dominanti dell'idealismo crociano e dell'attualismo gentiliano, come il fautore di una posizione nuova nel panorama italiano, definibile come religione della prassi, in assonanza con Gramsci che aveva parlato del marxismo come di una filosofia della prassi. [2]

Seppure il percorso formativo capitiniano abbia attraversato con originalità un filone della cultura europea che va da Kant a Leopardi, da Mazzini a Tolstoj e Ibsen, fino alle voci più recenti di Michelstaedter e Boine, autori accomunati da una ricerca dell'interiorità e del primato della coscienza, per cui si potrebbe parlare di una via europea alla nonviolenza, su tutti fu decisiva la scoperta di Gandhi.

La conoscenza di Gandhi avvenne attraverso la biografia scritta da Romain Rolland [3] e l'Autobiografia, [4] pubblicata da Garzanti nell'edizione curata da Charles F. Andrews, con la prefazione di Giovanni Gentile. Un po’ poco, forse, ma ricordava Capitini:

[...] era il sufficiente per scoprire il fine e soprattutto i mezzi.

La liberazione doveva essere una nuova vita religiosa, raggiunta per mezzo della nonviolenza La grande arma della non-collaborazione veniva in piena luce. Se l'Italia avesse non collaborato con il fascismo, se ne sarebbe liberata. Altro che Conciliazione! Il mio compagno di propaganda dentro La Normale era Claudio Baglietto, morto poi esule a Basilea nel 1940. Facemmo esplodere la bomba Gandhi alla Normale di Pisa! Da allora Gandhi restò punto costante di riferimento e di ricostruzione etico-religiosa . Prima della liberazione e dopo [...] [5]

Nell'ambiente asfittico della Scuola Normale, soffocata dal conformismo e dalla presenza dominante del suo nume tutelare, Giovanni Gentile, tra il '31 e il 32 Claudio Baglietto e Capitini rappresentarono una posizione nuova di critica e di rottura nei confronti della cultura dominante. Attraverso discussioni serali intorno al tavolo e diffondendo alcune loro riflessioni sulla nonviolenza, [6] sollecitarono in molti giovani di valore [7] una fuoriuscita dalla tradizione culturale gentiliana. Ricordando l'amico Baglietto [8] , Capitini scrisse:

Quest'uomo non era, dunque, nel mitologismo cattolico, né nell'ambiguo idealismo che dominava allora a Pisa, tra uno storicismo dei corpulenti fatti accettati e un conciliazionismo fascistico-cattolico, né nel fascismo.

La nostra collaborazione chiarì i termini dell'avversione e di un nuovo orientamento: non confusione tra spirito e realtà, non violenza e non menzogna, metodo della non collaborazione. [9]

Il rifiuto di Capitini all'imposizione di Gentile a dover prendere la tessera del partito fascista, gesto che gli costò il licenziamento dal posto di segretario della Scuola Normale, insieme all'obiezione di coscienza di Baglietto al servizio militare, che lo portò a morire esule a Basilea, decisioni maturate tra il 1932 e l'inizio del '33, costituirono l'atto di nascita della nonviolenza gandhiana in Italia. [10]

Gandhi non veniva visto come un personaggio da idolatrare, come un rivelatore assoluto o un presentatore di dogmi. [11] Egli è soprattutto uno sperimentatore che offre ipotesi di lavoro, orientamenti per la prassi. [12] Più ancora che una fede e una speranza dà un metodo:

Egli ha preso la nonviolenza e da strumento di ascesi, ne ha fatto l'arma di centinaia di milioni di persone nelle loro lotte politiche e sociali. Egli è il più grande creatore di azione nonviolenta, di un metodo di azione politica. Come Lenin, è un eroe della prassi. C'è chi ha analizzato le sue “campagne” per vederne i caratteri, le invenzioni, i difetti, i risultati, come si fa nella strategia: la strategia della nonviolenza è recente, e da Gandhi è in pieno sviluppo e arricchimento di tecniche. [13]

Il metodo gandhiano della lotta satyagraha [14] non agisce in negativo, ma si sviluppa come capacità di potere costruttivo, [15] è religioso in quanto già stabilisce un rapporto là dove gli altri vedono un contrasto e operano perseguitando e tentando i modi della distruzione. [16]

Il fondamento del metodo nonviolento è amare e non distruggere gli avversari; prendere su di sé i sacrifici prodotti dalla noncollaborazione e dalla disobbedienza civile (che è molto più grave); la nostra purificazione deve essere continua per poter dominare il corpo, per farne uno strumento docile dell'azione nonviolenta, che vale proprio per i mezzi che usa, per l'animo che vive nell'atto stesso. [17]

Perciò, il metodo nonviolento è l'aggiunta religiosa alla rivoluzione, sollecitando tre elementi necessari e congiunti: riforma nonviolenta della propria coscienza, democrazia massima dal basso, mutamento delle strutture. [18]

Una rivoluzione è un'azione di solito collettiva, volta a mutare un'intera situazione, e cioè il possesso del potere, le strutture della società, gli animi delle persone. Ogni rivoluzione ha un suo carattere e noi oggi vediamo che essa deve essere la più totale che sia mai stata, nel rinnovare gli animi, nel trasformare le strutture, nell'essere larghissima e impegnante tutti. Tale è la rivoluzione aperta, con metodo nonviolento che noi facciamo. [19]

“Aggiunta” è la parola chiave del linguaggio capitiniano per spiegare la trasformazione nonviolenta della storia:

al posto della dialettica che vuol dire superamento degli altri, il metodo della aggiunta porta il senso di un incremento, non c'è bisogno di sacrificare nessun essere e di pensare che il valore possa diventare non valore, ma il valore va accresciuto. L'idea dell'incremento è molto più consona alla nonviolenza che l'idea del superamento. [20]

Questa potente intuizione, che rivoluziona lo svolgimento della dialettica hegeliana, è conforme alle visioni più moderne della nonviolenza come “scienza dei conflitti”. [21] Capitini vi arrivò mosso essenzialmente da una esigenza religiosa di protesta contro l'ingiustizia, il dolore, la morte. Il progresso è il divino che scende nella realtà ad arricchirla e trasformarla nella produzione crescente dei valori. La rivoluzione è atto religioso, escatologico, perché interviene a rompere il perpetuarsi del male, della sofferenza, della morte.

Si capisce che il realista e il razionalista si ritrovino confusi di fronte alle sue visioni escatologiche. Ma se non si parte da questo dualismo religioso che è alla base della sua concezione politica, non si può comprendere l'orizzonte della sua rivoluzione nonviolenta che viene proclamata come totale e permanente.

È totale perché, secondo la triade capitiniana, ripetuta all'infinito in tutti gli scritti, vuole tramutare contemporaneamente l'umanità (vincendo la volontà di potenza che è nell'uomo), la società (eliminando l'ingiustizia sociale, la violenza strutturale) e la realtà ( trasformando la natura che permette al pesce grande di divorare il piccolo, vincendo nella compresenza il dominio della morte sul mondo dei viventi).

Perciò la rivoluzione ha, per Capitini, un carattere permanente, inesauribile. Si colloca sempre all'opposizione della realtà-società com'è ora, e agisce, secondo il metodo nonviolento, dal di dentro e dal basso per tramutarla. . [22]

Il dentro indica sia l'atto di persuasione personale che decide la conversione, sia il processo collettivo di liberazione sociale che non può essere indotto dall'esterno, ma deve maturare all'interno di una società per effetto di un lungo lavoro di educazione e di “coscientizzazione”. Il basso richiama la scelta francescana degli ultimi, il porsi dalla loro parte, ma anche, lungi da una visione autoritaria o paternalistica del potere, il considerare quali debbano essere i protagonisti della rivoluzione nonviolenta.

Il liberalsocialismo

Nella opposizione al fascismo Capitini, avendo maturato una scelta nonviolenta, divenne operoso come nessun altro per aprire la realtà a una prospettiva di liberazione, sentendo l'urgenza di un programma costruttivo capace di illuminare le giovani generazioni. Nel '37 fondando il movimento liberalsocialista vi fu, innanzitutto, un moto dell'animo: prendere la libertà e la religione come un fuoco vitale, e collocarlo entro il socialismo, [23] obbedendo al proposito religioso di offrire un nuovo orientamento nel vivere la compenetrazione tra socialismo e libertà, [...] senza residui, [24] secondo un compito che non è solo economico-politico, ma etico-religioso. Così Capitini esordiva nello scritto che aveva il compito di presentare l'ispirazione del nuovo movimento:

Il problema politico ed economico rimanda a un còmpito morale: quello di portare l'anima alla libertà e alla socialità della civiltà futura; libertà, che è ricerca e affermazione del valore in tutti i campi della vita; socialità, che a questi valori incessantemente scoperti e affluenti nella storia fa partecipare esplicitamente tutti, per una ragione di benessere, di giustizia, per il bene comune di un maggior prodursi di valori nella storia e, più che questo, per la gioia di celebrare la presenza infinita dell'umanità nelle singole persone. [25]

Il liberalsocialismo di Capitini fu qualcosa di completamente diverso dal socialismo liberale di Carlo Rosselli. Non una forma di mezzadria, di sistema misto pubblico-privato. Non una scelta moderata da ceti medi. Ma due rivoluzioni in una: la rivoluzione francese delle libertà individuali, più la rivoluzione russa della socialità. Il massimo di libertà sul piano giuridico e culturale, con il massimo di garanzie per le libertà di espressione e di comunicazione, e anche il massimo di socialismo sul piano economico, di socializzazioni e di autogestione nei mezzi di produzione.

Capitini avversava l'interpretazione individualistico-borghese e nord-americana delle libertà, secondo cui «la proprietà è integrazione della personalità». [26] La libertà, invece, andava vissuta come liberazione spirituale, come apertura alla libera e creativa produzione dei valori. Intesa in senso spirituale la libertà è una sollecitazione a staccarsi dalla cultura dell'edonismo che rischia di travolgere sia il cristianesimo che il socialismo.

D'altro canto, le insufficienze etico-religiose del socialismo, in quanto si assolutizza l'elemento politico ed economico, ne prefigurano la crisi e la caduta. Nell'andare verso una società dei pubblici servizi, del benessere e dell'ordine si realizzava, secondo Capitini, una assimilazione e convergenza tra i modelli di sviluppo delle due civiltà, la russa e la nord-americana:

I problemi sono questi due: basta il benessere ? basta il potere? Il benessere per il benessere diventa borghesismo, il potere per il potere diventa dittatura perpetua. Ma il benessere e il potere sono mezzi, e non fini in se stessi. Questo è il principio che ogni persuaso socialista e comunista deve continuamente riesaminare per salvarsi dal borghesismo (che è gusto del benessere trascurando il resto) e dal fascismo (che è gusto di affermare la propria potenza politica sugli altri). [27]

La crisi del socialismo rimanda a un problema religioso e può essere risolta solo attraverso la costruzione di una nuova vita religiosa. A fianco del sindacato, che promuove il benessere dei lavoratori, e del partito, il cui compito è di raggiungere il potere, c'è bisogno di un centro religioso che compia il lavoro di formazione e di educazione della socialità:

La via nuova tra il liberalismo liberistico e il socialismo statalistico non è soltanto un orientamento per la soluzione dei problemi sociali e politici, ma è il passaggio a una soluzione religiosa. Chi si arrestasse al primo, non avrebbe in mano tutte le armi per affermare la «nuova socialità», che sarà tale solo quando avrà portato in sé, nel nuovo quadro socialista, non solo un'articolazione di libertà, ma anche una centralità religiosa. . [28]

Da questa impostazione pedagogico-religiosa nasceva l'opposizione di Capitini a trasformare in partito il movimento liberalsocialista, decisione che fu presa nel '43 con la nascita del partito d'azione. Per Capitini, infatti, il cambiamento aveva bisogno di qualcosa di più profondo, di andare oltre il piano politico, oltre la tradizione. Alla caduta del fascismo diventava preminente un compito educativo, una riforma religiosa. Tensione a tramutare la società della violenza. L'educazione civica come formazione all'esercizio del potere di tutti.

Priorità della riforma religiosa.

L'appassionamento per il tema religioso risaliva agli anni della opposizione al concordato tra Chiesa e Fascismo, quando apparve evidente che la malattia traesse origine da una insufficienza morale e religiosa della società italiana, che era stata continuamente frustrata nei suoi tentativi di riforma fin dai tempi di Gioacchino da Fiore e Francesco d'Assisi.

