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Voto e destabilizzazione è da sempre il binomio che accompagna il Venezuela in occasione delle elezioni. E' così anche in questi giorni che ci separano dal 26 Settembre, data in cui i venezuelani sono chiamati ad eleggere i 165 deputati che faranno parte dell'Assemblea Nazionale e i 12 rappresentanti del paese in seno al Parlamento Latinoamericano. Buona parte dei sondaggi indicano come favorita la maggioranza chavista, che mira a mantenere i due terzi del Parlamento per poter proseguire il suo percorso politico. Resta però incertezza sull'esito elettorale negli stati di Zulia, Tachira e Miranda, dove è l'opposizione a godere di un seguito numericamente più importante rispetto a quello del presidente Chávez. Proprio sull'atteggiamento dell'opposizione sono concentrati i maggiori timori in vista delle elezioni di domenica prossima, su cui pesano, e anche questa non è una novità, le ingerenze degli Stati Uniti.
Secondo il giornalista José Vicente Rangel, vicino a Chávez e conduttore del programma "José Vicente Hoy" per la tv Televen, l'opposizione avrebbe indetto una serie di manifestazioni nella serata del 26 Settembre, il giorno del voto, se dall'esito delle urne non uscirà il ribaltamento della maggioranza chavista. Le parole d'ordine della probabile marcia di protesta saranno "ahora o nunca" e "democracia o comunismo". Sempre Rangel, nel corso del suo programma, ha sostenuto che l'opposizione intenderebbe utilizzare Vicente Díaz, membro del Cne (Consejo Nacional Electoral), come punta di lancia nella sua campagna di discredito verso l'esito che uscirà dalle urne. In questo senso andrebbero lette le critiche di Díaz nei confronti di Hugo Chávez sulla dubbia regolarità delle elezioni. L'intenzione delle forze ostili al chavismo, come già successo in passato, sembra essere quella di non riconoscere il risultato elettorale a prescindere. Tibisay Lucena, presidenta del Cne, ha denunciato il tentativo tuttora in corso di destabilizzare il clima in vista delle elezioni ed ha ricevuto anche minacce via internet, mentre lo stesso Chávez ha chiesto all'opposizione di riconoscere il risultato elettorale. In questo contesto sembra uscire a proposito il libro "Medios y Poder en Venezuela", curato dal venezuelano Modesto Emilio Guerrero e presentato a Buenos Aires presso l'hotel Bauen, un albergo diretto secondo i criteri dell'autogestione che cominciò a funzionare dopo la crisi argentina del 2001.
Tuttavia non è solo la chiamata alla mobilitazione da parte da parte degli anti-chavisti a preoccupare. Con un tempismo piuttosto sospetto e quasi in concomitanza con le elezioni, gli Stati Uniti hanno designato come ambasciatore a Caracas Larry Palmer. L'uomo di Washington è già stato dichiarato da Miraflores "persona non gradita" ed il Venezuela ha chiarito che non accetterà mai Palmer come ambasciatore sul proprio territorio. In effetti, quello che dovrebbe rappresentare gli Stati Uniti a Caracas e sul quale manca ancora l'assenso ufficiale del Senato a stelle e strisce, ha rilasciato una lunga serie di dichiarazioni provocatorie nei confronti del Venezuela che probabilmente un qualsiasi altro paese avrebbe rifiutato la sua presenza. Alcune delle sue "perle" sono state raccolte dall'ambasciatore negli Stati Uniti Bernardo Álvarez. Palmer. Ha più volte sostenuto che il Venezuela appoggia la guerriglia colombiana, accusa datata, ma sempre utile quando si tratta di alzare polveroni ad arte. Poi ha proseguito affermando che l'Assemblea Nazionale, per volere di Chávez, avrebbe creato delle istituzioni parallele per svuotare l'autonomia dei parlamentari eletti, infine ha accusato lo stesso Chávez di aver rifiutato il principio di separazione dei poteri per rafforzare a suo vantaggio il controllo sul potere giudiziario e legislativo del governo. Inoltre, Chávez si è rivolto di persona a Obama riconoscendo i suoi sforzi nel tentativo di migliorare le relazioni con il Venezuela, ma ha anche detto che forze interne agli Stati Uniti ne bloccano la sua azione: "se Obama si mettesse contro l'Impero, la sua vita sarebbe in pericolo".
Aldilà dei trucchi dell'opposizione e delle indirette ingerenze statunitensi, volte comunque ad alzare la tensione, resta da vedere la reale forza di Chávez anche all'interno dei suoi sostenitori: quando il presidente bolivariano non si è candidato di persone c'è stata una perdita di voti da non sottovalutare, è stato il caso di Caracas, finita in mano ad un sindaco antichavista, ma anche dei municipi della Gran Caracas, dove il Psuv (il Partito Socialista Unificato del Venezuela) ha subìto una dura sconfitta a Sucre, El Hatillo, Chacao e Baruta nelle amministrative del 2008.

 

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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