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"io, ex prigioniero nel vecchio lager di Buenos Aires"

Argentina: Il racconto di Cachito: così la dittatura mi torturava

Enrique Mario Fukman è tornato nella caserma Esma dove fu rinchiuso un anno e seviziato dai militari
5 luglio 2005 - Rosita Cavallaro
Fonte: Il Mattino

Lo chiamano «Cachito» perché è piccolo di statura. Barba incredibilmente lunga, varca la soglia del grande cancello di ferro, ingresso della «Escuela Superior de Mecanica de l’Armada», l’ex scuola di guerra della Marina argentina. Si ferma e le mani tradiscono un tremito. Negli occhi tutta l'emozione di chi, molti anni dopo, torna fra le mura che per 15 mesi l'hanno visto detenuto, incatenato e torturato. È costato molto a Enrique Mario Fukman tornare al numero 8200 dell'Avenida del Libertador, alla «Esma», dove si trovava il più famoso campo di concentramento clandestino di Buenos Aires, simbolo degli orrori della dittatura argentina. Una grande struttura immersa in quasi 20 ettari di verde dove a partire dal 1976 vennero torturati più di 5.000 prigionieri, quasi tutti «desaparecidos», «scomparsi», cioè uccisi. Solo 100 i sopravvissuti. Grazie alle pressioni delle organizzazioni per i diritti umani oggi la Esma sta per essere trasformata in un grande spazio della memoria. «Ho deciso di tornare perché questo pezzo di passato fa parte della mia vita, seppure doloroso. Ma soprattutto - dice Enrique Mario Fukman - sono qui perché la gente non dimentichi». Cachito ancora non sa spiegare perché quel 18 febbraio del '79, dopo oltre un anno di prigionia sia stato liberato. «La strategia del terrore consisteva proprio in questo - spiega - Non c'era uno schema, non c'erano regole. In qualunque giorno potevano arrivare e prelevarti dalla Esma per farti sparire. Di te nessuno avrebbe mai più saputo nulla». Lungo il viale che porta alla palazzina degli ufficiali, l'edificio delle torture, Enrique inizia a ricordare. «Il 5 febbraio del 1977 hanno assassinato mio fratello nel quartiere della Boca. Aveva 17 anni. Ho visto mio padre imbiancare in pochi giorni». Poi gli aguzzini della dittatura hanno preso lui, Cachito. «Il 18 novembre del '78 tre uomini mi buttano a terra davanti alla casa di un compagno - racconta - Mi infilano sotto il sedile posteriore di un Falcon e iniziano a interrogarmi bruciandomi la pelle con mozziconi di sigarette». Enrique apparteneva al movimento dei Montoneros, gruppo di guerriglia che combatteva contro la dittatura di quegli anni. «Non eravamo terroristi, come hanno voluto far credere. Quando c'è una dittatura in corso non hai scampo, puoi solo lottare. Era resistenza la nostra». Ma la strategia del terrore imponeva che nel mirino dei militari non ci fossero solo i gruppi ribelli. C'erano donne incinte, costrette a partorire per poi vedersi strappare i figli sotto gli occhi. E c’erano anche bambini, anziani, preti, gente che con la politica non aveva mai avuto niente a che fare. Cachito fa strada verso il «sótano», seminterrato dell'edificio di quattro livelli dove convivevano prigionieri e militari. Era la prima tappa per chi veniva sequestrato. «Ecco, mi hanno fatto scendere per queste scale incappucciato. Lì...proprio lì...mi pare. Sono stato torturato per un tempo che non so quantificare. In quelle condizioni un'ora poteva valere mesi, anni». Poi si volta, quasi voglia scacciare il ricordo: «Volevano che rivelassi dove si nascondeva il mio compagno Carlos. Non ho mai parlato». Ma c'era chi la forza di Cachito non la possedeva e crollava. «Non riesco a odiare quelli che facevano i nomi, le torture erano indicibili». Anche alla Esma tra le più usate c'era la «picaña», scariche elettriche sui genitali. Poi il «sottomarino», quando la testa del prigioniero veniva trattenuta sott'acqua; la variante del «sottomarino secco», effettuato invece con una busta di plastica; la «parrilla», il letto rovente. Impressionante è entrare nella «capucha», terzo piano mansardato della costruzione. C'è poca luce, quasi manca l'aria. «Dal sótano ci trasferivano qui in capucha, dove per mesi vivevi legato e incappucciato, sdraiato sulla tua brandina, con un ufficiale sempre presente che controllava che nessuno aprisse bocca». Altri finivano nei locali sotto il tetto, nella «capuchita», una piccola stanza mansardata di pochi metri quadrati. «Per un periodo mi hanno mandato in capuchita dove tutti i giorni aspettavo in fila il mio turno per essere torturato. Passavi il giorno ad ascoltare i tuoi compagni gridare e quando smettevano ti sentivi quasi sollevato anche se significava che il tuo turno si stava avvicinando. Per 15 mesi non sono più stato Enrique Fukman. Ero il 252, un numero, nient'altro». La «capucha» e la «capuchita» erano il limbo, luoghi di transizione dove si rimaneva in attesa che qualcuno decidesse la sorte del prigioniero, senza una logica: morto o destinato a un piano di recupero. Il caso aveva voluto che Cachito dovesse essere recuperato lavorando al servizio dei militari. Ma con molti amici di Enrique la sorte non è stata così clemente. «Il 'Topo' lo hanno ammazzato - racconta - perché non ha voluto dire dov'era nascosta la moglie. Un giorno l'hanno portato via dalla capucha e non è più tornato. Mi hanno detto - continua commosso - che l'hanno fatto salire insieme ad altri su un elicottero per poi scaraventarlo in mare». Secondo il racconto di Fukman il cappellano diceva ai militari che se avessero buttato i prigionieri ancora vivi nel Rio della Plata il peccato non sarebbe stato così grande. Cosa rimane di quegli anni? «Il valore della vita umana - risponde Cachito - L'ho imparato da chi ha preferito ingoiare una pasticca di cianuro per la paura di tradire gli amici. O da quella donna che per non rivelare dove si nascondesse il figlio è morta sotto tortura». Dalla Esma è uscito il maggior numero di sopravvissuti di tutti i centri clandestini di detenzione. Grazie ai loro racconti e ai controlli incrociati è stata possibile la ricostruzione di luoghi, nomi, torture, storie. Tutto materiale ancor più importante oggi, dopo la recente decisione della Corte Suprema che ha annullato le cosiddette «leggi del perdono», che fino a un mese fa avevano consentito l’immunità agli assassini e ai torturatori che insanguinarono l’Argentina tra il 1976 e il 1983. I militari - alcuni dei quali ancora in attività - non sono più intoccabili. Circa 400 imputati stanno per essere condotti in tribunale. Con la ricerca della verità inizia un nuovo cammino.


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