Capitini condivideva la visione di Gandhi per cui religione e politica sono come facce di una stessa medaglia, e non è possibile nessun programma serio di cambiamento senza una purificazione della prassi religiosa. Non il costituirsi, si badi bene, di un nuovo credo religioso, ma un vivere in senso spirituale il messaggio che ci viene dalle vecchie tradizioni, in maniera che si desse il primato al servizio agli altri e all'interiorità della relazione divina : Dio (o la Verità) si realizza rifiutando i mezzi che dividono, e poiché i mezzi debbono essere della stessa natura del fine, solo il servizio alla società, a tutti, al loro bene, è realizzazione di Dio. [29]

Rispetto al cristianesimo significava portare avanti un programma che lo liberasse dagli elementi della superstizione: anche la croce rischia di essere guardata, adorata, portata al collo come crocetta d'oro, invece di attuarla noi sacrificandoci per amore verso vicini e lontani. [30]

Perciò, nel dopoguerra Capitini divenne infaticabile promotore di convegni e iniziative per discutere il problema religioso e l'esigenza di una riforma in Italia. [31] Qualcuno si è posto la domanda se la riforma propugnata fosse interna o esterna al cristianesimo. Accertato come quella capitiniana fosse una posizione anti-istituzionale e anti-autoritaria, avversa alle chiese e ai partiti, la critica era indirizzata soprattutto alla mitizzazione idolatrica di Gesù, alla sua monarchicizzazione. Fu lo stesso Capitini a commentare:

Salvarsi in Cristo è vivere ciò che è Cristo come parola-azione, come vita-morte, come discorso dalla montagna-croce, come apertura-resurrezione, come valore-presenza, non per lui soltanto, ma moltiplicato in ogni direzione per ogni essere umano (in ogni punto, centro di liberazione) a costituire la realtà di tutti.

Se questa compresenza al valore vissuta nel dramma e nella tragedia (la crocifissione) della vita è lo strumento di liberazione che consuma nel fatto, realmente, l'attuale umanità-società-realtà, non è questo postcristianesimo, pur privo della lettera e delle strutture storiche istituzionali, attuazione del cristianesimo ? Nulla di essenziale è tolto, ed anzi, è dato molto di aperto e di più concreto nella vita quotidiana. [32]

La sollecitazione di Capitini va, quindi, letta nella prospettiva gioachimita-gandhiana di un progresso spirituale dell'umanità per cui potrebbe essere formulata l'ipotesi che il cristianesimo si attuerà dopo il tramonto del suo termine, così come avviene altre volte che valori si attuino trascorso il periodo temporale chiamato con quel valore. [33]

I C.O.S. nello sviluppo dell'omnicrazia (il potere di tutti).

Il programma capitiniano si concretò nel dopoguerra nel predisporre piani di amministrazione socialista dove possiamo ritrovare elementi gandhiani, comuni anche alla migliore tradizione democratica di Rousseau, Tolstoj, Gobetti:

la diffidenza verso il centralismo e verso la città, verso la valutazione dei caratteri pompeiani della civiltà attuale, la ripresa della vita agricola delle piccole comunità dove ci si conosce l'un l'altro, l'attenzione al vivente, il ritmo di vita più pacato; elementi che troviamo, ad esempio, nel meglio del gandhismo, e che richiamano al benedettinismo e al francescanesimo. [34]

La pianificazione immaginata da Capitini non era quella centralistica e burocratica, ma quella omnicratica, dal basso, perché, come Gandhi, vuol sollevare la società al posto dello Stato. [35] Al posto dei partiti [36] mette al centro le piccole assemblee territoriali, vero spazio di autogoverno e di democrazia diretta

Confessava spesso agli amici : Io non potrei stare in un governo che può dichiarare la guerra, ma non avrei difficoltà a stare in un'amministrazione di ente locale. [37]

Questo mettere in primo piano l'ente locale (in Italia la borgata, la frazione, il comune, la provincia, la regione) voleva significare che la convivenza nonviolenta si costituisce dal basso, in un ambito modesto, alieno da imperialismi atomici, riprendendo la convinzione di Rousseau che la democrazia assembleare ( «le assemblee del popolo sono state in ogni tempo l'orrore dei capi», è scritto nel Contratto sociale) [38] può trovare una sua realizzazione solo conservando la piccola dimensione delle unità territoriali, dove è possibile la diretta conoscenza delle persone e dei problemi.

Riecheggiavano in Capitini i motivi ispiratori della rivoluzione liberale di Gobetti e del socialismo umanitario di Matteotti, che più della Capitale amavano i paesi, miravano alle cose semplici, concrete, costruttive, e insegnavano come la rivoluzione avviene in quanto i lavoratori imparano a gestire la cosa pubblica, non per un decreto o per una rivoluzione quarantottesca. [39]

Di qui la preminenza del compito educativo, l'impegno per la riforma della scuola, per la valorizzazione dell'educazione civica, per la formazione degli adulti, insegnando a tutti che utilizzando la leva del dissenso e della noncollaborazione costruttiva era possibile esercitare il potere di tutti.

In Italia la rivoluzione nonviolenta doveva ripartire dai luoghi periferici, [40] ravvivati ed elevati attraverso un lavoro dal basso di educazione civica e religiosa :

[...]così la prova della propria maturazione per l'omnicrazia si ha quando ci si entusiasma al pensiero di portare il proprio lavoro in uno dei tanti modesti paesi, piccole città e borgate, dove pare che non ci sia nulla di vivo. Talvolta sono cittadine o borghi molto belli, per la posizione, per qualche torre o castello o chiesa antica e piazza. Voi parlate con qualche abitante, e vi rispondono che “non c'è nulla”. Ma è vero ? Ci si è messi lí e dal di dentro si sono raccolte e stimolate tutte le energie potenziali di tutti gli animi ? [...] Sarà possibile avvivare tutto e tutti, riprendere da lí il moto, da tanti punti, diventati centri per la compresenza e l'omnicrazia. [41]

Con questo spirito omnicratico il 17 luglio del '44 a Perugia fu attivato il primo Centro di orientamento sociale (il Cos) e Capitini progettava di moltiplicarne la presenza in ogni villaggio o parrocchia d'Italia, come palestra di democrazia diretta e di partecipazione popolare, attuando le tre condizioni che rendono possibile un vero controllo democratico: informazione esatta, critica adatta, progettazione progrediente. [42]

I grandi nuclei dell'assolutismo, dell'imperialismo, del capitalismo, si andavano, però, sempre più rafforzando e, a causa del loro gigantismo e della necessità di prendere decisioni rapide, sfuggivano ad ogni possibilità di controllo, così realizzando pienamente il proprio tornaconto senza incontrare ostacoli. Di fronte a un potere che si faceva sempre più sovranazionale, globale, lontano dai cittadini, era stato un errore, secondo Capitini, l'aver accettato le dimensioni grandi per il partito, per lo Stato, per l'impresa produttrice. [43]

La difficoltà di trovare un posto per la libertà e il controllo dal basso in tali grandi corpi, ha fatto sorgere il problema non solo della libertà in essi, ma anche della libertà da essi. Per guadagnare il posto per l'omnicrazia occorrono queste cose:

1. dare rilievo ad un'unità non eccessivamente grande nella quale sia possibile un effettivo controllo da parte di tutti gli abitanti, con una buona conoscenza dei problemi (massimo sviluppo dell'istruzione e dell'informazione) e delle persone delle località, per la scelta delle deleghe (revocabili) e degli incarichi. Queste unità territoriali (tra la provincia e la regione, da noi ) possono agevolmente provvedere al proprio ordine, ma non possono assumere minimamente una posizione imperialistica.

2. Il rapporto tra queste unità territoriali non può essere che federativo, cioè orizzontale, e non verticale. [44]

Questi due principi fondamentali sollecitavano necessariamente quattro provvedimenti concomitanti, già indicati nel programma del liberalsocialismo: massima libertà di associazione, espressione e critica; lo sviluppo della proprietà pubblica delle imprese; l'esistenza di molti centri sociali con periodiche assemblee; il controllo dal basso all'interno di ogni ente. [45]

Chi è nei partiti vi resti, ma vi porti questa apertura; chi non c'è, è inutile che vi entri, e dia origine a nuove comunità aperte, a libere riunioni sul tipo dei C.O.S. per trattare di tutto, [...]. Fondamentale è cominciare dal così detto basso, dal popolo anonimo, dagli ospedali, dai vecchi, dai contadini, dai ciechi. [46]

I resistenti alla guerra.

Sul Nuovo Corriere dell' 8 luglio1948 Capitini informava della nascita della prima associazione italiana di resistenti alla guerra, nata indipendente dai partiti e da ogni confessione religiosa, affiliata al War Resisters International (WRI):

In Italia accanto al vecchio pacifismo, si è sviluppato un nuovo pacifismo. Già in antitesi al fascismo si ebbero nuclei nonviolenti, e vi furono imprigionati ed esuli per rifiuto del servizio militare. Dopo la liberazione dal regime fascista abbiamo organizzato due convegni a Firenze, invitando i rappresentanti delle associazioni per la pace. Erano presenti anche rappresentanti esteri della Internazionale dei resistenti alla guerra e del Movimento della riconciliazione. [47]

La gestazione era durata alcuni mesi. Già nel corso del terzo convegno sul problema religioso moderno, che si era tenuto a Milano dal 10 al 12 aprile 1947, era stato lanciato l'appello ai simpatizzanti della nonviolenza a organizzarsi come coordinamento di gruppi e persone, a darsi un piano di lavoro, ad essere presenti come gruppo italiano al prossimo congresso della WRI, previsto a Basilea dal 26 al 30 luglio del '47. [48] A questo scopo, dopo lo scioglimento dell'assemblea generale si era riunita a sezione separata un nucleo iniziale di resistenti alla guerra, sotto la direzione di Giovanni Pioli e con la partecipazione straordinaria di André e Magda Trocmé del movimento internazionale della riconciliazione, per valutare come dar corso all'iniziativa. [49]

L'associazione vide la luce durante il quarto convegno sul problema religioso moderno, che si tenne a Firenze dal 26 al 28 luglio 1947. I referenti principali furono, oltre a Capitini, Giovanni Pioli di Milano ed Edmondo Marcucci di Jesi, due pacifisti tolstoiani di vecchia data [50] . Capitini in quella occasione presentò la sua proposta per un piano pratico, che doveva servire come base per legare insieme l'impegno del Movimento di Religione con la nuova associazione dei nonviolenti.

Il Movimento di Religione, infatti non doveva discutere soltanto i temi metafisici della tramutazione, ma si doveva dare, secondo il nesso capitiniano di religione e politica, un programma di azione:

Se si prende come guida la Dichiarazione del Movimento di religione al Convegno di Firenze si vede che la tramutazione religiosa deve essere applicata alla situazione del mondo e che questa, con le sue difficoltà e assurdità solo in quella trova la risoluzione e il superamento.[...]

Rifiuto dei due blocchi perché civiltà inferiori, non tramutate; unità mondiale mediante compenetrazione di Occidente e Oriente, e aggiunta di valori religiosi, etici, culturali di tensione altissima; compito dell'Italia, non guerra, obbiezione di coscienza , apostolicità costruttiva. Nel dare il senso dell' «imminenza della guerra» noi volgiamo alla dimensione interiore, mostriamo la mondanità delle due civiltà.

E perciò possiamo inserire la ragione di tramutazione religiosa, il positivo in questo che parrebbe negativo ( non-guerra, non-blocchi, non-violenza). La ragione religiosa spinge a suscitare «comunità aperte»: il nostro è post-comunismo, cioè comunismo aperto a tutti, alla nuova libertà , alla tramutazione religiosa. [51]

Il problema religioso attuale è l'urgenza di una tramutazione nonviolenta delle religioni tradizionali. Non è casuale che il primo nucleo organizzato della nonviolenza in Italia sia nato come filiazione del Movimento di religione, cioè dello sforzo capitiniano di rifondare la vita religiosa. [52] secondo un nesso inscindibile tra religione e politica che fu il segno distintivo di tutta la filosofia capitiniana, come ha ben osservato Norberto Bobbio. [53]

La nonviolenza per Capitini non ha solo valenza negativa, contro gli eserciti e la guerra, ma è propositiva e costruttiva. Perciò, non soltanto sostiene l'obiezione di coscienza, ma immagina un alternativa funzionale agli eserciti, proponendo con estrema lungimiranza la costituzione di un servizio civile come alternativa nonviolenta alla difesa armata.

