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Mentre continuano ad arrivare a migliaia i delegati, traduttori, giornalisti e partecipanti di ogni età e mentre altri sono ancora impegnati a rispettare le lunghe file per accreditarsi all’evento, in settanta mila si danno appuntamento all’Universidad Central de Venezuela per una marcia di pace che percorre le vie sud-orientali di Caracas, fino a raggiungere il parco Los Proceres, dove un prominente palco illuminato ospita un concerto con artisti provenienti da tutto il mondo.
Al grido di “Attenzione che è in cammino il popolo di Bolivar per America Latina”, i manifestanti iniziano il percorso, tra larghi viali alberati, richiamandosi al Libertador Simon Bolivar, eroe ottocentesco che tentò l’unificazione del subcontinente latinoamnericano, per sottolineare un legame tra tutti i popoli della Terra, uniti dalla costruzione di “un altro mondo possibile”.

Ad aprire il corteo, stringendo tra le mani un lungo striscione bianco, rappresentanti argentine delle madri di Plaza di Mayo, delegati indigeni ecuadoriani, vittime della dittatura di Haiti, rappresentanti delle organizazzioni di donne, dettavano i tempi della marcia e spiegavano le ragioni dell’evento agli oltre quattro mila giornalisti presenti.
“Siamo qui affinchè la lotta dei nostri figli, dei nostri nipoti non sia stata vana, perchè un mondo di pace e di giustizia sociale è doveroso e non solo possibile”, urla in maniera discreta Leonora, nonna di Plaza di Mayo, mentre alle sue spalle, per chilometri, si susseguono gli slogan ed i gruppi provenienti da tutto il mondo.

A tratti, sembra di assistere ad uno spettacolo artistico itinerante ma all’improvviso l’atmosfera si fa più cupa e, poco dopo, si torna a ballare e cantare. Musicisti e giocolieri, maschere e travestimenti si alternano a foto di desaparecidos colombiani, vittime di una guerra fantasma che dura da quaranta anni. Sentimenti di gioia ed ilarità al passaggio di un gruppo di omosessuali, danzanti difensori della libertà sessuale, lasciano il posto a momenti di grande commozione, come quando passa la delegazione palestinese e la gente si fa da parte, sale sui marciapiedi ed inizia ad applaudire per manifestare la propria solidarietà ad un popolo opresso.
Colombiani, brasiliani e statunitensi sono i più numerosi, dopo i padroni di casa ovviamente. Ed allora, si susseguono gli slogan contro la politica estera del presidente americano George Bush, contro il Plan Colombia che maschera come lotta al narcotraffico la militarizzazione della regione andina, o slogan a favore della lotta dei Senza Terra contro i latifondi carioca.

Trait d’union del lungo corteo, i ringraziamenti al presidente del Venezuela Hugo Chavez. I suoi sostenitori, apostrofati come “scimmie” dagli oppositori del regimen, ironizzano e fanno il verso del mono, gridando “Uh ah, Chavez non se ne va, uh ah, Chavez vincerà”! Le foto, i poster, le spille raffiguranti il volto del Presidente sono dappertutto, si vendono, si regalano, si mostrano con orgoglio ai fotografi, nonostante le accuse di censura e di limitazione della libertà di stampa fatte, in questi giorni, da un’opposizione oligarchica intenta a salvaguardare i propri interessi economici e finanziari, anche a dispetto degli interessi e dei diritti basilari dell’intera popolazione venezuelana.

Ormai è buio quando il corteo raggiunge il parco Los Proceres, la musica dà il benvenuto ed i manifestanti stanchi dopo il lungo tragitto percorso, trovano ancora la forza per ballare e cantare i brani intonati dal palco.
Da domani si lascerà spazio ai contenuti e ai circa duemila eventi previsti tra conferenze, seminari, documentari e tavole rotonde.

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