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Donne che cambiano il mondo

L'incredibile storia di Chiara Castellani

Dal dicembre 1992 vive con un solo braccio. Eppure continua la sua opera di medico tra i derelitti. Senza risparmiare pesanti critiche al sistema economico ingiusto e alle potenze occidentali.
12 aprile 2005 - Mariapia Bonanate
Fonte: Mariapia Bonanate, "Donne che cambiano il mondo", Mondadori (2004)

Chiara Castellani

CHI È CHIARA CASTELLANI
Chiara Castellani è nata a Parma nel 1956. Ha lavorato come medico volontario e chirurgo di guerra in Nicaragua. Dal 1991 è responsabile di un progetto di assistenza sanitaria nella Repubblica democratica del Congo. Nel 2001, le è stato assegnato, a Saint Vincent, il Premio Donna dell’anno.
Dal 6 dicembre 1992, in seguito ad un incidente d’auto sulle piste del Congo, vive e lavora con un solo braccio. «È stato quel giorno - ha scritto lei stessa in Una lampadina per Kimbau - che sono diventata “un passero con un’ala sola”. Quando la mia vita di donna e medico è stata spezzata in due».
Chiara Castellani lavora ancora in Congo Rd, nell’ospedale di Kimbau.
Ha sette anni Chiara Castellani e frequenta le elementari, quando decide che diventerà medico missionario. Non vuole diventare una suora, ma andare in Africa come laica volontaria. Per stare accanto a chi non ha nessuno che si occupi di lui. Per incontrare la folla delle Beatitudini evangeliche che aveva imparato ad amare fin da bambina alla scuola domestica dei genitori. Dopo il liceo non ha dubbi, si iscrive a medicina e si laurea in ginecologia al Gemelli di Roma. Ma invece che nell’Africa sognata da bambina, guardando l’atlante e leggendo tutto quanto trova sul Continente Nero, finisce in Nicaragua con il Mlal, Movimento laici per l’America Latina. Ha ventisei anni e una passione «off limits» per gli altri. (...)
È il 1983. Dopo sette anni di duro lavoro rientra in Italia, anche se il cuore la vorrebbe trattenere (...).
Nell’ottobre del 1989 è a Roma. Rinasce prepotente nel suo cuore il sogno dell’infanzia: andare in Africa.

L’OSPEDALE DI KIMBAU

Frequenta un corso di specializzazione in malattie tropicali ad Amsterdam e poi accetta l’invito dell’Aifo, l’Associazione italiana amici di Raul Follereau, che le offre di lavorare nello Zaire, oggi Repubblica democratica del Congo. Nella diocesi di Kenge, regione di Bandudu, abitata dall’etnia dei bakongo, l’associazione vuole realizzare un intervento sanitario per cercare di salvare tanti «condannati a morte», a cominciare dai bambini uccisi dalle epidemie e dalla malaria.
A Kimbau, villaggio a cinquecento chilometri dalla capitale Kinshasa, c’è un piccolo ospedale, abbandonato dai belgi quando da un giorno all’altro se ne sono andati, lasciando la loro ex colonia in balia di se stessa, senza avere formato una classe dirigente. Su una popolazione di cinquanta milioni di abitanti c’erano quattordici laureati.
L’Aifo affida a Chiara l’ospedale e il programma sanitario. Lei accetta e vola in Zaire con l’entusiasmo e la disponibilità di sempre. L’impatto questa volta è subito drammatico. In tutta la zona di Kimbau, centomila persone, cento villaggi, venti centri di salute sparsi su una superficie di cinquemila chilometri quadrati non c’è un medico. In compenso le malattie, spesso mortali, sono tante: malaria, tubercolosi, morbillo, scabbia, anemie, parassitosi intestinale, filariosi, la malattia del sonno che uccide il 100% delle persone colpite. Nell’ospedaletto manca tutto. Gli ammalati dormono per terra, sulle stuoie che si sono portati da casa. Non c’è luce, né acqua, neppure un microscopio. Sono rimaste solo due suore che fanno quel che possono, con poche medicine e tanta fede.
È una situazione comune a quasi tutti gli ospedali del paese che esigono il pagamento anticipato di qualsiasi prestazione: dalla scheda di consultazione, al ricovero, alle medicine.
I pazienti operati, per poter essere medicati, devono acquistare garze e cerotti. Chiara è sconvolta, scrive ai genitori: «Mentre la denutrizione cronica rende fatale una normale diarrea, la mancanza di soldi spinge le madri a rimandare la domanda di cure mediche, finché il bambino è all’estremo della disidratazione o in coma malarico. A Kinshasa abbiamo visto morire bambini come mosche (anche due o tre per notte), ma anche due giovani per tetano. In Zaire vaccinarsi è possibile solo se si paga. Anche la trasfusione è a pagamento e, contro tutte le leggi internazionali, vige il commercio del sangue. Il trattamento contro la tubercolosi, gratuito negli altri paesi, grazie ai fondi dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), è totalmente a carico dei pazienti. L’assenza di azioni preventive serie e la censura sulle cifre e sull’informazione ha consentito l’esplosione endemica dell’Aids che in Zaire è anche una tragedia economica per la famiglia che dovrà farsi interamente carico delle cure. Sempre a Kinshasa abbiamo visto morire sul marciapiede, antistante l’ospedale, un giovane con un’ernia strozzata: la mancanza di soldi per pagare l’intervento l’aveva costretto a posticipare il ricovero fino a giungere allo stadio di cancrena intestinale. Un ragazzo di sedici anni è giunto un sabato con una appendice acuta. I genitori non avevano i soldi per pagare l’intervento: per raggranellarli ci hanno messo tre giorni, e quando il ragazzo è stato finalmente operato, il martedì successivo, l’appendicite si era trasformata in peritonite: è morto dodici ore dopo l’intervento».