Il convegno di Firenze del luglio del '47 si svolgeva contemporaneamente alle riunioni dell'Assemblea costituente, da cui Capitini con sua grande amarezza era stato escluso per non aver accettato di sottomettersi al gioco dei partiti. Perciò, a questa suprema istanza democratica si indirizzava la sua proposta fatta dalla tribuna del Movimento di religione per

la costituzione di un ministero di resistenza alla guerra ( per l'allenamento di tutti i fanciulli e degli adulti alla non-collaborazione non-violenta con l'invasore, creando i quadri e l'attrezzatura tecnica per opporsi senza uccidere). [54]

E in questo lavoro di rinnovamento religioso e non di guerra sarebbe cresciuta l' importanza delle donne:

Esse hanno ragione di chiedere l'uguaglianza morale, giuridica, economica; ma le loro virtù (bontà, non-violenza, maternità spirituale, sacrificio) vanno riaffermate come modello anche per gli uomini, e non come legate a un'inferiorità fisica o sociale. Come vi sono stati i «partigiani», così bisogna suscitare un moto mondiale di «persuasi» della non-guerra, dell'aggiunta religiosa , della comunità aperta, da far operare dentro la stessa unità mondiale. [55]

L'11 ottobre 1947 a Firenze si svolse la prima conferenza pubblica dell'associazione di resistenti alla guerra. L'assemblea prese subito alcuni impegni pratici: diffondere la conoscenza di Gandhi, interessare il popolo e soprattutto le madri all'opposizione alla guerra, sollecitare una legge per il riconoscimento dell'obbiezione di coscienza e l'istituzione del servizio civile, la costituzione, infine, di quel ministero per la resistenza alla guerra che tanto stava a cuore a Capitini:

Esso dovrebbe addestrare tutti i cittadini, fin da fanciulli, alla noncollaborazione nonviolenta con un eventuale invasore. In quanti modi si può ostacolare l'invasore senza uccidere nessuno! Ma bisogna imparare, bisogna aver pronti certi mezzi. Una noncollaborazione attivissima di moltitudini non è una terza via, oltre la guerra e il cedere? oltre il prendere le armi, che ormai sarebbe sempre al servizio di altri, e il cedere a chi porti la guerra qui ? [56]

L'Internazionale della Nonviolenza

Pur vivendo intensamente la situazione del proprio luogo, fortemente attaccato alle sue radici umbre, Capitini sosteneva la necessità di evitare che il lavoro periferico e locale assuma un carattere angusto, provinciale e rinunciatario, che quindi va bilanciato con l'orizzonte universalistico il più ampio che sia pensabile. [57] I problemi della guerra e della pace non possono oggi che porsi in una dimensione di politica internazionale: mondiali i contrasti, mondiali gli accordi, mondiali le guerre, mondiali le paci. [58]

Fin dalla caduta del fascismo, venuti meno i vincoli della dittatura che impedivano a chi era in Italia di aprirsi alla cultura della mondialità e di coltivare rapporti, amicizie e scambi internazionali, Capitini si aprì avidamente alla lettura di quanto di più interessante e utile si produceva all'estero e stabilì contatti proficui con quanti erano impegnati sul terreno della nonviolenza: con i gandhiani dell'India, con i pacifisti integrali del mondo anglosassone, con tutte quelle personalità, giornali e organizzazioni che lavoravano seriamente per la pace. [59]

Risulta, perciò, del tutto improprio il rimprovero di provincialismo che alcuni [60] hanno voluto rivolgere a Capitini, perché ignora tutta la sua operosità internazionalista, messa in atto dai tempi del Movimento di religione (1947-'48) fino al massimo sforzo della marcia Perugia-Assisi (1961). Capitini fu davvero l'uomo planetario evocato da Ernesto Balducci, [61] per essere stato il precursore di temi e sensibilità che poi si sono sviluppati a livello mondiale: la riforma religiosa nonviolenta, l'ecumenismo, l'apertura all'oriente, la rivoluzione omnicratica dei movimenti, l'obiezione di coscienza e la difesa popolare nonviolenta. [62]

Tra le prime iniziative internazionali, cui Capitini partecipò, vi fu la Conferenza per la Pace e la Federazione Europea, che si svolse a Le Chambon sur Lignon dal 1 al 20 luglio 1947. L'incontro era stato preparato da André Trocmé, segretario del Movimento Internazionale della Riconciliazione, che in quella località dell'Alta Loira gestiva una scuola internazionale nonviolenta . [63] Si riunirono numerosi uomini e donne provenienti da diversi paesi, [64] impegnandosi sotto la direzione di Paul Ricoeur a studiare il fenomeno guerra e i modi per contrastarla.

Nell'ottica di una comunità aperta a un orizzonte mondiale [65] Capitini profuse uno sforzo enorme per costruire una Internazionale della nonviolenza, che doveva aprire la strada a uno svolgimento dell' unità mondiale secondo valori purissimi, non secondo l'opulenza e la potenza, (che, prima o poi, apocalitticamente, cadono), né secondo un cosmopolitismo che minaccia di essere semplicemente amministrativo. [66]

L'unione mondiale, il moto di compenetrazione delle civiltà orientale e occidentale, deve compiersi approfondendo i valori più profondi della nonviolenza, perché l'unità mondiale non sia semplicemente unità di mercato e di convivenza giuridica. [67] Bisogna intraprendere una terza via, che non è una posizione da moderati, alleati della conservazione (i moderati, in Italia poi, furono ieri per il fascismo, oggi per la democrazia cristiana), [68] ma è estremamente rivoluzionaria. La terza via è la scelta della nonviolenza come rivoluzione permanete degli animi, della società, della realtà.

In questa prospettiva di lavoro sul finire del 1951, con l'aiuto di Emma Thomas e Maria Corbetti, Capitini promosse l'organizzazione di un convegno internazionale per la nonviolenza, che si tenne a Perugia il 30 gennaio 1952, [69] in occasione del quarto anniversario del martirio di Gandhi, proseguendo il giorno dopo ad Assisi presso la tomba di san Francesco, accomunando così i due maestri della nonviolenza in Occidente e in Oriente. [70] Ricordava Capitini:

Lo scopo principale del convegno era di affermare il carattere essenziale della nonviolenza come opposizione positiva, dinamica e risoluta alla realtà e società, in quanto costituite nel passato o nel presente mediante la violenza, lo sfruttamento, l'oppressione, impostando un lavoro internazionale di costituzione di centri e di coordinamento tra essi, sulla base di un concetto così dinamico della nonviolenza, così critico di ciò che è attualmente, e così aperto a un rinnovamento profondo della realtà, della società, dell'umanità, di cui la nonviolenza si presenta come massimo strumento di liberazione. [71]

Fu esposta e approvata dai partecipanti una carta dei Principi e metodi della nonviolenza [72] che costituirono la base ispiratrice per la nascita a Perugia, in via dei Filosofi 33, del Centro di coordinamento internazionale per la nonviolenza. L'assemblea tracciò una strategia di azione capace di agire a un doppio livello, verso le istituzioni e tra la gente. Ai governi attuali e in modo speciale all'Onu chiedeva una politica di riconoscimento legale dell'obiezione di coscienza, l'istituzione in tutti gli Stati di un organo o un ente per l'addestramento dei cittadini all'attiva resistenza nonviolenta verso un'eventuale invasione, la costituzione di corpi volontari di servizio civile internazionale per intervenire nei conflitti e promuovere condizioni di sviluppo e di pace, la creazione di ampie zone disarmate e neutralizzate, a cominciare dall'Europa. Ai persuasi della nonviolenza il compito di farsi centro di nonviolenza: diffondere, approfondire, educare alla nonviolenza, organizzandosi in rete, informando l'opinione pubblica, facendo pressioni, poiché la pace è cosa seria per affidarla unicamente nelle mani dei governi, e visto che vi sono prove che in un modo o nell'altro, tutti o quasi tutti i governi mettono in moto atti o cause di guerra. [73]

Furono dal convegno lanciati due appelli per la pace e l'unità dei popoli.

Il primo si rivolgeva agli asiatici e ai popoli delle altre terre non occidentali e fu letto il 30 gennaio, in apertura del convegno, celebrando la memoria di Gandhi

[...] che fu così alto propugnatore e attuatore dei principi e dei metodi della nonviolenza.

[...]che rappresenta ai nostri occhi il punto più puro raggiunto dai popoli non occidentali nell'affermare il loro diritto di partecipare ad una nuova civiltà nell'unione mondiale e nel rinnovamento della realtà, della società, dell'umanità [...] [74]

Il secondo messaggio fu letto il giorno seguente, presso la tomba di san Francesco d'Assisi. Si invitavano i popoli dei continenti occidentali a realizzare l'unità mondiale, non attraverso la violenza della politica e dell'economia, ma attraverso la cooperazione e la nonviolenza. In alcuni passaggi noi vi possiamo cogliere con chiarezza l'opposizione premonitrice ai processi di globalizzazione del sistema mondo:

Noi crediamo fermamente che l'unità mondiale dal punto di vista culturale, economico ed anche politico, potrà essere un bene o un male secondo il metodo che userà per attuarsi. Se userà la violenza, sarà una unità materiale e oppressiva, come furono quei tentativi che il mondo europeo e mediterraneo vide nel passato, e che dovettero essere domati e superati dalle forze spirituali; se sarà usata la nonviolenza l'unità mondiale sarà l'intima base per accomunare veramente tutti e il punto di partenza per una liberazione di tutti, e un rinnovamento profondo della realtà, della società, della umanità. La violenza fa che il male continui, la nonviolenza apre nell'intimo e nel mondo circostante una nuova realtà [...] E che le moltitudini dei continenti occidentali si incontrino con le moltitudini dei continenti non occidentali, nell'infinita unità nonviolenta. [75]

Il Centro di coordinamento internazionale per la nonviolenza, nato sulla scia del convegno del gennaio 1952, svolse poi per un decennio, fino all' indizione della marcia della pace Perugia-Assisi del 24 settembre 1961, una molteplicità di iniziative di studio e di formazione, oltre a un continuo lavoro di collegamento con riviste, centri, associazioni internazionali, singole personalità che operavano in tutto il mondo per la crescita della nonviolenza. Grazie a Capitini Perugia divenne in quegli anni, non meno di Firenze con Giorgio La Pira , un faro mondiale della pace e della nonviolenza.

