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Honduras

Miriam Miranda: “Parlare di Berta vuol dire parlare delle lotte che ci aspettano”

L’eredità che ha lasciato al mondo
24 settembre 2018 - Giorgio Trucchi

Miriam Miranda (Foto G. Trucchi | Rel-UITA)

Il pensiero politico e l’eredità di Berta Cáceres sono stati gli argomenti al centro dell’incontro “No se agüiten, compas”, organizzato dalla RNDDHH1 e realizzato nell’ambito delle attività che hanno accompagnato l’inizio del processo contro gli imputati per l’omicidio della dirigente indigena lenca.

Miriam Miranda, coordinatrice di Ofraneh2, ha conversato con La Rel su questo momento così importante.

-In che contesto si svolge il processo?

-È un contesto ostile che rende complicata la ricerca della verità. Non dobbiamo dimenticare che subito dopo l’omicidio di Berta, lo Stato ha promosso una strategia per nascondere il vero motivo del crimine. Inoltre ha ordito una trama con l’evidente intenzione di distorcere la figura e il pensiero di Berta.

Non vogliono che si sappia che Berta è stata uccisa per il lavoro e le lotte portate avanti, insieme al Copinh3, per la difesa della terra e dei beni comuni, per i diritti dei popoli indigeni e contro il modello neoliberista, razzista e patriarcale che sviluppa progetti di morte.

Per questa ragione sul banco degli imputati non ci sono gli autori intellettuali del crimine, quelli che cioè hanno ordito e finanziato l’omicidio. Non hanno nemmeno accettato che il Copinh partecipasse come parte offesa, nè che i membri della famiglia Atala Zablah4 fossero citati come testimoni del processo.

Per questa ragione, il pubblico ministero si è rifiutato un’infinità di volte di mettere a disposizione delle parti tutte le informazioni e le prove raccolte.

Lo Stato è complice e non c’è volontà politica di arrivare alla verità. Non ha nemmeno avuto la decenza di chiudere una volta per tutte il progetto idroelettrico Agua Zarca, che è la causa del conflitto che ha portato all’omicidio di Berta.

-C’è un clima molto ostile nei confronti di chi difende la terra e i beni comuni.

-Esatto. E questo va oltre il caso di Berta. In Honduras esiste una chiara volontà di difendere a tutti i costi un modello che saccheggia e depreda. Chi si oppone lo fa a suo rischio e pericolo.

Ci stigmatizzano, ci criminalizzano, ci minacciano e ci assassinano. Dicono che siamo contro lo sviluppo, che siamo dei vandali, dei criminali, dei terroristi. E intanto infuria la repressione con nuove espropriazioni e lo sfollamento di intere comunità che lottano contro le miniere, i progetti energetici e l’espansione della palma africana.

L’Honduras è in vendita al miglior offerente e non c’è alcuna intenzione di riconoscere i diritti delle popolazioni indigene o il diritto a essere consultati e a decidere sul futuro dei nostri territori e dei beni comuni.

-Quando i media parlano di Berta dicono che era un’ambientalista.

-Mi sono sempre rifiutata di chiamarla ‘ambientalista’. Era molto di più. Il suo principale lascito è quello di aver contribuito a far si che in Honduras tutti si rendessero conto, non solo che le popolazioni indigene esistono, ma soprattutto che hanno diritti che devono essere rispettati.

Ma quando si sono accorti che non andavamo in città per chiedere cibo, bensí per rivendicare i nostri diritti, è cominciata la repressione.

Resistiamo e lottiamo da secoli per non scomparire. La nostra lotta è il mal di testa più grande per questa classe politica corrotta, per questa mafia economica che ha sequestrato il paese. Viviamo in uno Stato fallito, senza governabilità né istituzionalità, senza indipendenza dei poteri.

Quando riprenderà il processo per l’omicidio di Berta dovremo inasprire la campagna di solidarietà nazionale e internazionale con la famiglia e con il Copinh. Dobbiamo pretendere giustizia per le vittime e castigo per gli autori materiali e intellettuali. Non basta che paghino quelli che hanno sparato e organizzato la logistica dell’omicidio, vogliamo sul banco degli imputati quelli che hanno ordinato e finanziato l’attacco a Berta.

-Qual è la cosa più importante che ha lasciato Berta al mondo?

-Parlare di Berta è per me molto doloroso. Però mi dà forza vedere le sue figlie e il figlio, vederli crescere e vedere la forza che hanno. Non hanno potuto ucciderla veramente. La ‘semina’5 sta già dando i suoi primi frutti. Questa gioventù ribelle che cresce e che, grazie alla sua eredità, al suo lascito, diventa sempre più forte.

Parlare di Berta vuol dire parlare di quello che dobbiamo fare, delle lotte che verranno, di non piegare mai la testa, di continuare con le mobilitazioni, di cercare sempre nuove alleanze e collaborazioni, di chiamare le cose con il proprio nome.

-Ucciderla è stato uno sbaglio?

-Si sono sbagliati e non immaginavano che gli si sarebbe rivoltato tutto contro. Il volto di Berta, il suo pensiero, la sua lotta è in ogni angolo del pianeta. Al di là dell’esito del processo non potranno cancellare questa realtà. Si tratta di ciò che significa Berta per il paese e per i popoli del mondo. C’è molta gente che dai territori si ribella e alza la voce in nome di Berta Cáceres.

Dobbiamo continuare a rafforzare la sua eredità, la sua lotta, la sua presenza in ogni angolo dei territori, il suo esempio a non restare in silenzio, a non essere passivi, a non avere paura.

Continueremo ad alzare la voce e non ci potranno fermare mai.


Fonte in spagnolo: Rel-UITA

 


4 Una delle famiglie più influenti dell’Honduras, i cui membri controllano l’impresa Desarrollos Energéticos SA (DESA), considerata dal Copinh responsabile principale dell’omicidio di Berta Cáceres

5 La siembra è il concetto che la persona non è morta, ma che il suo corpo è stato seminato e darà frutti

Note:

Traduzione Gianpaolo Rocchi

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