Brasile: la diga di Itaipú e i diritti negati degli Ava Guaraní

La resistenza Ava Guaraní contro la diga di Itaipú risale almeno agli anni Settanta del secolo scorso, quando la dittatura militare che nel 1964 si era installata alla guida del paese decise di dare il via libera alla più grande centrale idroelettrica dell’America latina. Nonostante la promessa di cospicui indennizzi da parte di Brasilia, gli indigeni non solo vennero cacciati dalle proprie terre, ma furono perseguitati e, in certi casi, assassinati, per far spazio alla diga che sorse grazie al significativo sostegno di capitali stranieri. In pratica, gli Ava Guaraní furono espulsi dalle loro terre, peraltro finite per essere sommerse dall’acqua.
Da allora, gli indios iniziarono a lottare per vedersi riconosciuto il diritto alla terra, ma, nel 2016, un ulteriore ampliamento della diga provocò un nuovo “sfollamento silenzioso” fin quando la legge del Marco Temporal riconobbe e stabilì la demarcazione delle terre, ma riportandole ai territori abitati dalle comunità indigene in maniera continuativa e stabile prima del 1988, l’anno in cui entrò in vigore l’attuale Costituzione brasiliana. Tuttavia, nel 2023 la Corte Suprema del Brasile ha dichiarato l’incostituzionalità del Marco Temporal, affermando che i popoli indigeni avevano diritto a quelle terre, indipendentemente dalla data di occupazione, ma per gli Ava Guaraní è cambiato ben poco.
Stanchi di aspettare, nel 2024 gli Ava Guaraní decisero di rioccupare le loro terre ancestrali sfidando pistoleiros e latifondisti. Lo scorso febbraio, riporta Brasil de Fato, è stato sancito un accordo, ritenuto però insufficiente dagli indios, peraltro non consultati, tra il Ministero Pubblico Federale, l’ambigua Funai (Fundação Nacional do Índio), in teoria l’organo governativo che dovrebbe occuparsi di tutelare i diritti indigeni, ma in realtà assai balbettante e ondivago, e la Junta Directiva de Itaipú Binacional per la vendita di tremila ettari di terra al costo di 240 milioni di reais per la sussistenza di 31 comunità Guaraní.
La terra che sarebbe stata concessa ai Guaraní avrebbe rappresentato una striscia minuscola per costruire case e scuole, coltivare nuovi appezzamenti di terreno e soprattutto, alla già discutibile condizione di vendita di un territorio in realtà già di loro proprietà, si è aggiunta l’amara constatazione che non si trattava di terre demarcate e, di conseguenza, soggette a possibili, e probabili, nuove invasioni da parte di multinazionali, grileiros, garimpeiros e squadracce al servizio del grande latifondo.
Nonostante gli Ava Guaraní parlino di genocidio indigeno e precisino che la loro presenza nei territori ancestrali non risalga certo al 1988, ma a ben prima il governo Lula, almeno, finora, si è interessato assai poco alla vicenda, distratto anche dal caso del presunto spionaggio contro il Paraguay, proprio sulla centrale idroelettrica di Itaipú, da parte dell’intelligence brasiliana e della polizia federale.
Pare che dietro l’attività di spionaggio si celi il bolsonarismo. Il Messia Nero avrebbe ordinato una sorta di indagine per ottenere informazioni sulle tariffe che Asunción impone a Brasilia per la vendita dell’energia elettrica generata dalla centrale binazionale di Itaipú.
Secondo quanto riporta Folha da São Paulo, a fine marzo Lula ha deciso di convocare i capi dell’intelligence e della polizia federale dopo aver saputo di un’azione dell’Abin (Agência Brasileira de Inteligência) volta ad hackerare le massime autorità paraguayane in relazione ai pagamenti versati ad Asunción. In particolare, l’Abin avrebbe cercato di rendere difficile alla polizia federale l’accesso ai dati utili ad indagare sul presunto hackeraggio.
Il caso di spionaggio, scoppiato in questi mesi, ha contribuito ad abbassare ulteriormente l’attenzione sulla resistenza degli Ava Guaraní, che potrebbero essere definiti, loro malgrado, i “palestinesi del Brasile” perché cacciati dalle loro terre e sottoposti, tuttora, ad una costante persecuzione anche nel silenzio dell’attuale governo progressista brasiliano.
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