Tra le tante iniziative internazionali promosse dal Centro perugino va ricordato, per il suo particolare significato, il convegno Occidente-Oriente asiatico, che si tenne a Perugia nella Rocca Paolina (11-13 settembre 1953), allo scopo di metter in rilievo quanto già esista e quanto possa essere ancora fatto come pensiero e come azione per stabilire un'unità nonviolenta tra l'Occidente e gli altri continenti. [76]

Il decennio di instancabile attivismo nel diffondere la nonviolenza da parte del Centro di Perugia fu coronato dalla sua più pregnante iniziativa: la marcia della pace per la fratellanza tra i popoli, convocata per il 24 settembre 1961 da Perugia ad Assisi. La marcia, cui confluirono persone di diverse correnti politiche e religiose nel nome della Pace, fu per Capitini una strordinaria occasione per far conoscere il programma e il metodo della nonviolenza [77] :

Resistere alla guerra vuol dire: evitare le immense distruzioni specialmente per opera delle armi nucleari, la strage di tanti innocenti, la diseducazione dei giovani, il ritardo nello sviluppo civile, la liberazione progressiva e totale dai gruppi reazionari e sfruttatori. Lavorare per la pace vuol dire: aiutare l'avanzata nella cultura, delle moltitudini arretrate nei singoli paesi e nei continenti: stabilire un'unità nonviolenta tra Occidente e Oriente asiatico; arrivare a sviluppi civili molto alti, a un rinnovamento delle strutture sociali, a un affluire di nuova vita morale e religiosa di unità con tutti gli esseri. [78]

Dopo la marcia di Assisi, il Centro per la nonviolenza, per dare maggior forza e visibilità alla propria azione, si trasformò e diede vita (1961) al Movimento nonviolento per la pace costituito da:

“pacifisti integrali”, che rifiutano in ogni caso la guerra, la distruzione degli avversari, l'impedimento del dialogo e della libertà d'informazione e di critica. Il Movimento sostiene il disarmo unilaterale ( come primo passo verso quello generale), ed affida la difesa unicamente al metodo nonviolento. [79]

Le idee direttive del movimento furono schematizzate da Capitini in dieci punti: indipendenza dai governi, metodo di lotta nonviolenta, marce della pace, l'obbiezione di coscienza (con l'istituzione di un servizio civile alternativo per la difesa nonviolenta), vie al disarmo ( cominciando con la riduzione delle spese militari e la creazione di grandi aree denuclearizzate), vergogna per gli esperimenti nucleari, scambi di lavoratori e studenti (come anticipo della libera circolazione di tutti dappertutto), Internazionale della nonviolenza ( con particolare sollecitazione alle religioni tradizionali a tramutarsi per mettere al primo posto la scelta nonviolenta), socialismo e libertà, centri aperti di un federalismo dal basso. [80]

Il terzo campo

Un lavoro simile a quello di Capitini veniva svolto negli Stati Uniti da Abraham Johannes Muste, esponente del Fellowship of Reconciliation. Muste, insieme a un gruppo di pacifisti gandhiani denominatisi Peacemakers, aveva convocato una conferenza a Chicago nell'ottobre 1953 sul tema del Third Field (Terzo Campo). Capitini se ne interessò vivamente, trovandovi dei punti di indubbia convergenza. Il 4 ottobre 1953, il giorno di san Francesco di Assisi, fu reso pubblico un appello per la nascita del “terzo campo” [81] che, al di fuori dei blocchi contrapposti del capitalismo e dello stalinismo, voleva collegare tutte quelle forze che lottano contro l'imperialismo, il capitalismo, l'assolutismo statale, la guerra fredda, in un movimento rivoluzionario internazionale nonviolento [82] . Capitini vi ritrovava le tre grandi linee programmatiche che già erano state del suo movimento liberalsocialista:

1) estensione massima dell'indipendenza, dell'eguaglianza delle condizioni giuridiche;

2) passaggio delle risorse naturali e delle fonti di produzione e degli strumenti chiave di distribuzione e di comunicazione a tutti, in possesso sociale ed amministrazione democratica, per mezzo di organi popolari cooperativi, comunitari e simili;

3) la nonviolenza come mezzo fondamentale per costruire una società democratica matura. [83]

Dal primo incontro di Chicago si costituì un comitato presieduto da Muste, segretario Charles Walker, che partendo dalla dichiarazione dei Peacemakers del 4 ottobre 1953, convocò a New York un ulteriore convegno, allargato alla partecipazione di altre organizzazioni, per i giorni 27-29 novembre 1953. Capitini seguì con vivo interesse gli esiti di quell'incontro e ne scrisse diffusamente per informare e valutare i risultati scaturiti. Capitini apprezzò l'opera del presidente Muste che aveva impostato i lavori del convegno ottimamente, cercando di superare le differenze che si trovavano tra le diverse anime che aderivano al “terzo campo”, nel proposito comune di fronteggiare il pericolo della guerra. La relazione conclusiva riprendeva e svolgeva i temi dell'appello di Chicago, enfatizzando ancor di più la consapevolezza che il lavoro del terzo campo andava oltre l'opposizione ai due blocchi e alle loro politiche di guerra, avendo come meta la costruzione di un nuovo ordine, libero, umano e veramente democratico.

La War Resisters International (l'Internazionale dei resistenti alla guerra), cui il Centro per la nonviolenza di Perugia era affiliato, convocò il suo congresso triennale a Parigi dal 29 luglio al 2 agosto '54, scegliendo di analizzare e discutere le prospettive di azione del Terzo Campo. Capitini vi partecipò e ne diede un ampio resoconto sul numero di ottobre 1954 della rivista Il Ponte, pensando anche che, per l'abbondanza del materiale raccolto, si potesse approntare un libro, in modo da mostrare questa “coralità” di problema, questo sorgere di forza morale e religiosa senza un rivelatore, questa Internazionale che già esiste potenzialmente. [84]

I discorsi di apertura e di conclusione [85] furono tenuti da A. J. Muste, che riscosse il consenso di Capitini per la chiarezza e la serietà dell'impostazione, profondamente fedele all'esigenza di uno sviluppo occidentale del metodo gandhiano:

Il Muste ha chiarito subito che il “terzo campo” non fa soltanto opposizione al lato militare dei due blocchi, ma pure al lato sociale-politico: i due si stimolano a vicenda. Quindi il “terzo campo” non afferma una neutralità elementare, ma un lavoro complesso per un nuovo modo di vita, per la fondamentalità dei valori spirituali e della sottomissione della tecnica all'uomo, per strutture sociali democratiche e cooperative, per la rinuncia alla fede nella difesa militare spostando la nozione di potere. [...] In questa società non si può prendere il potere, per non identificarsi con vecchie strutture; ma dobbiamo lavorare perché la situazione (e la nostra vita) si trasformi. [86]

Capitini affrontò alcuni problemi interni al “terzo campo”. Innanzitutto, era necessario approfondire il fondamento religioso dell'apertura alla socialità, come atto di unità-amore con tutti, da cui discende la scelta della nonviolenza. Memore dell'esperienza personale maturata nel movimento liberalsocialista, Capitini ammoniva il Terzo Campo a non accentuare soltanto il primo punto, la difesa delle libertà, perché si avrebbe uno squilibrio e, in fondo, un ritorno a qualche cosa di conservatore, accontentandosi di là dove c'è un po’ di libertà, scegliendo il “male minore”, che è teoria non adatta a chi mira ad un rinnovamento profondo. [87]

Senza un lavoro educativo che solleciti a una profondità del cambiamento interiore, si rischiava, da parte di alcuni, di ritornare ai modi della vecchia politica, che non rifiutava l'uso della guerra per la difesa della nazione o per liberarla da oppressione straniera o domestica. L'opzione nonviolenta doveva diventare il punto imprescindibile per accomunare l'azione di tutte le forze del “terzo campo”, altrimenti ne uscirebbe snaturata la sua fisionomia e la sua efficacia:

e perderebbe il suo sale, che è proprio questo: di sollevare, contro i politici, il problema dei “mezzi”, e quindi di non tendere direttamente al potere, ma a suscitare forze, cioè coscienze, che poi si daranno strumenti e strutture liberatrici. [88]

Un secondo rischio possibile per il “terzo campo” era quello di ricadere nelle incertezze e nei limiti del vecchio pacifismo, che operava prevalentemente nell'orizzonte delle strutture istituzionali esistenti :

Il vecchio pacifismo si appoggiava agli Stati, e quindi culminava nella Società delle nazioni. Il nuovo pacifismo, pur non deridendo quei tentativi, vuol cominciare qualcosa d'altro al più presto, dopo che l'esperienza di due guerre e la probabilità di una terza pur con tanto di Nazioni Unite, dimostra che solo costituendo un federalismo nonviolento dal basso, fuori dalle strutture e dai modi delle precedenti istituzioni, si fanno passi in avanti, per piccoli che sembrino. [89]

Il presagio di una rivoluzione nonviolenta in Europa.

Capitini amava parlare del presente, e persino del futuro, facendo accostamenti di epoche e di situazioni storiche. Soprattutto riandava alla civiltà greco-romana, in modo da illuminare con il passato le linee di tendenze della storia contemporanea: trasformiamo, diceva, l'antico profetare in filosofia della storia. [90]

Rivolgendosi a esaminare la situazione dell'Europa uscita divisa dalla guerra e dagli accordi di Yalta, Capitini applicò alla guerra fredda tra i due blocchi un paragone storico di grande suggestione, che a posteriori si è rivelato straordinariamente profetico nell'indicare i modi e le dinamiche nonviolente che hanno portato, quarant'anni dopo questo scritto, nell'autunno dell' 89 all'abbattimento del muro di Berlino da parte di un movimento popolare che agiva dal basso e dal di dentro delle società.

L'Europa sta tra l'America e la Russia come la Grecia stette tra Roma e la Macedonia. [...] Se la Russia è la Macedonia e l'Europa la Grecia, l'unità politica del mondo è da Occidente e non da Oriente, ed in forma inizialmente federativa, poi sempre più imperiale. L'ordine sociale non viene sommosso, anzi si ha un rafforzamento dei ceti privilegiati. L'Europa è spogliata e soccorsa. Essa, capta, comunica i suoi modi e la sua cultura, rimane anzi una sede di cultura sia per il continuarsi della tradizione, sia per nuove affermazioni. Ma la diffusione della cultura nel mondo, in tutte le pieghe della terra, spetta prima ai “Macedoni” (per l'Oriente); poi ai “Romani”: il carattere della civiltà si fa cosmopolitico, nei segni dell'architettura, delle macchine, dei costumi, nell'intenso scambio di culture, nella mescolanza dei popoli, nell'incontro di religioni; e nella formazione di un mercato unico mondiale.

Secondo questo racconto il sistema americano e il sistema russo dovrebbero compenetrarsi; [...]Ma l'unità mondiale stabilita dall'America sarebbe giuridica, amministrativa, non profonda; sarebbe un codice di convivenza internazionale, e fermerebbe l'uomo in quello che è, non lo rinnoverebbe; spianerebbe le differenze etniche, ma conserverebbe i privilegi dall'alto: in ultima analisi rivelerebbe una finalità edonistica,[...] La sollecitazione popolare [...] continuerebbe nei più tenaci, ma trasformandosi attraverso Cristo: non Filippo di Macedonia, ma Paolo di Tarso vinse Roma. La vera unità mondiale, dunque, non quella costruita dal Senato di Roma[...], ma quella instaurata dall'intimo e dal basso, secondo un motivo sociale arricchitosi e approfondito religiosamente. [91]

In realtà la Russia stalinista somigliava alla Francia napoleonica, l'impeto di una grande rivoluzione era stato soppiantato da una struttura totalitaria, burocratico-militare. Di qui l' insufficienza della Russia e la miopia, come spesso Capitini denunciava, di quanti (i partiti del fronte popolare) guardavano ancora ad Oriente per un sostegno a una rivoluzione in Occidente. C'era bisogno in realtà, come accadde nel mondo ellenistico, di un “parto” religioso, [92] di preparare una forza etico-sociale che sia sulla direzione di una trasformazione della società. [93] E volgendoci alla storia d'Israele al tempo dei Romani, appare con evidenza che non furono le rivolte armate e le azioni partigiane degli zeloti a sconfiggere la grande meretrice. [94] Ci si avviò al “regno” per altra via che non quella della rivolta armata. Mutò l'animo. Non si cercò per via diritta il potere, ma l'influenza sugli animi si diffuse, fu una forza, e perciò “potere”. [95]

Il punto centrale della profezia capitiniana è questo: il grande sovvertimento della divisione del mondo sancita a Yalta sarebbe avvenuto per opera di una forza etico-religiosa, di un grande movimento popolare che agiva dal basso e dal di dentro. Dal basso perché non sarebbe opera dei vertici degli Stati, ma di un movimento popolare spontaneo. Dal di dentro perché non sarebbe il risultato di una potenza esterna, delle bombe e della politica del terrore, ma di un movimento interno agli animi e alle società, che avrebbe generato forza, solidarietà nonviolenta e potere di tutti.

Dopo l'esplosione della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, Capitini in un articolo pubblicato il 17 agosto 1945, già aveva preconizzato questa forza più forte della bomba atomica:

[...] così posseduta la massima forza, sorge la crisi della forza, e il problema se, per attuazione di libertà, non le si possa contrapporre una ancor più formidabile. Perché la bomba è un mezzo, una cosa, una forza esterna [...]

È bene che la forza sia giunta a un tale massimo; così sono superati tutti i “difettivi sillogismi che fanno in basso batter l'ali”. Quando ci si affanna per spiegare che la forza non è tutto, e che per le contrapposizioni assolute bisogna allestire ben altro, ci si sente accusare di non essere realisti; [...] Ho pensato e penso che le vittorie che contano sono vittorie dal di dentro, quelle di Atene e di Gerusalemme.

