I disastri su scala planetaria e il bisogno di federalismo mondiale
E' successo in altre epoche storiche, nell'illuminismo, mi pare di ricordarmi (salvo più precisa definizione) dopo il terremoto di Lisbona, che il mondo intellettuale cercasse d'interrogarsi sui significati più profondi che si celano dietro le tragedie. In questa mia breve osservazione non appunto l'attenzione sul problema di significato religioso che a qualcuno può davvero interessare o alla dimensione squisitamente scientifica descritta dalla scienza geologica. Quello che è successo in una parte del subcontinente asiatico dal punto di vista dei danni e della vastità dovrebbe costringere una classe politica dirigente mondiale a cercare di comprendere come il dibattito federalista europeo e mondiale non è semplicemente un artificio della retorica intellettuale o la diretta conseguenza di una delle varianti dell'idealismo. La verità è più banale e quindi più drammatica nel momento in cui si avverte la constatazione dell'incapacità di un singolo governo nazionale di affrontare disastri su scala continentale e planetaria. E il fatto che gli appelli dell'Onu, indebolito e lacerato, si perdano di fronte alle orecchie da mercante, rende ancora più nitida la situazione. Chi prende le decisioni e per fare cosa quando l'emergenza interviene su più Stati nazionali? Chi identifica i morti, riconosce i feriti, colpiti dalle onde dello Tsu Nami su spiagge internazionali dove i turisti sono fianco a fianco senza specifica connotazione? Chi li trasporta in patria? E come si fanno a compiere distinzioni fra un turista francese, italiano, coreano o australiano quando c'è il rischio della vita o c'è comunque bisogno di aiutare chi ha perso tutto o quasi? Chi aiuta le popolazioni locali a riprendersi dalla paura, dalla depressione, dalla voglia di rimanere abulici di fronte alla forza che rende tutto inutile, fino a che non ha deciso di passare, di farsi sentire?
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