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La guerra continua. Appunti per una mobilitazione

20 luglio 2006 - Salvatore Palidda
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Si farà o non si farà? Cosa bisogna aspettarsi se si farà la commissione parlamentare d'inchiesta sui fatti di Genova?
Mi pare assai importante riflettere attentamente su queste questioni anche per evitare assurdi litigi fra amici e compagni senza distinzione fra amici e nemici. Per capirci meglio, proviamo a fare prima il punto su alcuni aspetti cruciali dei fatti di Genova.
Le persone che sono riuscite a conoscere le centinaia di testimonianze, di foto, video e documenti (si veda l'eccellente dossier con testo, foto e video sul sito http://www.piazzacarlogiuliani.org/pillolarossa/index.php) sanno bene che Genova è stato l'epilogo dell'escalation della violenza poliziesca-militare nei confronti dei movimenti popolari contro la globalizzazione liberista. Ma è stata anche il prologo delle pratiche di guerra permanente che continua a tutti i livelli e dappertutto. Non è per nulla artificioso vedere che c'è stata e c'è continuità non solo fra le pratiche violente prima di Genova nei confronti di marginali, nei cpt come nelle carceri, a Napoli, poi fra quelle a piazza Alimonda, a Bolzaneto e alla Diaz e nelle strade e quanto è avvenuto e avviene a Guantanamo, Abu Ghraib, con le deportazioni e i voli Cia, le centinaia di arresti di persone del tutto innocenti in nome della guerra al terrorismo (i 208 in Italia e ancora recentemente in Inghilterra) e ancora nei cpt, nelle carceri e nel quotidiano urbano dei paesi cd democratici. E' proprio questo il punto cruciale: se si rifiuta o si fa finta di non capire il continuum che c'è fra la guerra a chiunque dissente o - peggio - si oppone allo strapotere liberista globalizzato, le guerre cosiddette umanitarie, la guerra alle migrazioni, la guerra all'insicurezza urbana e la guerra totale/globale/permanente contro il terrorismo del dopo 11 settembre 2001, è ovvio che si finisce impastati nella melma di chi ha giustificato la guerra contro la Serbia (e i suoi «pochi effetti collaterali» come scrive Sofri), di chi giustifica la missione in Afghanistan sino a chi vuole riformare i cpt, ecc., ecc..
La questione della commissione sui fatti di Genova dovrebbe essere innanzitutto una questione sulla lettura di questi fatti non solo rispetto a quanto di analogo è successo prima, ma soprattutto rispetto a tutte le catastrofi che si sono succedute sino ad oggi. In effetti, in sintesi, gli aspetti salienti dei fatti di Genova sono:
1) la scelta politica e tecnica di trattare il movimento come nemico di guerra quindi l'adozione di tecniche, personale e caratteristiche poliziesco-militari. Tale scelta fu presa per prima dai governi di centrosinistra e poi convalidata e esaltata dal governo Berlusconi-Fini-Bossi-Casini con l'importante input diretto degli Stati Uniti, come ha dichiarato la stessa Condoleezza Rice nella sua audizione al Congresso Usa dopo l'11 settembre 2001. E' qui che si rompe non solo con le illusioni del governo democratico che garantisce la sicurezza del G8, dei manifestanti e della città, ma anche con la gestione negoziata e pacifica o anche semiviolenta del disordine - come era successo nei precedenti G8 (bisogna dirlo con forza: i responsabili dell'assassinio di Carlo e delle violenze sul suo corpo inerme e poi dei danneggiamenti subiti dalla città sono i responsabili politici e tecnici dell'ordine pubblico e dovrebbero pagare loro anche per quello che hanno potuto fare provocatori black bloc o ragazzi che hanno cercato di difendersi. Su questo i magistrati e giuristi democratici dovrebbero pronunciarsi senza esitazione, come sull'articolo 11 della costituzione.
2) L'asimmetria di forze, mezzi e capacità di offesa è stata enorme e nessun manifestante ha cercato di impadronirsi e usare armi «proprie», al contrario di quanto avvenne in parte nel '77. Insomma il movimento era certo ben poco violento rispetto al passato).
3) Lo scatenamento della violenza militare-poliziesca ricorda i comportamenti dei contractorse delle truppe regolari in Iraq e in altre missioni all'estero (ufficiali reduci dalla Somalia, coinvolti nelle denunce di torture degli anni 90, erano a Genova) ed è stato condito con canti e slogan fascisti se non nazisti incoraggiati da autorità non solo italiche ma anche neocon e teocon.
Allora, possiamo pensare che l'attuale maggioranza del parlamento e in particolare le attuali autorità politiche e tecniche siano effettivamente favorevoli a un'inchiesta che metta a nudo le responsabilità politiche e tecniche dei fatti e delle loro connessioni col prima e col dopo? Oppure è più ragionevole puntare a una nuova mobilitazione democratica per fare di questa occasione una battaglia di minoranza senza patteggiamenti deleteri?
Se quest'ultima sarà la strada da imboccare, sarebbe ora che tutti i democratici contribuiscano a cominciare dai pochi politici che possono lavorare nelle commissioni, che possono costantemente visitare carceri, cpt, ma anche le strutture delle polizie, continuando con gli intellettuali e i giornalisti che si spera non si sveglino solo quando scoppiano scandali o per fatti apparentemente avulsi dal resto (si pensi ai nessi ignorati fra le vicende che vanno da Cirio, Parmalat, Fazio-Fiorani, «calciopoli», Sismi e all'implosione di ogni sorta di spionaggio -in particolare con l'affare Telecom non ancora esploso - mentre non si parla mai degli abusi subiti dalle centinaia di nonpersone o «umani in eccesso», migranti, marginali o sospetti terroristi, come i ragazzi massacrati un mese fa a Londra.
Infine, la questione che oggi appare la più importante riguarda la possibilità di agire politico da parte dei subalterni che dalle violenze di Genova al dopo 11 settembre 2001, in nome della guerra al nemico totale/globale, ma anche in nome degli imperativi «economici» o degli «interessi vitali» dettati dalle grandi lobby e burocrazie mondiali, continentali e nazionali è stata ridotta al lumicino se non annientata. A livello microsociologico come a livello macropolitico è evidente che nei paesi dominanti l'impotenza dell'agire politico dei non-dominanti rispetto agli strapoteri pubblici e privati è l'obiettivo prioritario del potere violento favorito dal liberalismo globalizzato.

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