Che cosa vale ora avere posizione strategiche? nazioni vassalle intorno? Bisogna ricorrere ad altro per affermare. Israele poté fantasticare un regno nazionalistico; ma quando il più imbattibile nazionalismo del tempo venne cinto di pubblicani, a fargli pagare le tasse, Israele ebbe un'altra rocca, un'altra trincea, un'altra visione fantastica, la croce e l'attiva noncollaborazione dei cristiani contro colei che era l'assolutizzazione del potere politico. Contro la ridicola apoteosi imperatoria, il Dio “in cui siamo e in cui viviamo”. Grandiose sono le vendette dell'anima quando è offeso il suo primato, che è vita della vita. [96]

Un federalismo nonviolento dal basso

Capitini giudicava che anche le teorie politiche più avanzate dell'Occidente, quella democratica e quella marxista, restano confinate nel cerchio chiuso dei limiti psicologici e sociologici attuali, indicando solo un modo più ordinato della convivenza, non considerando, dunque, l'essere vivente nel suo miglioramento e nel suo sviluppo oltre i limiti in cui egli si concreta attualmente. [97]

Chiuso in un orizzonte giuridico-amministrativo il sistema democratico non riesce a sviluppare il potere di tutti, anzi resta impacciato in disuguaglianze, sfruttamenti e perfino intolleranze e persecuzioni, per “salvare la democrazia!” [98] , mentre il marxismo non riesce a creare l'uomo nuovo, che pur era il suo proposito. [99]

Sono difficoltà che, secondo Capitini, si potevano risolvere solo assumendo il punto di vista religioso della nonviolenza, che trascende i fatti giuridico-amministrativi in una dimensione di fede, carità, speranza. [100]

Capitini si dimostrava estremamente lucido e preveggente della crisi della politica dei blocchi. Ipotizzando l'espansione dell'area euro-americana, tale che l'impero atlantico avanzi fino a sommergere o inglobare l'impero sovietico orientale, rimanga esso congiunto o si scinda, prima o poi, [101] si approderebbe, se si vuol fare un paragone storico, a una soluzione di tipo ellenistico-romano, avente come leader gli Stati Uniti che di fronte a maggiori difficoltà e crisi europee, si faranno sempre più imperiali.

C'è bisogno di altro, invocava Capitini, e questo altro sarebbe l'aggiunta portata dal metodo nonviolento. Innanzitutto il punto di vista nonviolento non è quello degli Stati e dei suoi capi, che ragionano in termini di costruzione di una potenza maggiore (l'Europa Unita) in grado di competere con le altre potenze, e non si fanno scrupoli di progettare la guerra con milioni di morti e interi paesi distrutti. Che lo Stato sia giunto ad essere, pur federativo internamente, così carico di potenza distruttiva, come è nell'uno impero e nell'altro, è il segno che bisogna urgentemente contrapporgli altro. [102]

Non si tratta più, come nelle vecchie rivoluzioni, di mirare ad impadronirsi del potere e ad esercitarlo, facendo ricorso all'uso della violenza per vincere le possibili resistenze, ma di favorire un orientamento nuovo delle popolazioni che prendano coscienza delle proprie potenzialità di controllo e di solidarietà collettiva, e si mobilitino a costruire un federalismo nonviolento dal basso, per cui si tende a stabilire rapporti nonviolenti tra comunità nonviolente, operando dal di dentro di vecchi Stati, e favorendo il loro deperimento. [103]

Si capisce anche che questo federalismo nonviolento dal basso assume in pieno il programma della collettivizzazione, della presenza uguale di tutti, del superamento delle classi, della fine dello sfruttamento; e non è da confondere con un federalismo ai vertici, degli Stati come sono ora, conservando i privilegi sociali di ora, federalismi parziali e continentali o regionali, che certe volte appaiono piuttosto consorzi di banche vicine a fallire, privi della forza rivoluzionaria del nostro federalismo universale per una nuova società, una nuova realtà. [104]

Nella direzione di un cammino verso la mondialità va collocata anche la marcia della Pace Perugia-Assisi del 24 settembre 1961. La marcia esprimeva la convinzione che le grandi questioni del disarmo e della pace debbano essere affrontate operando “dal basso” con il più esteso coinvolgimento popolare, perché:

le istituzioni giuridiche (come lo Stato, i tribunali, le Nazioni Unite, ecc.), utili ancora transitoriamente per superare la tentazione o l'atto della violenza e che l'umanità progredendo tende a ridurre specialmente negli aspetti coercitivi, hanno bisogno di essere sostenute da un grande movimento generale dal basso, perché operino veramente per tutti e non al servizio di gruppi di potenti. [105]

Nei confronti dell'Onu, un esempio culminante di uno sforzo giuridico, che va scrutato e animato diversamente, [106] sarebbe importante il ruolo di una Internazionale della nonviolenza che può diventare la forza magnetica che orienti l'ago delle politiche delle Nazioni Unite. [107] Altrimenti senza la pressione “dal basso” delle popolazioni del mondo, ben si scorge il pericolo che l'ONU sia portata a fare da alone o da decorazione dell'impero americano [108] :

una struttura giuridica può essere [...] associata alla volontà di potenza e di preminenza del proprio sistema ideologico-economico, con una boria che potrebbe assomigliarsi all'ottusaggine dei romani che, in nome dell'esser loro i guardiani del mondo, sterminavano i compagni di Spartaco e davano i cristiani in pasto alle belve. [109]

C'è chi propone un governo mondiale, sotto l'egida dell' ONU democratizzato, con una sua costituzione e una sua polizia internazionale, ma Capitini non si appasionava per un tale obiettivo, perché:

corre il rischio di mantenere la violenza e di appoggiarsi a un impero vincente, e tutto resta come prima; diminuirà qualche guerra, perché il diritto di farla rimane al centro dell'impero, ma è grave l'inconveniente che se questo governo mondiale fa ingiustizia, non c'è scampo. [110]

C'è bisogno di altro e di ulteriore rispetto a una ricerca di sola democratizzazione giuridico-amministrativa, anche se questa non va sottovalutata come punto di arrivo di una maggiore razionalità istituzionale. La nonviolenza, comunque, si rivolge a un lavoro diverso e più profondo:

Le Nazioni Unite, come insieme di sforzi per dominare razionalmente le situazioni difficili e per provocare continuamente la cooperazione, sono sostenibili, anche perché tutte le trasformazioni rivoluzionarie che la nonviolenza porta, sono sempre il fondamento e l'integrazione di quelle decisioni razionali e giuridiche che gli uomini prendono, quando esse sono un bene per tutti. Certo, il nonviolento non si scalda per il governo mondiale, che potrebbe diventare arbitrario e oppressivo, ma per il suscitamento di consapevoli e bene orientate moltitudini nonviolente dal basso. [111]

Capitini apriva l'orizzonte delle strategie pacifiste a una prospettiva nuova. Il vecchio pacifismo puntava tutto sul governo mondiale, sullo sviluppo dell' ONU e del diritto internazionale, la nonviolenza propone un lavoro più incisivo e di più diretta ed esemplare responsabilità, più caratteristico e più immediato, meno giuridico e più di coscienza. Ponendosi obiettivi alti, che ad alcuni possono sembrare utopistici, si apre la strada a una nuova razionalità, che potrà in futuro ben essere accolta in leggi migliori e in nuovi istituti internazionali. La nonviolenza deve proporsi sempre il massimo di radicalità e non accontentarsi del “male minore”, perché il fondamentale è l'apertura all'amore e alla realtà liberata. Anzi dice il Vangelo:«Cercate il regno di Dio, e il resto vi sarà dato in sovrappiù». [112]

Scegliere, come molti hanno fatto in nome del realismo, il “male minore”, è teoria non adatta a chi mira ad un rinnovamento profondo. Se Gesù Cristo avesse scelto il male minore fra la tradizione giudaica e il romanesimo, noi non avremmo tanto del bene che abbiamo [113] .

La costituzione di una Internazionale della Nonviolenza, caldeggiata a lungo, fin dai primi anni del dopoguerra, approdò alla stesura di un piano articolato per la nascita della federazione nonviolenta mondiale, che Capitini presentò al congresso triennale del WRI ( War Resisters’ International), svoltosi a Roma, dal 7 al 12 aprile 1966. [114]

L' idea guida era quella di predisporre e verificare piani di intervento dell' Internazionale nonviolenta nelle zone calde di maggior conflitto: programmare azioni nonviolente in Vietnam; azioni nonviolente a carattere sociale in America Latina; azioni per la libertà di espressione in Spagna e Portogallo; azioni per il riconoscimento legale dell'obiezione di coscienza, l'addestramento alle tecniche della nonviolenza nelle scuole pubbliche, l' educazione dei popoli alla difesa popolare nonviolenta. [115]

La difesa popolare nonviolenta.

La difesa diventava sempre più , per Capitini, la questione cruciale della strategia nonviolenta contro la guerra. Negli ultimi mesi della sua vita mise a punto varie riflessioni di approfondimento su Difesa e nonviolenza.

Il cambiamento da portare a maturazione è una diversa idea della “difesa della patria”, facendo prendere coscienza all'opinione pubblica e al mondo politico che essa può attuarsi senza armi, mediante un'organica ed efficiente strategia di difesa nonviolenta: [116]

La nonviolenza è strettamente congiunta col punto a cui è la guerra, con la sua attrezzatura tecnica e le armi nucleari. L'esasperazione della ferocia e della vastità distruttiva della guerra, specialmente dopo Hiroshima, ha posto il problema di arrivare a un altro modo di condurre le lotte e la stessa difesa. Come ci si difende alle frontiere da missili che varcano i continenti e in pochi minuti distruggono città, specialmente le industrie, i civili ? Si può arrischiare una tale strage e un tale avvelenamento dell'educazione delle generazioni ? Dietro e dopo le soluzioni provvisorie dell'equilibrio del terrore, mentre è enorme nel mondo la fabbricazione di armi di tutte le specie e la loro distribuzione anche ai popoli sottosviluppati, la nonviolenza prepara la svolta storica del possesso in tutto il mondo di un metodo di lotta che esclude la distruzione dei nemici, attraverso la noncollaborazione con il male, la solidarietà aperta dei giusti. Questo metodo non ha bisogno di armi e perciò di appoggiarsi ad una nazione con industrie capaci di darle, come sono costretti a fare i guerriglieri violenti che usano i vecchi metodi del terrorismo tra gli avversari e della tortura dei prigionieri. [117]

Resa folle la possibilità di una difesa armata dall'avvento delle armi di distruzione di massa, il dilemma della “sicurezza comune” può essere risolto addestrando le popolazioni, i giovani obiettori, all'uso del metodo nonviolento nella difesa, ripristinando, al di fuori degli eserciti, la funzionalità e la razionalità della difesa non-armata :

perché intendere la difesa soltanto con le armi, come distruzione di nemici? Il metodo nonviolento è in grado di organizzare, nei minimi particolari, una resistenza nonviolenta, sulla base della noncollaborazione e del rendere molto difficile l'azione bellica dei nemici, che finisce con essere una difesa ancora più risoluta e tenace di quella militare, “il materasso contro la pallottola”, diceva Gramsci. Esiste una strategia della difesa nonviolenta, che è efficace, complessa, impegnante, e speriamo che sia presto appresa dagli strateghi della difesa violenta, portando in quella il loro idealismo, e dai politici e dai costituzionalisti, poveri, finora, di immaginazione creativa. [118]

L'attivazione di un servizio civile impegnato in una difesa nonviolenta della patria consentirebbe agli obiettori di adempiere in pieno al dettato dell'articolo 52 della Costituzione che recita : La difesa della patria è sacro dovere del cittadino. Commentava Capitini:

E quel termine “sacro” dovere, che giustamente dispiaceva a Jemolo, quanto più opportunamente sarà usabile per una difesa, quella nonviolenta, che potrà avere nel suo fronte Cristo e Francesco, che di “sacro” si intendevano. Si capisce che la strategia della difesa della patria richiede un addestramento lungo, un'attrezzatura di materiali, una mobilitazione organica. [119]

La maturità delle riflessioni di Capitini nel porre al primo posto come obiettivo politico in Italia la formazione degli obiettori a una difesa popolare nonviolenta, dimostra come egli abbia negli anni approfondito le sue intuizioni iniziali, aprendosi al contributo di quanto di meglio si produceva a livello internazionale nel campo degli studi sulla pace. [120] Strategie efficaci dei movimenti contemporanei per la pace non si pongono più esclusivamente sul piano antimilitarista e disarmista, ma si impegnano strenuamente per la istituzionalizzazione della DPN.

