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Storia del Congo fra evangelizzazione e sfruttamento

Dal XV al XIX secolo: la schiavizzazione del Congo

Dal 1500 al 1880, 15 milioni di congolesi furono strappati alle loro terre; 10 miloni di essi morirono in viaggio.
12 aprile 2005 - Benedetto Bellesi (direttore di Missioni Consolata)
Fonte: Missioni Consolata, "Le mani sul Congo", numero monografico ottobre/novembre 2004

Nella notte dei tempi, l’immenso bacino del Congo e dei suoi affluenti fu teatro di ondate migratorie da parte di diverse popolazioni, soprattutto pigmee e bantu. Le prime si dispersero nella foresta equatoriale; le altre, per via fluviale, oltrepassarono la foresta e si stabilirono nella zona costiera e sugli altipiani orientali e meridionali, dove l’ambiente era più simile alla savana da cui erano partite.
Ben presto i gruppi bantu si organizzarono socialmente e politicamente, dando origine a numerosi regni e staterelli indipendenti, rimasti sconosciuti fino alla fine del secolo XV, quando entrarono gradualmente in contatto diretto o indiretto con gli europei.
Il primo regno portato alla ribalta della storia fu quello dei Bakongo, composto da numerose etnie dislocate in un territorio compreso tra il Gabon e il nord dell’Angola, la costa atlantica e il Kwango, affluente dello Zaire.

