Le Madres de Plaza de Mayo militanti della memoria
Il silenzio dei cronisti sportivi, la costruzione e il consolidamento del consenso alla dittatura tramite la vittoria ai mondiali di calcio del 1978, il dramma dei desaparecidos italiani: sono le istantanee che scorrono in una sterminata sequenza di orrori rimasta ben impressa nella mente di Vera Vigevani, italiana emigrata in Argentina nel 1939 in seguito alle leggi razziali emanate dal regime fascista e memoria storica delle Madres de Plaza de Mayo – Línea Fundadora. Vera è in Italia per un ciclo di incontri pubblici da Nord e Sud Italia: a Siena ha incontrato gli studenti del Liceo Scientifico in mattinata, mentre nel pomeriggio, durante un incontro pubblico, ha presentato il suo libro "Il silenzio Infranto" (Silvio Zamorani Editore), che raccoglie le storie, i racconti e le testimonianze dei parenti delle vittime italiane della sparizione forzata. "Sono una militante della memoria", dice più di una volta, quasi a scongiurare la paura che cada l'oblio sui crimini della dittatura argentina, che seppur sconfitta riesce ancora a trovare seguaci, come testimonia la scomparsa nel settembre 2006 di Julio Lopez, testimone chiave nel processo contro il militare Miguel Etchecolatz e per questo motivo divenuto il primo desaparecido da quando è tornata la democrazia. Vera Vigevani insiste particolarmente sul forte legame tra il calcio e la dittatura: ricorda la costruzione di veri e propri muri a Rosario lungo la strada che conduceva allo stadio affinché nessuno potesse vedere i quartieri più poveri della città e la misera vita degli abitanti dei barrios, ma non dimentica l'immedesimarsi di tanti prigionieri politici con le gesta della nazionale di calcio argentina. L'Esma, il più grande campo di concentramento costruito dal regime, si trovava poco lontano dallo stadio dove l’Argentina disputava le sue partite: i militanti arrestati potevano sentire il boato della folla in occasione dei gol e a loro volta si sentivano partecipi all'andamento delle partite, quasi a significare che le vittorie della “Selección” non appartenevano solo ai generali, ma a tutta la popolazione argentina. La passione per la squadra argentina durante il mondiale del 1978 (che poi vincerà in finale contro l’Olanda in modo piuttosto chiacchierato, al pari del passaggio dei vari turni eliminatori), utilizzata dalla dittatura per rafforzare un forte senso di patriottismo nazionale, è stata smascherata da una recente manifestazione per i diritti umani denominata "El Otro Final", una partita di calcio a cui hanno partecipato alcuni giocatori che avevano disputato quel mondiale in ricordo e in omaggio ai desaparecidos. Vera sottolinea che l'Italia è l'unico paese dove alla fine si sono portati a termine i processi contro gli aguzzini dei desaparecidos italiani, nonostante buona parte dei giornalisti sportivi dell'epoca vedesse le Madres come un fenomeno folkloristico, la maggior parte dei giocatori ignorassero, o fingessero di farlo, la presenza opprimente della dittatura (celebre e al tempo stesso vergognosa la dichiarazione di alcuni calciatori tedeschi secondo i quali gli argentini erano "derechos y humanos"), gli orecchi da mercante di larga parte dei partiti comunisti europei e soprattutto di quello russo (principalmente per motivi economici) nonostante molti prigionieri fossero militanti comunisti, il silenzio e la connivenza di ampia parte della gerarchia ecclesiastica (si pensi al caso del cappellano militare Von Wernich che giustificava apertamente le torture). "Le vicissitudini dei desaparecidos italiani appartengono ad un capitolo quasi rimosso della nostra storia, ma al tempo stesso ne fanno parte a pieno titolo" rivendica con orgoglio Vera: "sono riusciti ad ammazzare tanta gente", conclude, "ma non a cancellarne la memoria".
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