Un altro vantaggio della strategia della difesa nonviolenta è di rendere evidente che l'assoluto che viene difeso non è tanto un territorio, quanto una patria universale, che è il rapporto amorevole e cooperativo tra tutti, una libertà e sviluppo dinamici che debbono valere per tutti. Questo vuol dire che l'idea stessa di patria viene ad arricchirsi di ideali e ragioni di vita universali. [121]

La teoria delle due fasi del potere.

Il grande fatto della metà di questo secolo è il discorso sul potere, [122] scriveva Capitini nell'approssimarsi del convegno estivo del '68 dedicato a Nonviolenza e politica. [123]

Riflettendo sulla letteratura sociologica del potere, da Weber a Gramsci, Capitini notava che anche per i teorici del realismo qualsiasi autorità politica, anche la più dispotica, si deve porre il problema del consenso, cioè della probabilità di trovare obbedienza per i propri comandi.. Ponendo al centro la questione del consenso, Capitini elaborò una sua teoria nonviolenta del potere, [124] distinguendo il “potere su...”(cioè il dominio), dal “potere di...”, inteso come capacità di realizzare progetti ( tra cui proporre norme), con la probabilità di vedere realizzati progetti e le norme ubbidite. [125]

Accrescendo le forme del controllo democratico, sviluppando il riferimento alla realtà di tutti e non all'interesse personale, l'omnicrazia può acquistare sempre più autorevolezza, morale e culturale, che porta con sé il consenso di molti alle proprie proposte:

Questo discorso vale anche ad illuminare l'espressione il “potere di tutti”. La solidarietà aperta e il sacrificio resistente conferiscono un potere a tutti, dànno cioè una capacità di influire, di presentare efficacemente la propria volontà, di essere, sia pure inizialmente in piccolo, ascoltati e fors'anche obbediti. [126]

Perciò si deve capire che si può esercitare un potere pur non stando al governo. Capitini distingueva, a questo proposito, due fasi del potere. La prima fase è quella del potere senza governo, quel potere di tutti che in tanti modi può essere, attivamente e coordinatamente, rafforzato dai nonviolenti mediante l'incoraggiamento a prender posizione, a controllare, a collegarsi, a formare comunità, a sacrificarsi. [127]

La teoria delle due fasi fa posto ad una fase di potere senza governo, che crea la meritevolezza davanti alla storia. Di contro al pessimismo che soltanto con lo Stato si dominano gli uomini inguaribilmente e interamente egoisti e violenti (un ragionamento che ha anche il limite, che lo Stato, che dovrebbe dominare e correggere gli individui, potrebbe trovarsi nelle mani di una persona , di un gruppo egualmente egoista e violento) facciamo valere il metodo di impostare un'adeguata articolazione della prima fase, quella del potere senza governo, premessa e garanzia che l'eventuale seconda fase sia un potere nuovo “conseguente” alla prima fase, di allargamento di aperture, di addestramento alle tecniche della nonviolenza (che non può essere usata a caso, specialmente se è attività di gruppo), di miglioramento della zona in cui si vive (perché da una periferia onesta, pulita, nonviolenta, avverrà la resurrezione del mondo), di lavoro educativo, di impostazione di continue solidarietà con altri nella rivoluzione permanente per la democrazia diretta, connessa intimamente con la nonviolenza. [128]

Tanti sono stati gli inconvenienti di chi ha ignorato la prima fase, concentrandosi solo sulla seconda fase, quella della conquista e dell' esercizio del potere ad ogni costo. I partiti, anche quelli di sinistra fautori del rinnovamento, si concentrano esclusivamente sulla seconda fase, sottovalutando o ignorando la prima fase. Si vide bene quando , come ricordava spesso Capitini, alla riunione costitutiva del Fronte popolare al Planetario di Roma il 28 dicembre 1947, i partiti non presero in alcuna considerazione l'invito a sostenere il progetto dei Cos per la democrazia diretta. [129]

Se si vuole un vero cambiamento, prima di arrivare alla seconda fase, quella dell'esercizio diretto del potere, bisogna sviluppare una prima fase di allargamento di aperture, altrimenti si può anche arrivare ai vertici del governo, ma solo per sostenere politiche moderate e regressive.

Questo è un punto di distinzione irrisolvibile tra i nonviolenti e i partiti. Non è un caso, infatti, che nessun partito accetti interamente la nonviolenza, e ai nonviolenti non resti, secondo Capitini, che avere incontri e accordi solo transitori. [130]

I nonviolenti si pongono all'opposizione ed è dall'opposizione che danno il loro contributo per modificare la politica: sarebbe un errore che i nonviolenti prendessero per assoluti gli schemi con i quali opera la politica [131] .

La nonviolenza si organizza, si addestra, studia le occasioni e i modi per influire volta per volta sulla politica. La politica ha le sue regole come le ha un gioco, e non può buttarle via, perché con essa fa un lavoro utile mantenendo la coesione, almeno esterna, delle società; e i nonviolenti lavorano per fare il loro gioco con le loro regole, ora d'accordo, ora contrastando, e si formano un posto nella vita della società. Si capisce che la politica, per fare il suo gioco, tende ad acquistare e a difendere il potere; ma si capisce anche che i nonviolenti, per fare il loro gioco, tendono a rendere forte, informata, consapevole, onesta, amorevole, la coscienza di tutti gli esseri. Il politico dice: prima il potere, poi la coscienza; il nonviolento dice: prima la coscienza, poi il potere. [132]

Nella relazione inviata al convegno del '68 su Nonviolenza e politica, Capitini propose, tra l'altro, di preparare liste pulitissime di nonviolenti per partecipare alle elezioni comunali e regionali sotto la sigla rivoluzione nonviolenta per la democrazia diretta. [133] Avvertiva nei movimenti di quell'anno una possibilità di riprendere e rilanciare la democrazia diretta, la libertà d' informazione e di critica, la moltiplicazione delle assemblee decentrate, discutenti e deliberanti. [134] La partecipazione elettorale avrebbe offerto il vantaggio di avere una tribuna per parlare, per far conoscere le idee e le iniziative nonviolente, che sono così vicine ai problemi delle amministrazioni locali, ma che prospettano anche cose che vanno oltre la regione. [135] Ci sarebbe stato il rischio di perdere il mordente nonviolento?, di fare compromessi o di consumarsi in attività poco rilevanti rispetto a quelle nonviolente? [136] Capitini rispondeva riproponendo le sue tesi sul potere omnicratico, che si sviluppa nella prima fase cominciando proprio da forme di potere locale, agendo magari da semplici consiglieri :

I nonviolenti non sono del parere che importi impadronirsi del potere per poi usarlo nel vecchio modo; il ‘potere nuovo’ non sta nel fatto che uomini nuovi lo hanno preso, ma che esso viene esercitato in modo ‘nuovo’. Finché non sia possibile questo, i nonviolenti non possono aver fretta di possedere il potere, ma cercheranno di agire in un modo che anche il proprio sia un potere. Non è detto che tutto il potere sia nel governo, e che chi non sia al governo, non abbia nessun potere. Bisogna meglio accertare il potere possibile pure non stando al governo, perché si può sostenere che sia necessario un periodo o una fase nella quale essi abbiano un potere che non sia immediatamente di governo, che non potrebbe non essere nei vecchi modi. Questa teoria di due fasi invece di una fase è importante per contrastare la tesi della conquista del potere, che è stata dominante nella prima metà del secolo. In ogni modo la teoria delle due fasi, che fa posto ad una fase di preparazione o di potere senza governo - con proposte e norme che altri accettino volontariamente, coagulando così numerose forme di potere -, è da utilizzare oggi al massimo, specialmente dopo aver visto gli inconvenienti della tesi di una sola fase, cioè della conquista in ogni modo del potere. [137]

La tramutazione nonviolenta delle religioni

Dopo la marcia Perugia Assisi del '61 Capitini aveva scritto:

In tutte le religioni attuali bisogna sollecitare una spirito di religione aperta, che affermando l'unità intima di tutti gli esseri, metta in primo piano l'uso della nonviolenza, e prepari l'unificazione nonviolenta dell'Occidente e dell'Oriente asiatico. [138]

Riprendendo, al tramonto del suo impegno terreno, il tema della riforma religiosa nonviolenta, che è stato il filo rosso di tutta l'opera capitiniana, al convegno estivo del '68 dedicato a Nonviolenza e religione ripropose la sua persuasione profonda che attraverso il rinnovamento nonviolento delle religioni tradizionali poteva nascere la grande internazionale della nonviolenza:

la nonviolenza è il vero “ecumenismo” che agisce sulle religioni tradizionali perché vi avvenga una prospettiva nuova, che metta al punto centrale l'apertura a tutti gli esseri;

[...] Se l'apertura a tutti è preliminare e permanente, non ci sarà lavoro teologico, enunciazione di verità, autorità di testi, che non si subordinino alla nonviolenza, cioè al religioso orizzonte di tutti fatto concretamente presente nella scelta della nonviolenza, non per preferenza verso una persona o un'altra, ma per amore di tutti. Si può arrivare perfino a sospendere, o mettere tra parentesi, la parola dei capi religiosi che inducano alla guerra (per la civiltà, per la patria, per gli altari e i focolari); si può arrivare anche a mettere in disparte concezioni di Dio che lo presentino datore di dolore irrimediabile; il nonviolento trarrà poi dalla nonviolenza stessa, come amore per l'infinito miglioramento di ogni essere, una più adeguata concezione della “parola” e di “Dio”. Cioè la nonviolenza comincia oggi ad esercitare, se messa avanti a tutto, un'influenza ecumenica sulle vecchie religioni, che andrà molto lontano nel produrre i suoi effetti. [139]

Lo spirito, si dice, soffia dove vuole, e il seme viene portato fuori dai recinti ristretti delle organizzazioni, dove quel seme rischiava di essere soffocato dalle spine, e può germogliare dove trova terreno fertile e sole .

In Italia la grande rivoluzione dell'obiezione di coscienza, del volontariato, del rinnovamento della vita religiosa, del dialogo ecumenico per la pace, stanno a dimostrare l'influenza profonda che l'opera di Capitini ha avuto nel lungo periodo, molto più profonda e diffusa di quanti potevano vantare immediati successi politici o culturali.

Se si guarda con lungimiranza si può constatare che la storia nel suo progresso assimila i contributi nonviolenti. [140]

Come aveva scritto Capitini nel giugno 1940, di fronte alla catastrofe francese che sembrava annichilire la speranza:

Non c'è situazione avversa in cui non resti sempre qualche cosa da fare. L'essenza del nostro migliore agire è dare, senza sempre e subito chiedere. [...] La storia procede per opera di coloro che, elaborato un profondo ideale, secondo le migliori esigenze di tutta l'anima, vanno a infonderlo in mille modi nella realtà. [141]

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[1] Nell'estate precedente il ricovero in ospedale, per subire l'operazione chirurgica che lo portò alla morte, benché sofferente per i forti dolori alla cistifellea, che lo costringevano a scrivere stando sdraiato sul letto, redasse e inviò a Guido Calogero una sintesi di ciò che ho visto e fatto. (cfr. la lettera di Aldo Capitini a Guido Calogero del 16 agosto 1968 ora in Aldo Capitini, Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, Perugia, Protagon, 1992, p.15). Lo scritto Attraverso due terzi del secolo, uscì in «La Cultura», VI 1968 (ora in vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., pp.3-15). Altri importanti ed estesi richiami biografici si possono leggere in: Nuova socialità e riforma religiosa, Torino, Einaudi, 1950; Antifascismo tra i giovani, Trapani Célèbes, 1966; Educazione aperta, 2 voll., Firenze, La Nuova Italia, 1967-'68.

[2] Cfr. Aldo Capitini, Antifascismo tra i giovani, cit.

[3] Romain Rolland, Mahâtmâ Gandhi, Milano, Sonzogno,1925.

[4] Mohandas K. Gandhi, Autobiografia, a cura di Charles F Andrews, prefazione di Giovanni Gentile, Milano, le copie depositate presso le biblioteche nazionali indicano l'editore Treves, quelle messe in commercio l'editore Garzanti, 1931.