IL COSTANTINO AFRICANO

Un giorno, narra una tradizione locale, il re del Congo, Nzinga Nkuwu, puntò il dito verso l’oceano e disse ai suoi sudditi: «Di là verrà il vero sacrificio, la conoscenza del vero Dio. Che io possa godere la felicità di tale giorno!».
Due anni dopo, nel 1482, tre caravelle, guidate dall’esploratore portoghese Diego Cão, si affacciarono sulla foce di un grande fiume che i nativi chiamavano Nzaidi, poi trasformato in Zaire. I marinai sbarcarono una massiccia stele di pietra a forma di croce e la issarono al suolo; poi il cappellano celebrò la messa, il «vero sacrificio». Seguirono i primi contatti con la popolazione e i capi locali: fu amore a prima vista.
«Grande, potente, molto popoloso e con numerosi vassalli», secondo la descrizione dei portoghesi, il regno del Congo aveva una struttura feudale: il mani (re, signore) aveva un potere quasi assoluto su una società divisa in due strati: il popolo, che costituiva la forza produttiva e militare, e gli aristocratici, che amministravano le province e i distretti per conto del re.
L’economia si basava sulla coltivazione di cereali, pesca, caccia e artigianato. La proprietà delle terre, fiumi, palmeti e foreste era in comune: veri proprietari erano gli antenati dei rispettivi clan. Solo il ricavato del lavoro apparteneva al singolo o alla famiglia. Esisteva anche una moneta riconosciuta in tutto il regno, fatta soprattutto di conchiglie.
Affascinato dalle conquiste tecniche dei portoghesi, il mani Congo vide nei nuovi arrivati un alleato per fare progredire il proprio regno e tenere a bada i vassalli, che non sempre si mostravano leali. I portoghesi, oltre a stabilire accordi commerciali, videro l’opportunità di fare del Congo uno stato cristiano modello.
Ben presto un cappellano si stabilì nella capitale del regno, Mbanza, a 180 km dalla costa. Nel 1489 alcuni giovani della nobiltà locale furono portati a Lisbona per imparare a leggere e scrivere e istruirsi sulla religione del «vero Dio». Ritornarono in patria nel 1492, insieme a preti, monaci, soldati, maestri, carpentieri, muratori, contadini; c’erano anche due tipografi tedeschi: un vero balzo da gigante nel mondo della civiltà per il regno africano, se si pensa che in Spagna la stampa non era ancora stabilita.
Quello stesso anno, a Mbanza fu costruita una chiesa; re Nzinga si fece battezzare insieme alla moglie e al figlio maggiore che, in onore della famiglia reale portoghese, presero rispettivamente il nome di Dom João, Dona Leonora e Dom Afonso. L’esempio fu seguito da altri capi e notabili di corte.
Gli stemmi del re inalberarono la croce; ma sorsero subito alcune difficoltà: il re non voleva abbandonare la poligamia; altri battezzati tornarono alle abitudini pagane. Il figlio Mbemba Nzinga, ossia Dom Afonso, fece eccezione: a causa della tensione tra cristiani e tradizionalisti, egli abbandonò la corte paterna e si stabilì a Mbanza Nsundi, un centinaio di chilometri a sud-ovest dell’attuale Kinshasa; portò con sé i missionari e li sostenne nell’evangelizzazione dei suoi sudditi.
Alla morte del padre (1506), Dom Afonso riuscì a farsi riconoscere re da tutti i Bakongo, sconfiggendo, con l’aiuto dei portoghesi, il fratello minore, sostenuto dai tradizionalisti. Quindi si prodigò per modernizzare lo stato, sul modello di quello portoghese: costruì chiese e scuole; mandò dei nobili, tra cui il figlio Henrique, a studiare a Lisbona; mitigò le leggi secondo l’insegnamento cristiano; si impegnò nella cristianizzazione del suo regno con tale zelo e integrità di vita da essere definito dai contemporanei: apostolo dei Bakongo, nuovo Costantino. Lui stesso predicava nella cattedrale che i portoghesi avevano costruito nella capitale, ribattezzata São Salvador. Durante il suo lungo regno (1506-43), il cristianesimo ebbe uno sviluppo sorprendente: quasi un milione di battezzati (metà della popolazione del regno).
In Costantino africano ebbe con re Manuel di Portogallo (1495-1521) una nutrita relazione epistolare, in cui i due monarchi si chiamavano reciprocamente fratelli. Il re congolese chiedeva consigli e, soprattutto, missionari e maestri, medici e materiale sanitario, consiglieri e artigiani specializzati, una nave e costruttori di navi. Tra il 1508 e il 1512 vide arrivare tre spedizioni missionarie.
Nel 1513 Dom Afonso inviò al papa Leone X un’ambasciata: vi faceva parte anche il diciottenne figlio Henrique, che pronunciò un discorso in latino davanti al sommo pontefice. Cinque anni dopo, su proposta di quattro cardinali, il principe fu nominato vescovo titolare di Utica (5 maggio 1518). Tornò in patria con altri preti congolesi nel 1521. Dieci anni dopo, Dom Henrique fu invitato al Concilio di Trento, ma morì nel 1531, a 36 anni: fu il primo vescovo dell’Africa nera, dopo appena 30 anni di evangelizzazione, e l’ultimo per i seguenti quattro secoli.