«L’INGIUSTIZIA MI LACERA»

Sono i poveri che la trattengono in Congo: «Nella mia fede traballante sono comunque convinta che se Dio esiste è della povera gente, di chi porta la sua croce e spesso ci muore sopra, e mai di chi la croce se la mette al collo, senza sentire come pesa. Non accuso nessuno in particolare, ma l’ingiustizia di una ricchezza talmente mal distribuita mi lacera. Chi vive nel Nord opulento non può arrivare a comprendere nemmeno lontanamente la mancanza di tutto di chi vive nel Sud, dove la povertà genera guerra e la guerra genera povertà».
Dove ci si ammala di tubercolosi, malaria, meningite, di epidemie come quella di ebola, la malattia del sonno trasmessa dalla mosca tse tse che distrugge il cervello, di Aids sempre più diffuso con la guerra, dove si viene uccisi dal cianuro della manioca non lasciata macerare nell’acqua a sufficienza perché la fame è devastante e impedisce di aspettare.
Fra questi poveri, in prima fila ci sono le donne. Con loro Chiara ha stabilito subito un rapporto privilegiato. Sono il presente e il futuro dell’Africa. Niente riesce a piegarle. Né le guerre, né la violenza, né la fame. Neppure le malattie e la morte. A Kimbau sono state loro a pagare il prezzo più alto dei conflitti con i figli e i mariti morti negli scontri, i villaggi saccheggiati, le figlie stuprate. Ma non si sono mai arrese e appena hanno potuto, in mancanza di tutto, si sono messe a fabbricare con olio di palma e soda caustica il sapone che è introvabile e così indispensabile. Hanno battezzato questa loro impresa Telema che significa «alzati in piedi». A Kinshasa, durante i giorni tragici delle stragi, mentre coltivavano la papaia sui marciapiedi della città, hanno lanciato un appello al mondo perché si intervenisse a favore del loro paese.
Chiara si è unita a loro in una lettera inviata alle donne dell’Occidente e che ha fatto il giro del mondo: «In nome della vita, di questo dono prezioso che il Creatore ha messo nelle nostre mani, unitevi al nostro grido di dolore. Lottate contro i sistemi politici ed economici dei vostri Stati che minacciano la vita ovunque si trova, in particolare nel nostro continente.
Sull’esempio di tante donne che nella storia hanno saputo con volontà e determinazione salvare i loro popoli, anche noi teniamoci salde al nostro lutto. Chiara Castellani con Mariapia Bonanate

È il Dio della vita che ci vuole, da sempre, partecipi alla storia della salvezza dell’umanità. Noi non vogliamo lasciare marcire la vita che germoglia in noi. Terremo legate le nostre reni fin quando non potremo partorire un’Africa più giusta, più libera, più liberata, fondata sui valori umani. Siamo coraggiose e vigiliamo. Il Dio della storia che ha salvato i figli di Israele dalle mani del faraone, cammina con noi. Ci aspetta ovunque noi lottiamo per la Vita, la Giustizia, la Pace e la Felicità di tutti».
Purtroppo finora il grido delle donne congolesi è rimasto inascoltato. Le stragi continuano.

LA GUERRA VOLUTA

Per cacciare Mobutu, dice Chiara, non era necessaria una guerra, «ma le grandi potenze, le multinazionali dei diamanti e i produttori di armamenti hanno preferito così. A loro conviene che la guerra continui per poter fare i loro affari. Non è assolutamente vero che si tratta di una guerra tra etnie. Nessuno qui ha voluto e vuole una guerra che impone le ruberie e gli abusi dei militari, il costo enorme della vita, il tasso di svalutazione al di fuori di ogni possibile controllo, i farmaci scarsi e costosi, di pessima qualità e il potere di acquisto nullo per le masse rurali.
Questa guerra è voluta dalle potenze occidentali e dagli Stati Uniti per fini economici. Come ai tempi del Nicaragua, ancora una volta constato che la guerra si combatte sulla pelle dei più poveri, che i potenti-prepotenti non sono nemmeno sfiorati da questa immane sofferenza che si consuma nel silenzio complice dei media. Probabilmente in Europa si pensa persino che la guerra sia finita, perché non se ne parla più. I poveri non fanno audience».

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