[5] Aldo Capitini, Verso il centenario gandhiano, «Azione Nonviolenta», gennaio-febbraio 1968, ora in Aldo Capitini, Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., p. 438.

[6] Scritti in collaborazione da Baglietto e Capitini circolarono in forma dattiloscritta con il titolo di Punti Principali, poi pubblicati in Aldo Capitini, Antifascismo tra i giovani, cit.

[7] Si ricordano tra gli altri: Lamberto Borghi, Carlo Ludovico Ragghianti, Claudio Varese, Walter Binni, Umberto Segre, che diventeranno figure di spicco dell'antifascismo liberalsocialista. Cfr.Aldo Capitini, breve profilo biografico di Claudio Baglietto, pubblicato come presentazione a Claudio Baglietto, Lettere dall'esilio, «Il Ponte», anno V, n.7, luglio 1949, p. 844.

[8] Claudio Baglietto maturò la scelta dell'obiezione di coscienza al servizio militare mentre era a Friburgo per motivi di studio, e perciò non poté più far ritorno in Italia, stabilendosi a Basilea, dove morì nel 1940. Cfr. Claudio Baglietto, Lettere dall'esilio, «Il Ponte», luglio 1949.

[9] Aldo Capitini, ricordo di Claudio Baglietto, pubblicato come presentazione a Claudio Baglietto, Lettere dall'esilio, «Il Ponte», anno V, n.7, luglio 1949, p. 844.

[10] Cfr. Aldo Capitini, Lettera a Gentile: no al fascismo violenza, (1933), ora in Note su socialismo e cristianesimo, «Bollettino del Centro Ch. Péguy», Istituto di filosofia, Facoltà di Magistero, Università degli Studi di Lecce, a. II, n.2-3, marzo 1982; Claudio Baglietto, Lettere dall'esilio, «Il Ponte», anno V, n.7, luglio 1949. Sulle vicende di Capitini e Baglietto cfr. anche Sergio Romano, Giovanni Gentile, Milano, 1984, pp. 260-4, dove l'autore utilizza le lettere di Gentile a Francesco Arnaldi

[11] Aldo Capitini, Verso il centenario gandhiano, «Azione Nonviolenta», gennaio-febbraio 1968, ora in Aldo Capitini, Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., p. 438.

[12] Ibidem.

[13] Ivi, pp. 438-9.

[14] È il termine coniato da Gandhi per indicare il suo metodo di lotta: unisce la parola sanscrita Satya (verità, Dio, Amore) e agraha (forza, fermezza) e vuol significare la forza della verità e dell'amore, presente nella lotta nonviolenta.

[15] Cfr. Mohandas K. Gandhi, The Constructive Programme, its Meaning and Place, in The Collected Works, LXXV, New Delhi, The Publications Division, Ministry of Information and Broadcasting , 1958-1984, pp. 146-166.

[16] Aldo Capitini, La nonviolenza oggi, Milano, Comunità, 1962, ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., p.189.

[17] Aldo Capitini, Verso il centenario gandhiano, «Azione Nonviolenta», gennaio-febbraio 1968, ora in , Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., p. 439

[18] Ibidem.

[19] Aldo Capitini, , Educazione aperta, Vol. II, Firenze, La Nuova Italia, 1968, p. 294.

[20] Aldo Capitini, La nonviolenza oggi, cit., p. 365.

[21] Cfr. Johan Galtung, Gandhi oggi, Torino, Gruppo Abele, 1987.

[22] Cfr.Aldo Capitini, La nonviolenza oggi, cit., p. 188-9.

[23] Aldo Capitini, Nuova socialità e riforma religiosa,cit., p. 11.

[24] Ibidem.

[25] Aldo Capitini, Liberalsocialismo, (1937) , in Nuova socialità e riforma religiosa, cit., p. 73.

[26] Aldo Capitini, Democrazia e liberal-socialismo, «Il Mondo», anno I no.11, 1 settembre 1945. poi in Nuova socialità e riforma religiosa,cit., p. 20.

[27] Aldo Capitini, Problemi del socialismo, in Nuova socialità e riforma religiosa,cit., p. 99.

[28] Aldo Capitini, Nuova socialità e riforma religiosa,cit., p. 11

[29] Aldo Capitini, Educazione aperta, vol. I, Firenze, La Nuova Italia, 1967, p. 171.

[30] Aldo Capitini, Nuova socialità e riforma religiosa, cit., p. 11

[31] A Perugia nell'ottobre 1946 fu convocato il Convegno sul problema religioso moderno, il primo di una serie trimestrale di incontri che toccarono varie città italiane : Bologna nel gennaio '47, Milano nell'aprile '47, Firenze nel luglio '47 e così via, arrivando a contare dieci convegni fino al 1950. Durante il terzo convegno, che si tenne a Milano, si costituì il Movimento di Religione.

A Roma nell'ottobre del 1948 si svolse il primo Congresso per la riforma religiosa in Italia; sempre a Roma nell'ottobre del '49 si celebrò il secondo Congresso. Nel 1949 fu indetto il convegno Oriente-Occidente.

Da questi convegni prese vita il Movimento per la riforma religiosa in Italia.

Nel '52, con l'aiuto di Emma Thomas, una vecchia signora quacchera che si era spostata a Perugia per sostenere il lavoro di Capitini, fondò in via dei Filosofi a Perugia il Centro di orientamento religioso (Cor), dove settimanalmente, per anni, si svolsero incontri di studio sui temi della riforma religiosa.

Dal 1951 Capitini cominciò a inviare periodicamente agli amici le Lettere di religione, la prima lettera porta la data del 6 aprile 1951, l'ultima (la numero 63) quella del 6 ottobre 1968. Le lettere sono state raccolte e pubblicate postume in Aldo Capitini, Il potere di tutti, Firenze, La Nuova Italia, 1969.

[32] Aldo Capitini, Nuova socialità e riforma religiosa, cit., p. 220.

[33] Ivi, p.218.

[34] Aldo Capitini, La nonviolenza oggi, cit., p. 188.

[35] Aldo Capitini, Lettere a Danilo Dolci, in «Il Ponte», n.10, 1969, p.1268.

[36] Il giudizio di Capitini sui partiti è molto severo: «I partiti esistono per il “potere”, per acquistarlo o per sostenerlo. Da ciò la loro ragione d'essere, e tutti i loro limiti, il machiavellismo, la disciplina interna, le gelosie, il settarismo, il patriottismo di partito. La conquista del potere è l'assoluto per il partito. Il partito è il mezzo e il potere è il fine.» in Aldo Capitini, Nuova socialità e riforma religiosa, cit., p. 130.

[37] Aldo Capitini, Il potere di tutti, cit., p. 129.

[38] Ivi, p.131

[39] Aldo Capitini, Aspetti dell'opposizione etico-culturale al fascismo, relazione al corso residenziale sulla didattica della storia e della geografia, Città di Castello 12-22 settembre 1966, in Educazione aperta, vol. II, cit., p. 61.

[40] Capitini diede più volte prova di questa sensibilità per i luoghi piccoli, solitari, periferici, che gli veniva dall'Umbria dei villaggi e delle piccole città. Si definiva un provinciale aperto (Cfr. Antifascismo tra i giovani, cit., p. 47), perché la sua tensione verso la mondialità aveva radici nella sua terra. Ovunque si recasse, diventava operoso per compenetrarsi col luogo ed elevarlo col soffio rinnovatore dei valori della nonviolenza. Anche quando si trasferì in Sardegna, dove tenne, dal 1956 al 1964, la cattedra di padagogia all'Università di Cagliari, non si sentì estraneo o di passaggio, ma, come testimonia la prof.essa Elisa Nivola, sua assistente all'Università, si fece promotore amorevole di iniziative politiche e culturali. Francesco Atzeni, suo biografo di origine sarda, ne elenca alcune delle più significative: una indagine sui problemi dell'occupazione e dello sviluppo in Sardegna; incontri e convegni sulla condizione dei giovani sardi; il 13 maggio 1962 promosse la marcia della pace per la fratellanza del popolo; costituì la consulta sarda per la Pace, il movimento regionale di protesta contro le basi militari e missilistiche installate in Sardegna, il comitato di ricerche per la piena occupazione in Sardegna,ecc. Cfr. Francesco Atzeni, Aldo Capitini un laico religioso nonviolento, Milano, Sipiel, 1989, p. 27.

[41] Ivi, pp. 129-130.

[42] Aldo Capitini, Il potere di tutti, cit., p. 127.

[43] Ivi, p. 131.

[44] Ibidem.

[45] Cfr.ibidem.

[46] Aldo Capitini, Proposta per un piano pratico del movimento di religione, «La Cittadella», allegato al n. 13/14, 15- 30 luglio 1947, p.3.

[47] Aldo Capitini, Opposizione alla guerra, «Nuovo Corriere», 8 luglio 1948, poi in Italia Nonviolenta, ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, p. 61.

[48] L'appello fu pubblicato sul foglio n 4 del 30 maggio 1947, allegato a «La Cittadella» (n. 7-10, 15 aprile/30 maggio 1947), rivista vivace e aperta che uscì a Bergamo dal '46 al '48 e che, per circa un anno, a partire dal fascicolo del 30 gennaio 1947 fino al n. 21-22 del 15-30 novembre, fu il portavoce dei convegni del Movimento di Religione. Denominato “Foglio della Segreteria” la cura redazionale era di Mario Tassoni, l'impostazione di fondo era data da Tartaglia e Capitini. Pubblicava le relazioni e le sintesi delle discussioni che si svolgevano durante i convegni. Cfr.Giorgio Mangini, Aldo Capitini, “La Cittadella” e il Movimento di Religione, relazione al convegno Il pensiero e l'azione di Aldo Capitini nel trentennale della morte 1968-1998, Pisa, Domus mazziniana, 10 ottobre 1998; ora in «Rivista storica dell'anarchismo», anno 6, n. 1, BFS, Pisa, 1999, pp.5-40.

[49] Cfr.Foglio n. 3 della Segreteria, 30 marzo 1947, allegato a «La Cittadella» n. 6, 30 marzo 1947, p. 4.

[50] Giovanni Pioli (1877-1969), prete modernista, antifascista e pacifista, in rotta con la Chiesa cattolica, lasciò il sacerdozio e si dedicò all'insegnamento, pubblicò varie opere sulla nonviolenza e l'obiezione di coscienza: Gli obbiettori di coscienza dinanzi alla legge, Milano, Ayala, 1949; La rinuncia alla violenza, Milano, Alaya, 1951; Per l'abolizione della guerra,Trieste, Sirio, 1954. Edmondo Marcucci (1900-1963), fortemente impegnato a favore del riconoscimento dell'obiezione di coscienza, scrisse tra l'altro: Tolstoi e l'Oriente, Milano, Alaya, 1952.

[51] Aldo Capitini, Proposta per un piano pratico del movimento di religione, «La Cittadella» , allegato al n. 13/14, 15- 30 luglio 1947, p.3.

[52] Lo stesso Pietro Pinna, primo obiettore italiano del dopoguerra, processato e imprigionato nel 1949, aveva maturato la sua scelta dopo aver ascoltato Aldo Capitini a un convegno del Movimento di Religione a Ferrara nel maggio del '48.

[53] Ha scritto Norberto Bobbio: Il carattere peculiare dell'opera capitiniana risiede nell'unione, meglio nella fusione, di religione e politica, in Norberto Bobbio, Introduzione a Il potere di Tutti, cit., p. 16.

[54] Aldo Capitini, Proposta per un piano pratico del movimento di religione, cit., p. 3.

Durante i lavori dell'assemblea costituente l'onorevole socialista Caporali sottopose a votazione un articolo che introduceva il diritto all'obiezione di coscienza al servizio militare. La proposta fu respinta, raccogliendo a favore solo un centinaio di consensi , con il voto contrario dei democristiani. Cfr.Aldo Capitini, Le donne per la pace, in Italia Nonviolenta, ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., p. 55; e anche Aldo Capitini, L'obbiezione di coscienza in Italia, Manduria, Lacaita, 1959.

[55] Aldo Capitini, Proposta per un piano pratico del movimento di religione, cit., p. 3.

[56] Aldo Capitini, Resistenza all guerra, in «Il Mattino del Popolo», 13 marzo 1948, poi in Italia Nonviolenta, Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, p. 59.

