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La voz de un indómito pueblo: la poesia e la resistenza del popolo mapuche

Incontro con la poetessa mapuche Rayen Kvyeh organizzato a Siena da Anpi, Arci e Radio Zot
15 ottobre 2017 - David Lifodi

locandina

“Se difendere la propria terra significa essere una terrorista, allora sono una terrorista”: risponde così Rayen Kvyeh, poetessa mapuche che ha parlato a Siena in occasione dell’incontro “La voz de un indómito pueblo: la poesia e la resistenza del popolo mapuche”, a chi le chiede cosa significhi l’applicazione della famigerata Ley Antiterrorista varata all’epoca della dittatura militare di Pinochet, ma mantenuta in vigore anche da tutti i governi della Concertación, perfino l’ultimo, ormai agli sgoccioli, della presidenta Michelle Bachelet.

Rayen, in gioventù, è stata in carcere, come molti altri mapuche, per aver difeso i diritti e le risorse del suo popolo dalla voracità del capitale transnazionale. La Ley Antiterrorista, che il regime pinochettista applicava a chiunque partecipasse ad una manifestazione contro la dittatura, significava almeno dieci anni di carcere. A farne le spese, non solo i militanti di sinistra e delle organizzazioni popolari, ma anche un popolo indomito, fiero e ribelle come quello dei mapuche. Per questo, tutti governi che si sono succeduti in Cile, anche in “democrazia”, hanno preferito mantenere questa odiosa sanzione punitiva, facendo così il gioco delle varie multinazionali che dagli anni ’70 ad oggi derubano i mapuche delle loro risorse naturali, comprese le nostre Enel e Benetton. Rayen sottolinea che il Cile è stato il primo paese dell’America latina e del Centroamerica che ha (s)venduto l’intero patrimonio delle risorse idriche alle transnazionali spagnole. Al contrario, per i mapuche, la Madre Terra non è in vendita, non si può né vendere né comprare. Questo concetto Rayen lo ha più volte espresso nelle sue poesie, scritte in mapudungun, la “lingua della terra”. I mapuche (letteralmente “gente della terra”), l’unico popolo che non è stato vinto e soggiogato dagli spagnoli, hanno un’impostazione zapatista sotto molto aspetti: non esiste una concezione piramidale del potere, lo spirito della Madre Terra sta in ogni uomo, donna e bambino: sono le intere comunità a vivere in maniera auto-organizzata. La realtà del carcere e delle torture non corrisponde alla visione del popolo mapuche, non a caso queste parole non esistono nella lingua mapudungun e, per raccontare la persecuzione dello Stato cileno nei confronti suoi e delle comunità mapuche, Rayen ha dovuto scrivere delle poesie e dei testi in castigliano.

Tra i mapuche riveste un aspetto fondamentale anche la questione ecologista e, di nuovo, emergono i tentativi di rapina delle multinazionali che hanno reso prigionieri delle dighe fiumi quali il Bio-Bio, una sorta di frontiera naturale tra gli stessi mapuche e l’invasione dello Stato cileno. Le centrali idroelettriche sono un altro esempio della presenza violenta dello Stato che, di fronte alla resistenza dei mapuche, costretti ad abbandonare la loro terra a causa delle inondazioni dovute alla costruzione delle dighe, invia i carabineros, i cui metodi ricordano quelli dell’epoca di Pinochet. Definiti più volte come i kurdi o i palestinesi dell’America latina, le comunità mapuche si sentono un solo popolo, la Nazione-mapuche, sia quelle in territorio cileno sia quelle in territorio argentino, che condividono la stessa brutale repressione. Il Cile, sottolinea Rayen, costretta a fuggire in Germania per scappare dalla dittatura di Pinochet, è un paese ricco di risorse, ma povero di diritti.

Rayen ha avuto la capacità di unire la militanza politica per la liberazione politica del popolo mapuche ad un’attività letteraria caratterizzata spesso dalla forte denuncia sociale, come emerge dal suo libro Luna dei primi germogli, curato dal dipartimento di Filologia e critica della letteratura dell’Università di Siena e pubblicato nel 2006 dalle Edizioni Gorée. La poesia Hanno rubato la nostra terra rappresenta una sorta di manifesto politico di denuncia dell’oppressione cilena e di quelle delle multinazionali, basti pensare a questa strofa: “Un fiume di sangue appare nella terra del nord, passa come un uragano per la nostra terra fino ai limiti del mondo”. Nel prologo scritto da Antonio Melis, docente dell’Università di Siena recentemente scomparso e che ha dedicato la sua vita allo studio dell’America indigena, “la conquista non si realizza mai pienamente. I territori mapuche restano incastonati nel Cile coloniale e rappresentano una sorta di territorio libero. Ancora oggi questa zona è denominata La Frontera, a ricordo di una situazione anomala all’interno dello Stato spagnolo”.

Rayen è un esempio vivente di ribellione ai molteplici tentativi di colonizzazione dello Stato cileno e il fatto che gran parte della sua produzione poetica sia in mapudungun rappresenta un nuovo baluardo di resistenza contro i progetti di distruzione dell’identità del suo popolo.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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