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fujimori

Nel Perù dove da decenni si alternano alla presidenza repressori sanguinari e corrotti della peggior specie, il patto tra fujimorismo e Pedro Pablo Kuczynski (Ppk) all’insegna del do ut des ha scatenato le proteste della popolazione. I peruviani si meritano di meglio, ma hanno dovuto ingoiare l’ennesimo affronto al loro paese. Kenji Fujimori, uno dei figli di Alberto “el Chino” Fujimori, e il suo gruppo di parlamentari hanno scelto di astenersi sull’impeachment al presidente Kuczynski, coinvolto nello scandalo per corruzione che vede come protagonista la multinazionale del settore edile Odebrecht e, puntuale, è arrivato in cambio il favore di Ppk: l’indulto per motivi di salute al dittatore condannato a 25 anni di carcere.

Il paese ha vissuto l’indulto a Fujimori come un affronto intollerabile. Non solo Fujimori è stato responsabile dei peggiori massacri che hanno caratterizzato la storia recente del Perù, non a caso si faceva chiamare “Chinochet” con macabro compiacimento, ma lo ha svenduto alle multinazionali. Manovrato dalla Cia, tra il 1990 e il 2000 Fujimori ha scelto di legarsi mani e piedi al Fondo monetario internazionale e, al tempo stesso, ha scatenato una violenta repressione contro i movimenti armati quali Sendero Luminoso e il Movimiento Revolucionario Tupac Amaru, culminata nell’assassinio ordinato alle teste di cuoio dei giovani guerriglieri guidati dal comandante “Evaristo”, Nestor Cerpa Cartolini, che aveva guidato la presa in ostaggio di centinaia di persone all’interno dell’ambasciata giapponese di Lima. L’accordo tra Ppk e il fujimorismo, presentato all’insegna delle ragioni umanitarie dovute alle gravi condizioni di salute di “el Chino”, attualmente ricoverato in ospedale, non può tuttavia far dimenticare quanto grande sia stato il danno arrecato dal presidente Fujimori al suo paese, governato sul modello della dittatura militare di Pinochet. Dopo aver saccheggiato il paese, prosciugato gli enti pubblici e sistemato i suoi figli alla guida di imprese minerarie, quando fu scoperto e denunciato, Fujimori fuggì dal Perù, annunciò che avrebbe rinunciato alla presidenza del paese via fax e si rifugiò in Giappone. La condanna a 25 anni giunse quando Fujimori pretese di tornare in Perù, si rifugiò in Cile, ma fu estradato.

Responsabile anche di aver dato impulso al programma di sterilizzazioni forzate, a cui furono sottoposte obbligatoriamente oltre 350mila donne e di una vera e propria guerra di sterminio nei confronti dei popoli indigeni, accusati di essere conniventi con la lotta armata, Fujimori è stato sempre ritenuto “il condannato più privilegiato del Perù”, poiché era recluso, se così si può dire, nel Centro Recreacional de la Policia Nacional, dove viveva in una residenza di 170 metri quadrati , con televisione, internet, telefono cellulare a disposizione e la possibilità di ricevere continuamente visite di parenti e amici. Al contrario, non solo i guerriglieri,ma anche sindacalisti, attivisti e militanti di sinistra sono stati condannati a pene tombali in istituti penitenziari inaccessibili sulle Ande in condizioni disumane. Inoltre, l’indulto concesso a Fujimori non rappresenta soltanto un episodio in più della corruzione dilagante nel paese, ma dà la sensazione che il fujimorismo sia ancora alla guida del Perù. La figlia di “el Chino”, Keiko Fujimori, ogni volta che si tengono le elezioni presidenziali, si candida per guidare quel paese che, nonostante per la metà consideri suo padre un assassino, continua a identificarsi in lui per quanto riguarda la media e l’alta borghesia, ancora attratta dalla logica, ormai stantia, della sua guerra dichiarata all’ideologia marxista.

Lo scambio di favori tra Ppk e il fujimorismo era ampiamente preventivabile: come se fosse nel mezzo di un mercato, Kuczynski ha venduto il suo rifiuto a concedere l’indulto a “el Chino”, ancora sbandierato durante tutta l’estate, per ottenere l’astensione sull’impeachment nei suoi confronti. Viene da chiedersi, una volta di più, quale sia la posizione di Washington e della poco credibile Organizzazione degli stati americani (Osa), assai solerte quando si tratta di attaccare il Venezuela, ma assai lenta nel pronunciarsi sull’evidente frode elettorale in Honduras o nel caso dell’indulto concesso ad un dittatore. In Perù, il caso di corruzione che ha coinvolto l’attuale presidente Kuczynski è solo l’ultimo di una serie di scandali con protagonisti gli ultimi capi di stato del paese. Il primo mandato di Alan García, ma anche Alejandro Toledo e Humala, tutti con vaghe tinte socialisteggianti, hanno terminato la loro ingloriosa carriera alla guida del Perù a destra. Fujimori, invece, per non sbagliare, non solo ha fatto della repressione la sua bandiera, ma ha continuato a farsi beffe di un intero paese millantando una grave  malattia che invece è stata smentita dal direttore generale per i Diritti umani presso il Ministero di Giustizia Roger Rodríguez Santander, il quale ha evidenziato come i “presunti mali” di Fujimori non solo non giustificano la concessione dell’indulto, ma sono analoghi a quelli di cui soffrono molti anziani in Perù.

Tra gli scenari possibili, nell’immediato, c’è anche quello della fine anticipata del mandato di Ppk, che nonostante la mano tesa momentaneamente dal fujimorismo, non è detto riesca ad arrivare in fondo alla presidenza. All’orizzonte, però, non si vede nessuno in grado di condurre il paese fuori dall’incubo, mentre nelle piazze è risuonato il grido già udito più volte in Argentina: “Que se vayan todos”.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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