Galtung per leggere il disegno reazionario che unisce Argentina e Italia

‘Schiavismo’, violenza strutturale e pace negata: da Buenos Aires all'Italia

L'approvazione della Ley de Modernización Laboral in Argentina, tra proteste represse e meccanismi che precarizzano il lavoro, riflette la violenza strutturale teorizzata da Galtung. Lo schema si replica in Italia con salari reali in calo cronico.
28 febbraio 2026
Jacopo Tallarico

Nella notte tra il 19 e il 20 febbraio 2026, mentre la Camera dei deputati argentina approvava con 135 voti favorevoli e 115 contrari la cosiddetta Ley de Modernización Laboral, fuori dal Congresso di Buenos Aires le forze di polizia caricavano i manifestanti con manganelli e proiettili di gomma. Almeno sette persone venivano fermate arbitrariamente, decine riportavano ferite. Era il quarto sciopero generale dall'insediamento di Javier Milei. Le compagnie aeree avevano già cancellato circa 400 voli. Karina Milei, sorella del presidente e sua principale consigliera, assisteva al voto da un palco del Parlamento. Il presidente era a Washington, impegnato in una riunione della "Junta de Paz" convocata da Donald Trump.

La legge — il cui iter non è ancora concluso, dovendosi ora tornare al Senato per la ratifica definitiva — riscrive strutturalmente la normativa sul lavoro argentina, ferma nella sua impostazione di base dal 1974. Dal testo, lungo 79 pagine e oltre 200 articoli, emergono alcune modifiche centrali. La jornada lavorativa quotidiana può arrivare fino a 12 ore attraverso un meccanismo di "banco de horas": le ore extra non vengono più pagate come tali ma accumulate e compensate con tempo libero in un momento successivo. Il risultato pratico, come segnalano gli specialisti del lavoro, è che lavorare più del limite standard non produce più reddito aggiuntivo: produce credito di tempo, che l'azienda gestisce. I salari possono essere pagati in pesos, in valuta estera o in parte in natura — beni e servizi come vitto e alloggio. La base di calcolo per le indennità di licenziamento esclude aguinaldo, ferie e premi, con un tetto massimo che non può superare tre volte la media salariale del contratto collettivo applicabile. I convenios colectivos aziendali prevalgono su quelli nazionali di categoria, aprendo la strada alla negoziazione al ribasso su base locale. La quota sindacale diventa volontaria e richiede autorizzazione esplicita del lavoratore. I servizi minimi durante gli scioperi salgono al 75% nei settori essenziali e al 50% in quelli "trascendentali".

Un deputato dell'opposizione ha definito la riforma «la regressione più brutale che la storia argentina ricordi sui diritti dei lavoratori». Un altro ha detto che «in nome della libertà stiamo tornando indietro di tre secoli». Un esponente del Frente de Izquierda l'ha chiamata direttamente «esclavista». Milei l'ha definita «un giorno storico». Il governo sostiene che la riforma ridurrà il lavoro informale, attestato al 43%. I sindacati della CGT replicano che precarizzare il lavoro formale non riduce quello informale: lo usa come leva per abbassare qualsiasi rivendicazione.

Questa legge non nasce nel vuoto. Dal dicembre 2023 le politiche di austerità di Milei hanno già fatto perdere quasi 300.000 posti di lavoro tra settore pubblico e privato. Tra novembre 2023 e settembre 2025 più di 20.000 imprese con dipendenti registrati hanno chiuso, a un ritmo di circa 30 al giorno. È in questo contesto che la "modernizzazione" arriva.Per leggere tutto questo senza ridurlo a cronaca, serve uno strumento teorico preciso. Johan Galtung, matematico e sociologo norvegese fondatore degli studi accademici per la pace, distingue tre forme di violenza. La violenza diretta è quella visibile: un corpo che colpisce un altro corpo. La violenza culturale è quella che legittima le altre: le ideologie e i sistemi simbolici che rendono accettabile ciò che non dovrebbe esserlo. In mezzo c'è la violenza strutturale: quella incorporata nelle istituzioni, nelle leggi, nei meccanismi economici. Non ha un colpevole identificabile, non lascia lividi, ma produce danni misurabili sulla vita delle persone. Come scrive Galtung stesso, la violenza strutturale si verifica quando le realizzazioni umane restano al di sotto di quelle potenziali — quando le persone muoiono prima di quanto dovrebbero, si ammalano più di quanto necessario, vivono meno liberamente di quanto potrebbero, non per cause naturali ma per come è organizzata la società. Johan Galtung

Da questa distinzione discende anche una ridefinizione radicale di "pace". Galtung distingue la pace negativa — assenza di violenza diretta, silenzio, disciplina, assenza di conflitto aperto — dalla pace positiva, intesa come piena realizzazione delle potenzialità umane, presenza di giustizia, equità nelle relazioni sociali. La pace positiva è «pace con diritti e con giustizia». Quella negativa è la pace che Milei cercava quella notte: l'approvazione di una legge con la gendarmeria in assetto antisommossa a fare da cornice.

Il caso argentino si legge perfettamente dentro questo triangolo. La violenza diretta sono i manganelli fuori dal Congresso. La violenza strutturale è la legge stessa, con i suoi meccanismi di riduzione del reddito, allungamento dell'orario senza compensazione monetaria, indebolimento della contrattazione collettiva. La violenza culturale è il vocabolario che la avvolge: "modernizzazione", "libertà", "flessibilità". Sono le parole che trasformano una regressione in progresso, la precarietà in virtù, la rassegnazione in realismo.