FINE DI UN SOGNO

Il Portogallo non concedeva gratis i suoi favori: pretendeva il monopolio del commercio e voleva essere pagato non con le conchiglie, ma con rame, avorio e soprattutto schiavi. Dom Afonso avrebbe voluto l’autonomia della sua chiesa. Ma il Congo dipendeva da São Tomé, capitale del traffico negriero, e le decisioni di Lisbona venivano annullate dalle autorità civili dell’isola: l’ideale di fare del Congo uno stato cristiano veniva soffocato dalla sfrenata escalation della tratta degli schiavi.
Ben presto anche i vassalli congolesi, artigiani portoghesi e perfino alcuni missionari si diedero alla tratta degli schiavi: siccome erano pagati in conchiglie, moneta che fuori del regno non valeva nulla, le convertivano in schiavi, che venivano venduti a São Tomé.
Dom Afonso si rese conto che l’importazione dei prodotti dal Portogallo minava l’economia del regno e, soprattutto, la schiavitù travisava completamente l’evangelizzazione. In una lettera del 1526 chiedeva a Giovanni iii del Portogallo di troncare il commercio degli schiavi e non inviare in Congo prodotti portoghesi, eccetto quelli necessari per il culto (vedi riquadro).
Ben presto si arrivò allo scontro diplomatico: Dom Afonso rifiutava di adottare varie Ordinanze emanate dal monarca portoghese, ritenendole inadatte al popolo africano. Sul fronte interno, i tradizionalisti intensificarono le loro ostilità, fino a imputare al re varie calamità naturali, per aver perduto il favore degli antenati; i commercianti di schiavi residenti a corte ordirono un complotto, al quale il re scampò miracolosamente (1539); pochi anni dopo il mani morì di crepacuore (1543), al vedere il suo regno indebolirsi e dissanguarsi giorno dopo giorno.
Con la morte di Dom Afonso l’impresa missionaria diventò sempre più difficile, sia per la tratta degli schiavi che per le lotte interne dello stato congolese, dato che non esistevano regole di successione. I mani Congo continuarono a chiedere altri missionari. Arrivarono i gesuiti portoghesi; ma fallirono per la loro scriteriata lotta al paganesimo (1547-1555). Seguirono i francescani (1557), che composero un catechismo in kikongo, il primo pubblicato in una lingua bantu di cui si abbia notizia. Infine arrivarono i carmelitani (1582-87), ma con scarso successo.
Nonostante le varie deficienze (povertà di mezzi, discontinuità dell’apostolato, penuria e mediocrità del personale, ignoranza della lingua, battesimo senza catechesi) l’evangelizzazione del Congo proseguiva e nel 1596 venne creata la diocesi di São Salvador; ma il vescovo stabilì la sua residenza a Luanda e i cristiani bakongo rimanevano praticamente senza pastori. Dal 1575, infatti, i portoghesi si erano insediati in Angola, occupandosi sempre meno delle sorti del Congo.

CROCE CONTRO CROCE

Pur godendo di una certa indipendenza politica, i re dei Bakongo mal sopportavano la tutela spirituale del regime di padroado, in base al quale i territori d’oltremare del Portogallo dovevano essere evangelizzati da missionari portoghesi. Approfittando delle difficoltà del Portogallo, caduto sotto la monarchia spagnola, Alvaro ii (1578-1614) nominò un ambasciatore permanente presso la Santa Sede. Il primo titolare, Dom Antonio Manuel Ne-Vunta, arrivò a Roma alla fine del 1607; stroncato dalle fatiche del viaggio e dai rigori dell’inverno europeo, morì il 6 gennaio dell’anno seguente, non prima, tuttavia, di aver confidato al papa Paolo V, recatosi personalmente al suo capezzale, lo scopo della sua missione: chiedere protezione contro le pretese portoghesi e sollecitare l’invio di missionari.
Le complicazioni politiche ritardarono di oltre 30 anni la possibilità di esaudire l’ultima richiesta. Nel 1640 il dicastero di Propaganda fide eresse la Prefettura Apostolica del Congo e l’affidò ai cappuccini italiani, 12 dei quali, dopo cinque anni di trattative diplomatiche tra padroado e Santa Sede, riuscirono a raggiungere il suolo congolese. Dal 1645 al 1834 furono inviati più di 400 missionari cappuccini nel regno dei Bakongo: un numero impressionante... sulla carta. In pratica, non più di 15 missionari lavorarono contemporaneamente in quelle sterminate regioni: alcuni morirono e altri dovettero essere rimpatriati poco tempo dopo il loro arrivo, a causa del clima micidiale. Pochissimi portarono a termine il mandato di sette anni richiesto da Propaganda fide. Era un eterno ricominciare daccapo, con personale inesperto della lingua e cultura locale, spesso tormentato dalle febbri malariche.
Intanto, nel tentativo di porre fine alla tratta degli schiavi, i conflitti tra i sovrani del Congo e i portoghesi diventavano sempre più frequenti, finché, adducendo la scusa del rifiuto di una concessione mineraria, i portoghesi residenti a Luanda mossero guerra a re Antonio. Nel 1665, i due eserciti, sventolando entrambi i vessilli con la croce, si affrontarono ad Ambuila (1665): il re Antonio fu catturato e decapitato.
Disintegrato e piombato nella più totale anarchia, alla fine del secolo xviii il grande regno del Congo era ridotto a pochi villaggi intorno a São Salvador, nell’odierna Angola.
A ltri regni nell’interno del Congo raggiunsero un elevato grado di organizzazione politica e militare, ma rimasero praticamente sconosciuti fino alla metà del 1800. Tuttavia, senza subire alcun processo di colonizzazione, continuarono a operare con grandi empori di avorio, minerali e schiavi per i mercati della costa atlantica e quella dell’Oceano Indiano.
Si calcola che, dal 1500 al 1880, 15 milioni di congolesi furono strappati alle loro terre; 10 miloni di essi morirono in viaggio.

