Condanne senza prove e uso politico delle giustizia contro gli imputati mapuche

Per il Cile i mapuche sono criminali

I casi di Héctor Llaitul Carrillanca, Matías Catrileo, Julia Chuñil, Facundo Jones Huala e di moltissimi altri gridano vendetta mentre l’insediamento, ormai vicino, del nuovo presidente di estrema destra José Antonio Kast, non promette niente di buono
6 febbraio 2026
David Lifodi

Per il Cile i mapuche sono criminali Lo scorso 7 gennaio la giustizia cilena ha condannato, senza alcuna prova concreta, i sette imputati mapuche del cosiddetto “caso Quilleco”, ritenuti colpevoli di aver dato alle fiamme cinque camion dell’impresa Forestal Arauco, responsabile di una buona parte della devastazione ambientale in Wallmpau e per l’accaparramento indebito delle risorse naturali del territorio.

Sentenze del genere rappresentano ormai la normalità, frutto dell’utilizzo della giustizia in chiave esclusivamente repressiva, colonialista e già orientata a priori da parte dello stato cileno. In questo caso specifico, ancora una volta, non esistono prove concrete del coinvolgimento dei mapuche condannati sul luogo dove sono stati appiccati gli incendi e, al contrario, l’intero iter giudiziario è stato costellato da molteplici anomalie.

In particolare, nei confronti degli imputati è stata estesa la carcerazione preventiva ben oltre i termini previsti dall’attuale legislazione, ne è stata disposta la liberazione per mancanza di prove salvo poi dare l’ordine per un nuovo arresto e, in occasione della giornata che avrebbe definitivamente sancito il loro destino, soltanto pochi familiari hanno ottenuto il diritto ad assistere dal vivo al processo, mentre giudici, magistrati e avvocati sia di Forestal Arauco sia dello stato cileno hanno potuto partecipare agevolmente da remoto.

E ancora, l’accusa non è riuscita a dimostrare la presenza di tracce degli imputati sul luogo dove sono stati appiccati gli incendi, sono state accettate come valide le testimonianze rilasciate da persone con il volto coperto, così come è risultata negativa la presenza di liquido infiammabile sugli abiti e sul corpo dei condannati, ma è stata sufficiente una tanica di benzina vuota individuata sul veicolo dei mapuche al momento del loro arresto per costruirci sopra l’intero impianto accusatorio.

La stessa logica ha guidato l’Operación Huracán, un’indagine di intelligence di alcuni anni fa per la quale sono stati si condannati alcuni vertici dei carabineros per aver fornito prove false contro i mapuche allo scopo di dimostrare che le loro organizzazioni sono “terroriste”, ma si tratta dello stesso corpo poliziesco che, con metodi non troppo dissimili, è riuscito a far condannare a 23 anni di carcere Héctor Llaitul Carrillanca (sullo storico werkén, portavoce, della Coordinadora Arauco Malleco, pendono una serie di accuse legate alla violazione della Ley de Seguridad del Estado, risalente al 2020, e per il furto di legname), allo scopo di perpetrare, all’interno del Cile, la narrazione sulla presenza, per la verità decisamente improbabile, di un nemico interno pronto a disarticolare le istituzioni dello stato. A questo proposito, Llaitul ha ribadito più volte di non aver nulla a che fare con i furti di legname, un reato di cui, al contrario, si macchiano spesso le mafie appartenenti al circuito commerciale dell’industria forestale stessa.

L’utilizzo politico di una giustizia che rimane selettiva e si allinea alla criminalizzazione dei mapuche, spesso praticata a prescindere dallo Stato cileno e unita alla costante militarizzazione del Wallmapu, si inserisce nella stessa logica che garantisce l’impunità ai responsabili della morte di Matías Catrileo, ucciso ormai 18 anni fa dai carabineros (sotto la presidenza di Michelle Bachelet) durante un tentativo di recupero di una parte delle terre di cui si era impossessato l’imprenditore Jorge Luchsinger. La pena per l’agente giudicato colpevole è stata risibile ed è arrivata soltanto dalla giustizia militare.

Il fallimento della Commissione di pace a cui aveva dato impulso il governo del presidente uscente Gabriel Boric, senza permettere l’ingresso dei mapuche al suo interno e rivelatasi, quindi, molto contraddittoria fin dall’inizio, non solo ha confermato la mentalità coloniale dello Stato, ma ha generato, implicitamente, un messaggio che legittima l’impunità nei confronti dei mapuche e le politiche sul territorio del nuovo presidente José Antonio Kast, il cui insediamento a La Moneda si terrà il prossimo marzo. Come è noto, Kast proviene da una famiglia tedesca emigrata in Cile dopo la Seconda guerra mondiale. Suo padre fu membro del Partito nazista ed uno dei suoi fratelli, Miguel, economista dei Chicago Boys, è stato Ministro del lavoro (1980-1982) e direttore della Banca Centrale per alcuni mesi.

In questo contesto non si può far a meno di ricordare il caso di Julia Chuñil, desaparecida dall’8 novembre 2024. La dirigente mapuche di 73 anni, una vita trascorsa come lottatrice sociale in difesa della sua comunità, quella di Putraguel, aveva denunciato più volte le attività dell’imprenditore forestale Juan Carlos Morstadt Anwandter per il taglio e il commercio illegale del legname culminato, nel 2018, nella distruzione, da parte di quest’ultimo, di un ponte che Julia attraversava quotidianamente insieme ai comuneros.

Solo poche settimane fa sono stati arrestati tre figli della donna su ordine di una giustizia che, invece di indagare sui familiari, dovrebbe rivolgere le sue attenzioni su Juan Carlos Morstadt Anwandter, proveniente da una famiglia di colonizzatori che arrivarono nel sud del Cile dalla Germania. Da quando la donna è desaparecida sono state solo poche decine le unità destinate alla sua ricerca, mentre ben 500 carabineros hanno partecipato all’arresto dei suoi familiari. Un aspetto paradossale nella vicenda della sua sparizione, soprattutto perché, fin dall’inizio, l’unica pista investigativa seguita dagli inquirenti è stata quella familiare, nonostante Julia Chuñil avesse dichiarato più volte “Se mi accade qualcosa sapete chi è stato”.

Rimane un caso irrisolto anche quello di Facundo Jones Huala, leader della Resistencia Ancestral Mapuche e prigioniero politico dal 2013 con l’accusa di aver appiccato un incendio. Anch’esso, condannato al carcere in Cile con accuse pretestuose, tra le quali il porto illegale di armi, ha sempre rivendicato come terre ancestrali della sua famiglia paterna degli appezzamenti che fanno parte delle proprietà di Benetton nella provincia di Chubut – Argentina, ed è costretto a rimanere in carcere, finora senza processo, ma, anzi, subisce una carcerazione preventiva ancora una volta assai oltre i termini previsti dall’attuale legislazione.

Nemmeno nell’ultimissimo scorcio di mandato l’attuale presidente Boric ha mai pronunciato alcuna parola sulle responsabilità delle lobby forestali e sulle mafie che si arricchiscono con il commercio di legname in territorio mapuche godendo della più completa impunità da parte di una giustizia che agisce solo a senso unico e indica nei mapuche stessi un nemico interno da debellare.

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