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  • Pace
    E' moralmente sbagliato armare gli ucraini perché li condurrà sulla strada del disastro

    Perché non armare gli ucraini è una strategia moralmente migliore

    Se si armano gli ucraini alla fine si arrecherà un grave danno all'Ucraina. Mentre l'Occidente arma l'Ucraina, i russi reagiranno e finiranno per fare ancora più danni all'Ucraina di quanti ne siano stati fatti finora.
    3 luglio 2022 - John Mearsheimers (Università di Chicago)
  • Editoriale
    Kennedy disse: “Scegliamo di andare sulla luna non perché sia facile ma perché è difficile”.

    Scegliamo la pace non perché è facile ma perché è difficile

    Oggi occorre una specie di Missione Apollo, cioè uno sforzo individuale e collettivo, istituzionale e politico, culturale, finanziario, economico, sociale. Perché solo in questo modo si rese possibile raggiungere la Luna. Nelle scuole dovrebbero essere dedicate molte ore alla cultura della pace.
    3 aprile 2022 - Gianni Penazzi
  • Pace
    La classe dominante occidentale ci sta portando verso la terza guerra mondiale

    L'ipocrisia di chi non vuole una soluzione ma il predominio militare

    Sarei felice di unirmi al coro delle condanne alla Russia se, ogni volta che condanniamo il fatto — del tutto condannabile — che Mosca bombarda l'Ucraina, si aggiungesse anche: “E noi ci impegniamo a non fare mai più nulla di simile in futuro".
    3 luglio 2022 - Carlo Rovelli (fisico, saggista e accademico)
  • Conflitti
    E' stato necessario l'intervento dell'ambasciata britannica

    Lo storico Antony Beevor: perché l'Ucraina ha vietato il mio libro?

    Dopo la condanna del suo libro "Stalingrado" da parte del "comitato di esperti" governativi, Antony Beevor riflette sul desiderio dei governi di modificare il passato e mette in guardia dai pericoli della censura. La vicenda è del 2018 ma diventa attuale per le nuove leggi di censura sui libri.
    3 luglio 2022 - Redazione PeaceLink
  • Conflitti
    Lo ha affermato la direttrice dell'Istituto ucraino del libro Oleksandra Koval

    "Oltre cento milioni di libri di propaganda russa da ritirare dalle biblioteche pubbliche ucraine"

    Secondo la direttrice furono poeti e scrittori russi come Pushkin e Dostoevskij a gettare le basi del mondo russo: "È una letteratura molto dannosa, può davvero influenzare le opinioni delle persone. Pertanto questi libri dovrebbero essere rimossi anche dalle biblioteche pubbliche e scolastiche".
    2 luglio 2022 - Redazione PeaceLink

Forum: Lettere

15 marzo 2007

Roma - MIlano

Autore: Andrea Genzone

Parto da Roma verso le sette di sera con l’idea di viaggiare finché dura l’ultima luce e poi dormire qualche ora, per poter guidare nella notte, quando le strade son vuote e in giro s’incontra soltanto chi deve e chi vuole.
Devo risalire fino a Milano e assolutamente NIENTE AUTOSTRADA.
E non è così facile come dirlo, ché ci vuole la cartina e l’intuito. Io la cartina ce l’ho, ma tant’è che nel giro di 10 minuti, cercando di passare dalla Portuense all’Aurelia, mi ritrovo che la via è chiusa: davanti alle ruote sfuma l’asfalto e si fa sabbia. Spengo il motore ed è la prima sosta fuori programma del piccolo viaggio che ho davanti: scendo.
La spiaggia è un mosaico di detriti che si sono mischiati tra loro; che sebbene siano diversi e diversa sia la loro storia passata, uniti sono qualcosa di importante e riconoscibile, come una famiglia, come l’immondizia: legni secchi intrappolati tra le maglie logore di reti da pesca stracciate e aggrovigliate, vetri, frammenti di conchiglie tutt’altro che rare, lattine di Moretti mezzo sepolte... e in un angolo, quasi nascosta dietro al muretto di una casa, c’è una montagna di altri detriti che il mare, il vento, o il custode hanno sapientemente radunato. L’odore è forte, odore di mare rappreso; mare, comunque.
Mi arrampico e siedo sugli scogli neri; davanti a me il sole, scendendo, crea la striscia tremolante di colori caldi sull’acqua, come nel disegno che facevo sempre da bambino quando volevo far bella figura. Sopra la mia testa gli aerei decollano in fila indiana dall’aeroporto di Fiumicino, a distanza di due minuti l’uno dall’altro... Mi immagino il Riccetto e i suoi amici correre da qualche parte a combinarne qualcuna delle loro, mi immagino Pasolini respirare emozionato in questo posto e intrecciarne le storie con la mente.
Prima di ripartire consulto la cartina: devo passare per Focene, poi per Fregene e infine dovrei incrociare l’Aurelia e seguire per Civitavecchia. Ok.

