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I disastri su scala planetaria e il bisogno di federalismo mondiale

Quello che è successo in una parte del subcontinente asiatico dal punto di vista dei danni e della vastità dovrebbe costringere una classe politica dirigente mondiale a cercare di comprendere come il dibattito federalista europeo e mondiale non è semplicemente un artificio della retorica intellettuale o la diretta conseguenza di una delle varianti dell'idealismo.
30 dicembre 2004 - Pietro Caruso

tsunami E' successo in altre epoche storiche, nell'illuminismo, mi pare di ricordarmi (salvo più precisa definizione) dopo il terremoto di Lisbona, che il mondo intellettuale cercasse d'interrogarsi sui significati più profondi che si celano dietro le tragedie. In questa mia breve osservazione non appunto l'attenzione sul problema di significato religioso che a qualcuno può davvero interessare o alla dimensione squisitamente scientifica descritta dalla scienza geologica.

Quello che è successo in una parte del subcontinente asiatico dal punto di vista dei danni e della vastità dovrebbe costringere una classe politica dirigente mondiale a cercare di comprendere come il dibattito federalista europeo e mondiale non è semplicemente un artificio della retorica intellettuale o la diretta conseguenza di una delle varianti dell'idealismo.

La verità è più banale e quindi più drammatica nel momento in cui si avverte la constatazione dell'incapacità di un singolo governo nazionale di affrontare disastri su scala continentale e planetaria.

E il fatto che gli appelli dell'Onu, indebolito e lacerato, si perdano di fronte alle orecchie da mercante, rende ancora più nitida la situazione. Chi prende le decisioni e per fare cosa quando l'emergenza interviene su più Stati nazionali? Chi identifica i morti, riconosce i feriti, colpiti dalle onde dello Tsu Nami su spiagge internazionali dove i turisti sono fianco a fianco senza specifica connotazione? Chi li trasporta in patria? E come si fanno a compiere distinzioni fra un turista francese, italiano, coreano o australiano quando c'è il rischio della vita o c'è comunque bisogno di aiutare chi ha perso tutto o quasi? Chi aiuta le popolazioni locali a riprendersi dalla paura, dalla depressione, dalla voglia di rimanere abulici di fronte alla forza che rende tutto inutile, fino a che non ha deciso di passare, di farsi sentire?

La verità più banale
è la constatazione dell'incapacità di un singolo governo nazionale di affrontare disastri su scala continentale e planetaria.
Di recente ho letto il saggio elaborato da Guido Montani sul rapporto fra ecologia e federalismo. Mi è sembrato un primo significativo contributo, da proseguire con altri studi e nuove ricerche, su un nodo teorico che ha conseguenze pratiche e si traduce in scelte per l'oggi. I segreti della terra e i suoi movimenti interni, così come le previsioni catastrofiche non sono solo complessi teoremi dai quali fare scaturire calcoli previsionali.

Sono un tema di studio planetario, da condividere come intera comunità umana. Quale metodo, se non quello intrapreso, al di là di limiti ed errori, dal federalismo europeo e da quello mondiale ci offre uno spiraglio dal quale praticare soluzioni razionali per tentare di dare un ordine umano alle cose del pianeta? E se anche questa speranza si rivelasse vana in pochi decenni di vita, per quale altra battaglia ideale varrebbe la pena impegnarsi nel corso del tempo che ci resta da vivere? Sia che l'impegno duri qualche minuto o ore della giornata, resti fermo l'intendimento che il valore del federalismo si misura davvero quando il confronto fra l'uomo, la storia, la natura si fa così impari.

E' in questo momento che l'uomo-Ulisse inventa le formule per trovare le soluzioni politiche più adatte. Chi si oppone a questa razionalizzazione degli egoismi nazionali, pensa di essere re senza avere più lo scettro, riduce la sua dimensione a quella dell'omuncolo. Questo sì capace di praticare la vacanza turistica fra le fosse e le pire dell'ecatombe. O di fare la conta, spuria, soltanto del suo gruzzolo di morti.

Note:

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