Rodrigo Paz impone il gasolinazo alla Bolivia

La Bolivia no se vende è stato lo slogan che ha caratterizzato una lunga mobilitazione contro una misura che ha provocato un aumento incontrollato del combustibile, da cui sono derivate delle inevitabili ripercussioni su tutti i servizi basici, nonché da una violentissima repressione governativa.
Si è presentato così, ai boliviani, Rodrigo Paz, fresco vincitore nelle presidenziali del 19 ottobre 2025, conscio di approfittare delle fratture, ancora non sanate, all’interno delle organizzazioni popolari e del Mas – Movimiento al Socialismo, a seguito della lotta fratricida tra Luis Arce, presidente uscente, ed Evo Morales culminata nel disastro del primo turno elettorale del 17 agosto scorso, dove né un candidato appartenente all’evismo né un esponente dell’arcismo sono riusciti a guadagnare il ballottaggio, raggiunto invece dalla destra radicale di Jorge Quiroga poi sconfitto da un’opzione conservatrice solo a parole, quella dello stesso Paz.
I blocchi stradali, la proclamazione di uno sciopero generale a tempo indefinito ed una marcia diretta verso Palacio Quemado, la residenza presidenziale di La Paz, a cui hanno partecipato la Cob, guidata dai minatori, campesinos e buona parte della società civile boliviana si sono rivelati determinanti, soprattutto nella seconda settimana di gennaio, per costringere il governo a garantire almeno il mantenimento del salario minimo a 3.300 bolivianos, ripristinare le sovvenzioni statali al combustibile e mantenere sussidi quali i bonus Juancito Pinto per gli scolari e Renta Dignidad per gli anziani.
Tuttavia, la partita tra sindacati e movimenti sociali da un lato e il presidente Rodrigo Paz è ben lontana dall’essere terminata. Il vicepresidente Edmond Lara, già da pochi giorni dopo l’insediamento in rotta con Paz, ha definito la mobilitazione popolare come una sorta di “avviso di sfratto” recapitato a quest’ultimo, invitandolo a governare nell’interesse di tutto il paese e non soltanto per favorire l’oligarchia del paese e compiacere gli Stati Uniti. Del resto, lo scopo di Rodrigo Paz è quello di svendere le risorse naturali della Bolivia alle multinazionali.
Ancora Lara ha definito Paz un dittatore, soprattutto in relazione al tentativo del presidente di spingere l’Assemblea legislativa a far approvare un progetto di legge anti blocchi stradali, una vera e propria persecuzione politica contro i dirigenti sindacali e i lottatori sociali.
In questo contesto si inserisce inoltre lo stratagemma di Paz, fondato sul dare l’impressione di tornare sui suoi passi per quanto riguarda l’eliminazione dei sussidi al combustibile salvo poi adoperarsi per eliminare le imposte che renderebbero difficile, per le transnazionali, acquisire le risorse naturali del paese. È stato sempre il vicepresidente Lara a rendere pubblico anche il tentativo di arresto di Evo Morales che getterebbe ancora più nel caos il paese.
Quanto al decreto 5503, questo il nome tecnico di quanto ratificato lo scorso 17 dicembre da Rodrigo Paz per eliminare i sussidi ai combustibili ed obbedire così ai diktat del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, sarebbe stato redatto da una delegazione del governo Usa di Trump e ratificato senza alcun dibattito pubblico.
Inizialmente il presidente aveva presentato il decreto come “una decisione storica per salvare la patria” definendolo “necessario” dopo il ventennio di “malgoverno” del Movimiento al Socialismo. Adesso, la parziale marcia indietro è stata effettuata solo per inserire, all’interno del decreto stesso, una serie di aggiustamenti strutturali tipici degli anni ‘80 e ‘90 del secolo scorso che hanno già messo in ginocchio il paese. Il blitz di Rodrigo Paz, volto a far pagare la crisi economica alla popolazione e anteporre gli interessi del mercato a quelli della protezione sociale, ha ricevuto immediatamente il plauso di Marco Rubio, ormai divenuto l’uomo designato da Trump per destabilizzare qualsiasi esperienza di resistenza in America latina e piegarla alla forza bruta del potente e, sempre più ingombrante, vicino.
Il cosiddetto Gasolinazo, imposto alla Bolivia dopo poco più di un mese dall’arrivo di Rodrigo Paz a Palacio Quemado, non solo ha provocato un aumento dei prezzi della benzina dell’86% e del gasolio del 160%, in precedenza sovvenzionati, rappresenta solo il primo passo verso la privatizzazione delle aziende statali e delle risorse naturali, e, al tempo stesso, intende anche aprire una strada per legalizzare il furto del litio e di altre risorse naturali.
La recente denuncia della Csutcb (Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia) sulla presenza di membri della Dea (l’agenzia anti-droga Usa) in Bolivia, di nuovo con la scusa della lotta al narcotraffico, rappresenta non solo una violazione della sovranità territoriale del paese, ma fa capire quanto sia complessa la sfida delle organizzazioni popolari latinoamericane, in questo caso boliviane, contro le mire espansionistiche e accaparratrici degli Stati Uniti e, più in generale, delle multinazionali.
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