La luce è finita da un po’ e sono sulla strada giusta. Si son fatte le nove e mezza e, se voglio rispettare i piani, devo fermarmi a dormire. Sento gli occhi un po’ pesanti e comunque oggi ho già guidato da Reggio Emilia a Roma e da Roma a qui quasi senza fermarmi. Percorro un tratto di strada buio circondato dai campi, senza centri abitati in vista. Mi fermo in una rientranza della strada, accanto ad un cartello “Riserva di caccia”; spengo le luci, chiudo le portiere dall’interno, nascondo la chiave nel sacchetto del pane e mi sistemo sul sedile dietro.
Questa macchina sarà pure spaziosa, ma i sedili sono troppo duri per dormire. Niente a che vedere con la gloriosa Lancia Y che mi ha sempre accompagnato in questo genere di viaggi, rivelandosi un perfetto quanto insospettabile camper.
Cerco una posizione tra le poche possibili, mi sistemo su un fianco, con un braccio sotto il peso del corpo e il giubbotto appallottolato che mi fa da cuscino. Mi sforzo di rilassarmi e spero che il sonno mi prenda, ma non sono tranquillo. A enorme distanza, alla destra della strada, un cane abbaia e un altro gli risponde, ancor più lontano, alla sinistra; tra di loro l’Aurelia, i campi bui. Sento un frusciare d’erba, mi alzo di scatto per guardare fuori ma non vedo nessuno; mi rimetto sdraiato e chiudo gli occhi. I minuti passano, il sonno si avvicina e si allontana. Due SUV passano a gran velocità uno dietro l’altro, con gran sibilare di turbina e facendo ondeggiare la macchina…
Se dormire non si può, allora si mangia: la dispensa offre una decina di Pringles, tre arance, del pane secco e il cioccolato con anacardi. Dormirò più avanti.
Finita la cena abbasso il finestrino, accendo una sigaretta e mi rimetto in strada, lento e regolare; buio davanti, dietro e attorno. Nel frattempo il caricatore dei CD lavora, e adesso è il turno di Ludovico Einaudi, “Una mattina”, album interamente per pianoforte. I brani, dai toni malinconici, mi cullano e mi trafiggono, rinfacciandomi che i sogni, quelli grossi, se ne sono andati e che posso pure vagare quanto mi pare, ma non è più lo stesso, non tornerà QUEL vagare.

Quand’ero bambino
Volavo in alto
E quando mi hanno atterrato
Ho graffiato l’asfalto

Non è
Un problema
Per me
Va bene così

L’asfalto è come il vento
Mi porterà lontano
L’asfalto è come il vento
Non temo la sua mano

I giorni sono pieni
Di parole vuote
I giorni sono treni
Veloci e senza ruote

Così
Chiedo scusa
Ma io
Me ne vado via

La polvere e il silenzio,
la solitudine assoluta…
qui non mi sento perso
in una vita muta

Da solo sull’asfalto
Mi batte forte il cuore
E ho voglia di tornare
Di venirti a cercare

Così
Chiedo scusa
Ma io
Voglio andare via

Non dirlo che io scappo
Io sono un’aquila e ti miro
Da qui posso sentirti
E legarti senza catene

Partire sarà come
Il lavoro del cacciatore
Tornerò con le provviste
Per sopravvivere alle ore

Intanto, in un alternarsi di buio interminabile e di luci di brevi città, la notte s’è fatta notte davvero; da uno starnuto mi vien fuori uno sbadiglio ed ho un sonno terribile. Ho appena attraversato Grosseto e lascio l’Aurelia per dirigermi verso Siena. Appena presa la direzione mi accosto in una piazzola sul viadotto, spengo, chiudo, nascondo, mi sistemo e buonanotte, sotto al sacco a pelo.

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    2 luglio 2022 - Redazione PeaceLink
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