ALTRI REGNI E... SCHIAVITU'

Quando i portoghesi scoprirono il regno del Congo, il clan dei Kuba scapparono dalla costa e si fermarono al di là del fiume Kwango; quando cominciò la tratta degli schiavi si spinsero più a est, amalgamandosi con le popolazioni già presenti nella regione alla confluenza dei fiumi Kasai e Sankuru.
Vivevano di caccia e pesca, socialmente divisi in piccoli gruppi, finché il capo dei Bushongo fu scelto dagli altri capi come re. Tale carica divenne poi ereditaria e i vari gruppi furono organizzati in stato unificato e centralizzato, col nome di regno dei Bushongo.
All’inizio del secolo XVII, Shamba Bolongongo uccise il re e s’impossessò del regno. Costui apparteneva al gruppo kuba rimasto sulla costa. Venuto a contatto con i portoghesi e le loro conoscenze tecniche e agricole, introdusse nel regno la coltivazione di mais, arachidi e patate.
Alla prosperità economica si accompagnarono un alto grado di organizzazione sociale e politica e una mirabile fioritura di scultori, tanto che l’influsso della civiltà dei Bakuba si diffuse in tutta la regione del basso Congo e l’usurpatore passò nella memoria collettiva come eroe nazionale.

Nello stesso periodo, altri regni si svilupparono nelle regioni del Katanga e del Kasai, in un processo di fioritura, decadenza e dispersione di sistemi statali.
Il primo e più potente fu il regno dei Luba, affermatosi già nel secolo XV, su un territorio di circa 30 mila kmq a ovest del lago Kisale. Più a ovest, all’inizio del secolo XVII, si sviluppò l’impero dei Lunda, con un’estensione tre volte quella dei Luba.
Dapprima l’autorità del monarca, il Mwato Yamvo, si consolidò nella madre patria lunda, poi si estese a ovest, dando origine ai regni di Matamba e Kasanje, entrando così nella rete commerciale che portava alle coste dell’Atlantico. Ma poiché i lunda non riuscivano a soddisfare le richieste di schiavi e avorio del mercato occidentale senza indebolire la struttura politica ed economica del proprio impero, il Mwato Yamvo cominciò a inviare folte bande di razziatori nelle popolazioni circostanti, soprattutto a sud e sud-est.
Tali bande, guidate da kazembe, parenti e subalterni del monarca, spesso si mettevano in proprio. Il più famoso di questi regni e satelliti, passato alla storia semplicemente col nome di Kazembe, si affermò nella metà del xviii secolo tra il lago Mweru e il Katanga. Grazie alla sua posizione strategica, poté sviluppare i traffici di avorio e schiavi sia con la costa atlantica che con quella dell’Oceano Indiano, dove la tratta dei neri era praticata dagli arabi già da molti secoli.
Nel XIX secolo, i negrieri arabi dilagarono nella parte orientale del Congo, tra il lago Tanganika e il fiume Lualaba, terrorizzando le popolazioni circostanti fino allo Zambia. Il più famoso di tutti fu Hamed bin Muhammed el Murjebi, mercante di Zanzibar, conosciuto come Tippu Tip, onomatopea del suono dello sparo dei fucili ad avancarica.
Lo schiavismo arabo arrivò anche nei territori più settentrionali del Congo, dove si erano da poco organizzati i sultanati degli Azande e Mangbetu, di origine sudanese. Furono ancora i bantu a pagare il conto della tratta degli schiavi.

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