Latina

Chieste le dimissioni del ministro dell'Interno

Cile: lo sciopero manda in crisi il governo

La repressione dei carabineros provoca un morto e 1400 fermati
1 settembre 2011
David Lifodi

Il presidente Sebastián Piñera ed i suoi fidi collaboratori, Felipe Bulnes e Rodrigo Hinzpeter (rispettivamente ministri dell'Istruzione e dell'Interno), devono aver studiato molto bene il sistema di repressione che il loro generalissimo Augusto Pinochet aveva messo a punto durante gli anni della dittatura.

Lo sciopero generale del 24-25 Agosto, che ha visto oltre mezzo milione di persone scendere nelle piazze, si è concluso con un morto, un ferito grave e quasi 1400 fermati dalla polizia: grandi manovre per fermare, ed intimidire a qualsiasi costo, l'onda della protesta. Non sono solo indignati, i cileni, sono esasperati: per questo alla mobilitazione del movimento studentesco, che non ha alcuna intenzione di arrendersi, si sono uniti i lavoratori per una battaglia in cui al primo posto figurano democrazia e uguaglianza sociale, in un paese tra i più disuguali del continente. Per la generazione dei giovani nati sotto la dittatura pinochettista la rivolta studentesca ha rappresentato l'occasione per dire basta all'anestesia di un paese tra i più conservatori dell'America Latina: adesso il Cile si è risvegliato e intende farla finita con quella cultura del generale che ha avvolto in una coltre densa il paese e lo ha permeato a sua immagine e somiglianza anche dopo la morte. Il governo, dal canto suo, nonostante un uso della forza sproporzionato ed una serie di dichiarazioni ufficiali nel migliore dei casi provocatorie e, nel peggiore, offensive verso la gente scesa in piazza, è in stato confusionale. In seguito al paro di 48 ore che aveva bloccato il paese, inizialmente Piñera aveva garantito, pur con la solita spacconeria, la volontà di aprire un confronto con il movimento studentesco, sempre più settore trainante della protesta. Gli universitari avevano manifestato il loro scetticismo, soprattutto perché il presidente non si era smosso dalla volontà di modificare realmente la Ley de Educación. Va bene un'istruzione di qualità, aveva concesso beffardamente Piñera, ma di certo non gratuita poiché, secondo un principio assai caro ad imprenditori come lui, nulla è a costo zero. In ogni caso, nel giro di poco tempo, il ministro dell'Istruzione Bulnes ha annullato l'incontro per programmarne di nuovi, separati, con le varie parti sociali coinvolte nella mobilitazione studentesca. Un modo, evidente, per dividere il movimento. In ogni caso, non si è trattato dell'unico voltafaccia presidenziale. Ben più grave quanto accaduto in relazione alla morte del quattordicenne Manuel Gutierrez, ucciso dalle pallottole sparate da un sottufficiale dei carabineros durante gli scontri tra manifestanti e polizia lo scorso 25 Agosto. Il governo, finché ha potuto, ha sostenuto in maniera acritica la versione dei carabineros, cioè quella di colpi da arma da fuoco sparati in aria per disperdere la folla. In realtà, la versione diffusa immediatamente dai media sulla non colpevolezza della polizia ha avuto una credibilità pari a zero, anche se, ancora più disonesto, è stato il tentativo di far circolare la notizia che la morte di Manuel era dovuto ad uno scontro tra pandilleros, gli appartenenti alle bande della malavita giovanile presenti nelle metropoli sudamericane. Alcuni testimoni hanno visto i carabineros appostati a non più di trecento metri dalle manifestazioni in corso sparare verso i giovani in corteo. Un altro ragazzo, di 18 anni, è stato ferito gravemente ad un occhio: Mario Parraguez Pinto stava partecipando alla costruzione di una barricata per respingere l'assalto degli agenti quando è stato colpito da una pallottola. L'atteggiamento del governo è cambiato quando è divenuto evidente che sarebbe stato impossibile coprire i responsabili dell'omicidio dell'adolescente. Miguel Millacura, il sottufficiale responsabile dell'uccisione del giovane, è stato arrestato dopo una perizia balistica, mentre ci sarebbero pressioni in corso per far dimettere il generale Sergio Gajardo, uno degli uomini di spicco della polizia metropolitana di Santiago del Cile. L'avvocato della famiglia del ragazzo assassinato, Washington Lizana, teme però che il caso di Gajardo, Millacura e altri quattro carabineros incriminati (tra cui la donna Claudia Iglesias, sottotenente), finisca tra le mani della giustizia militare cilena, nota per la sua parzialità, inaffidabilità e per non rispettare alcun minimo standard internazionale di obiettività. A differenza dei processi civili, infatti, il giudice militare ha la possibilità di applicare eventuali sanzioni in un processo che rimarrà segreto. Frattanto i movimenti sociali hanno messo sotto accusa il ministro dell'Interno, Rodrigo Hinzpeter, per le pessime modalità con cui ha gestito la piazza, e ne chiedono a gran voce le immediate dimissioni, anche se è tutto il governo a colare a picco nei sondaggi. Fino a pochi giorni prima delle due giornate di sciopero, il presidente Piñera poteva contare su non più del 26% dei consensi, provenienti dalla destra imprenditoriale e dai fedelissimi del dittatore Pinochet, presenti in forze nel suo partito, l'Unión Demócrata Independiente: dopo i fatti del 24-25 Giugno il gradimento per il mandatario cileno è calato ancora, fino ad un misero 20%.

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Note: Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
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