[57] Aldo Capitini, Il potere di tutti, Firenze, cit., p.132.

[58] Capitini cita un passaggio del discorso fatto da Luigi Salvatorelli al convegno “Terza forza” a Milano, in Aldo Capitini, Italia Nonviolenta, in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., p. 42.

[59] Ricordiamo tra gli altri: Emma Thomas, pedagogista quacchera che dalla Svizzera si trasferì a Perugia per sostenere Capitini nel suo lavoro; André Trocmé, pastore evangelico del Movimento della riconciliazione; Hem Day, anarchico gandhiano belga; Asha Devi, indiana, ex collaboratrice di Gandhi e condirettrice dell'ashram di Sevagram; A. J. Muste, leader nonviolento e deputato del congresso degli Usa; Charles C. Walker, direttore negli Usa di un Laboratorio per la nonviolenza e autore di un manuale dell'azione diretta; Bertrand Russel e Peter Cagodan del comitato inglese per il disarmo unilaterale; Lanza del Vasto, fondatore in Francia della comunità dell'Arca.

[60] Cfr.,ad esempio, Goffredo Fofi, Le nozze coi fichi secchi, Napoli, L'Ancora, 1999.

[61] Cfr. Ernesto Balducci, L' uomo planetario, Brescia, Camunia , 1985.

[62] La scarsa considerazione o conoscenza per il suo nome e per la sua opera all'estero hanno sicuramente altre spiegazioni dal supposto provincialismo di Capitini. Innanzitutto una certa tendenza caratteriale e ideologica a operare senza ambizioni o protagonismo personale, facendosi umile, quasi anonimo, nei propri contributi e nelle proprie creazioni, sempre privilegiando il tu di affetto all'io, la coralità all'individualismo. Eppure come nessun altro in Italia ha arricchito con le sue aggiunte il campo della nonviolenza. E questo riconoscimento gli sarà tributato quando le culture politiche tuttora dominanti nella patria di Machiavelli avranno accettato la serietà del metodo nonviolento come una opzione possibile delle scienze politiche, sicuramente più realistica e scientifica nel raccordare mezzi e fini.

C'è, invece, reale la difficoltà dei concetti filosofici capitiniani e l'uso di un linguaggio colto, elaborato, con uno stile elegante , ma a volte involuto, che rendono impervia la traduzione in altre lingue e in altre culture. Infine, va tenuta presente la marginalizzazione che ha velocemente colpito la lingua e la cultura italiana in un panorama contemporaneo cosmopolita, con cui in verità la sensibilità capitiniana potrebbe entrare in sintonia più facilmente di altri, se solo trovasse in patria soggetti forti e persuasi nel riproporlo all'attenzione internazionale come il contributo italiano più ricco e profondo alla crescita della nonviolenza nel mondo contemporaneo.

[63] André Trocmé e sua moglie Magda erano già in rapporto con Capitini, perché avevano partecipato insieme al terzo convegno di Milano (10-12 aprile 1947) sul Problema religioso attuale. Il diario del convegno milanese, che riporta anche la sintesi degli interventi di André e Magda Trocmé, si può leggere sul foglio n. 3 della segreteria del convegno, pubblicato come allegato a La Cittadella, n. 6, 30 marzo 1947. I coniugi Trocmé avevano presentato le esperienze nonviolente e comunitarie francesi, illustrando in particolare il lavoro del Mir e della scuola internazionale di Chambon.

[64] Tra gli italiani oltre a Capitini vi presero parte anche FerdinandoTartaglia e Giovanni Pioli.

[65] Cfr. Aldo Capitini, La comunità aperta, Nuovo Corriere, 20 maggio 1948, poi in Italia Nonviolenta, ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, pp. 80-2. Nel convegno sul problema religioso attuale, tenuto a Ferrara dal 6 all'8 maggio 1948 fu stabilito di promuovere un congresso internazionale per la “comunità aperta”.

[66] Aldo Capitini, Italia Nonviolenta, ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, 1992, p. 59.

[67] Ibidem.

[68] Ivi, p. 44.

[69] Vi presero parte tra gli altri l'italiano Edmondo Marcucci, il francese François Laugier, l'indiana Asha Devi, Cfr. Aldo Capitini, In cammino per la pace, Torino, Einaudi, 1962, ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., p. 221.

[70] Aldo Capitini, La nonviolenza oggi, in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., p. 196.

[71] Ibidem.

[72] Cfr. ivi pp. 197-8.

[73] Ivi, p. 199.

[74] Ivi, p. 200.

[75] Ivi, pp.200-1.

[76] Dalla circolare di invito all'incontro, ivi, p. 201. Al convegno partecipò tra gli altri Adriano Olivetti.

Il convegno chiese che in tutte le scuole fosse ricordata l'opera, il pensiero, il metodo di Gandhi, il 30 gennaio, anniversario del suo martirio.

[77] Durante la marcia furono diffuse tremila copie di un opuscolo su Gandhi di 16 pagine e tremila copie di un pieghevole di quattro pagine del Centro per la nonviolenza. Cfr. Aldo Capitini, La nonviolenza oggi,cit., ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit.,p. 212.

[78] Ivi, p. 214.

[79] Dalla prima Carta di presentazione del Movimento nonviolento per la pace, cit. in Aldo Capitini, La nonviolenza e il dialogo tra cattolici e comunisti, «Azione nonviolenta», Aprile maggio 1965, ora in Opere scelte, vol.I, Scritti sulla nonviolenza, cit., p. 390.

[80] Cfr. Aldo Capitini, La nonviolenza oggi, ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., pp. 216-217.

[81] La dichiarazione del comitato per il terzo campo fu tradotta e pubblicata da Giovanni Pioli, nel suo libro Per l'abolizione della guerra, Trieste, Sirio, 1954, pp. 217-221.

[82] Aldo Capitini, La nonviolenza oggi, in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., p. 204.

[83] Ibidem.

[84] Ivi, p. 203.

[85] Le relazioni predisposte al convegno furono sei : di A. J. Muste sul “terzo campo”, discorso di apertura; di Fenner Brockway sugli aspetti coloniali ed economici del “terzo campo”; di Horace Alexander sull'Asia e il “terzo campo”; di Jean van Lierde sugli aspetti politici del “terzo campo”; di Ralph Hegnauer sui Campi di lavoro e il “terzo campo”; di André Trocmé sugli aspetti religiosi del “terzo campo”.

[86] Aldo Capitini, La nonviolenza oggi, in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., 1992, p. 207.

[87] Ivi, p. 210.

[88] Ivi, p. 210.

[89] Ibidem.

[90] Aldo Capitini, Somiglianze storiche e loro purificazione, «Il Ponte», febbraio 1949, poi in Italia Nonviolenta, ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza,cit., p. 48.

[91] Ivi, pp.49-50.

[92] Ivi, p.50.

[93] Ibidem.

[94] L'immagine è dell'Apocalisse di Giovanni, XVII,1.

[95] Aldo Capitini, Somiglianze storiche e loro purificazione, cit., ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, p. 51.

[96] Aldo Capitini, Più forte che la forza atomica, «Epoca», 17 agosto 1945, poi in Italia Nonviolenta, ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, p. 52.

[97] Ibidem.

[98] Ivi, pp. 186-7.

[99] Ivi, p. 187.

[100] Ivi, p. 186.

[101] Ivi, p.187.

[102] Ibidem.

[103] Ivi, p. 188.

[104] Ivi, p. 189.

[105] Ivi, p. 215.

[106] Ivi, p. 143.

[107] Cfr. ivi, p.144.

[108] Ivi, p. 143.

[109] Ibidem.

[110] Aldo Capitini, Religione aperta,( 1ª ed. Parma , Guanda,1955) , 2ª ed., Vicenza, Neri Pozza, 1964, p. 151.

[111] Aldo Capitini, Ragioni della nonviolenza, «Azione nonviolenta», agosto- settembre 1968, ora in Opere scelte, vol.I, Scritti sulla nonviolenza, cit., p. 454.

[112] Aldo Capitini, Il potere di tutti, cit., p. 307.

[113] Aldo Capitini, La nonviolenza oggi, cit., p.210.

[114] Il 9 aprile 1966 vigilia di Pasqua si svolse a Roma una marcia del movimento Contro tutte le guerre, il terrorismo, la tortura, dove sfilarono i partecipanti al congresso della WRI. Al termine presero la parola Aldo Capitini e alcuni rappresentanti internazionali degli obiettori di coscienza, degli studenti neri nonviolenti nord-americani, dei buddisti vietnamiti.

[115] Cfr. Aldo Capitini, Per una internazionale della nonviolenza, in «Azione Nonviolenta», febbraio-marzo 1966, ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, pp. 397-8.

[116] . Aldo Capitini, Difesa e nonviolenza, in «Azione Nonviolenta», giugno-luglio 1968, ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., p.449.

[117] Aldo Capitini, Ragioni della noviolenza, in «Azione Nonviolenta», agosto-settembre 1968, ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., p.452.

[118] Aldo Capitini, Difesa e nonviolenza, in «Azione Nonviolenta», giugno-luglio 1968, ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., p.448.

[119] Ibidem.

[120] Cfr. i numerosi riferimenti alle opere di Richard Gregg, Joan Bondurant, Gene Sharp, Adam Roberts contenuti in Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, Milano, Feltrinelli, 1967.

[121] Aldo Capitini, Difesa e nonviolenza, cit., p.448.

[122] Aldo Capitini, Ragioni della nonviolenza, «Azione Nonviolenta»,agosto-settembre 1968, ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., p.455.

[123] Nell' estate '68, sua ultima stagione di vita, Capitini aveva promosso due convegni di studio indirizzati ai militanti del movimento nonviolento su Nonviolenza e politica e Nonviolenza e religione. Per l'acuirsi del male non potè prendervi parte di persona, ma inviò degli appunti di riflessione e approfondimento sui temi in discussione, molto importanti e ultimativi nel tracciare la strada all'impegno futuro della nonviolenza in Italia.

[124] Nella sociologia politica anglosassone possiamo incontrare formulazioni identiche a quelle fissate da Capitini. Cfr: Dennis Hume Wrong, Power. Its Forms, Bases, and Uses, 1ed. New York, Harper and Row, 1979; 2ed.New Brunswick (Usa) and London, Transaction Publishers, 1995.

[125] Aldo Capitini, Il potere di tutti, cit., p. 128.

[126] Ivi, p. 87

[127] Ivi, p. 448.

[128] Ivi, p.87 / bis.

[129] Cfr. Aldo Capitini, Italia nonviolenta, cit.,ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., p.92.

[130] Cfr. Aldo Capitini, I rapporti con il mondo politico. Documento del 1968 - Le due fasi del potere, in Movimento Nonviolento (a cura del) , Nonviolenza in cammino, Verona, Edizioni del Movimento Nonviolento, 1998, p. 230.

[131] Aldo Capitini, Nonviolenza concreta,in «Azione Nonviolenta», ottobre 1968, ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., p. 458.

[132] Aldo Capitini, Internazionale della nonviolenza e rivoluzione permanente, in «Azione Nonviolenta», aprile-maggio- giugno 1966, ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., p. 401.

[133] Cfr. Aldo Capitini, Lettere a Danilo Dolci, ( a cura di Franco Alasia), in «Il Ponte», n.10, 1969, pp. 1277-8; la proposta di una presentazione elettorale fu accolta con scetticismo da parte dei giovani.

[134] Aldo Capitini, I rapporti con il mondo politico. Documento del 1968 - Le due fasi del potere, in Movimento Nonviolento (a cura del) , Nonviolenza in cammino, cit., p. 228.

[135] Cfr. ivi,., p. 230.

[136] Ibidem.

[137] Ivi, p. 228.

[138] Aldo Capitini, La nonviolenza oggi, ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit. p. 217.

[139] Aldo Capitini, Nonviolenza concreta, in «Azione Nonviolenta», ottobre 1968, ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., pp. 457-8.

[140] Aldo Capitini, Internazionale della nonviolenza e rivoluzione permanente in «Azione Nonviolenta», aprile-maggio-giugno1966, ora in Opere scelte, vol. I, Scritti sulla nonviolenza, cit., pp. 401.

[141] Aldo Capitini, Nuova socialità e riforma religiosa, cit., p. 16.

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