Questo triangolo non descrive solo Buenos Aires. Lo stesso schema vale in Italia, con forme diverse e velocità più lente, ma con la stessa direzione di marcia.

L'Italia è l'unico paese del G7 in cui i salari reali sono diminuiti negli ultimi trent'anni. Tra il 2021 e il 2025 il calo è stato del 7,5%, il peggiore tra i principali paesi OCSE. Lo stipendio medio netto si aggira sui 22.000 euro annui, contro i 31.000 della media OCSE. Secondo Eurostat, il 10,3% dei lavoratori italiani è classificato come "lavoratore povero" — una percentuale più che doppia rispetto alla Germania (3,7%). Oltre 6,2 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.000 euro al mese. In molte città affittare un appartamento assorbe oltre il 50% dello stipendio netto, con punte del 65% a Milano.

C'è un modo semplice per dare a questi numeri una dimensione storica che ognuno può verificare con la propria esperienza o quella dei propri genitori: nel 1962 un operaio con 50.000 lire al mese poteva acquistare un appartamento impegnando il 50% della propria retribuzione per 21 anni. Nel 2020, con una retribuzione media di 1.600 euro netti mensili, per lo stesso acquisto servivano 41 anni. Oggi a Milano per comprare casa servono 50 anni di stipendi risparmiati integralmente. Il modello del monoreddito familiare — quello in cui uno stipendio bastava per mantenere una famiglia, pagare un affitto o un mutuo, mandare i figli a scuola — è scomparso senza che nessuna politica pubblica lo sostituisse con qualcosa di equivalente.

Il paradosso più schiacciante lo restituisce il Rapporto ISTAT 2025: l'occupazione aumenta, ma la povertà non cala. Un lavoratore su cinque è a basso reddito. Tra i nuovi assunti la quota supera il 42%. Il rischio di povertà o esclusione sociale riguarda il 23,1% della popolazione — circa 13 milioni e mezzo di persone. Tra i minori la povertà assoluta colpisce il 13,8%: 1,283 milioni di bambini e ragazzi. 1,255 milioni di lavoratori percepiscono meno di 8,9 euro l'ora. Lavorare non basta più per non essere poveri.

A questi numeri si aggiunge una dimensione che riguarda direttamente il benessere delle persone che lavorano. Secondo il Report "State of the Global Workplace 2025" di Gallup, solo il 6% dei lavoratori italiani si sente coinvolto nel proprio lavoro, contro una media europea del 13% e globale del 21%: il dato più basso del continente. Il 49% dichiara stress quotidiano rilevante, il 21% tristezza ricorrente legata al lavoro. Il benessere lavorativo non è una categoria psicologica astratta: è la misura concreta di cosa rimane a una persona quando il lavoro prende tutto il tempo ma non restituisce nulla di sufficiente. Sul fronte della sicurezza fisica, i dati INAIL 2024 registrano 1.202 morti sul lavoro — più di tre ogni giorno dell'anno. Corpi che smettono di funzionare perché qualcuno ha valutato che il costo della sicurezza era troppo alto.

Nel 2001 la giornalista Barbara Ehrenreich pubblicò negli Stati Uniti Nickel and Dimed (in Italia: Una paga da fame, Feltrinelli 2004), documentando dall'interno la condizione dei working poor americani. La tesi del libro non era moralistica: era strutturale. I lavoratori poveri non erano poveri perché non si impegnavano. Erano poveri perché il sistema era progettato in modo che il loro lavoro rimanesse povero — e perché essere poveri costava, in modo invisibile ma sistematico, più che non esserlo. Chi non ha riserve deve accettare subito qualsiasi condizione venga offerta, senza poter aspettare né scegliere. Chi non ha una casa stabile paga affitti settimanali molto più alti di quelli mensili. Chi non può permettersi di ammalarsi lavora malato. La povertà è una trappola con un costo d'entrata altissimo, e quel costo lo paga chi ci è dentro — non chi l'ha costruita.

Questo meccanismo — scritto vent'anni fa per descrivere l'America di Clinton — si applica con precisione all'Italia di oggi. E la componente in natura del salario nella legge argentina non è solo una regressione simbolica: è l'istituzionalizzazione di quel meccanismo. Chi dipende dall'azienda anche per mangiare e dormire non ha la possibilità materiale di andarsene, perché andarsene significa non mangiare e non dormire. Non è una metafora: è la struttura concreta della dipendenza totale. È la violenza strutturale resa esplicita.

Quello che Milei fa con una legge, in Italia avviene per sedimentazione lenta: trent'anni di Jobs Act, legge Biagi, riforma Fornero, voucher, appalti e subappalti a cascata, contratti collettivi "pirata" — firmati da sigle sindacali minoritarie per abbassare i minimi contrattuali, pratica del tutto legale e largamente diffusa. L'Italia rimane uno dei pochi paesi dell'Unione Europea privo di un salario minimo legale. La proposta è ferma in Parlamento. Il governo Meloni l'ha bloccata nel 2023 rinviandola a una commissione. Nel frattempo il lavoro informale cresce, i contratti a termine proliferano, le partite IVA forzate sostituiscono il lavoro dipendente.

La differenza non è di sostanza: è di trasparenza. Milei lo mette in una legge. In Italia si preferisce lasciarlo nell'opacità dei contratti e dei subappalti. Il risultato, per chi lavora, è lo stesso. E la violenza strutturale funziona precisamente grazie a questa opacità: non si vede, non ha un nome, non ha un colpevole. Ha solo numeri — che abbiamo elencato, e che non si possono negare.

Occuparsi di pace significa allora necessariamente occuparsi di lavoro, di salari, di diritti. Non come tema "sociale" aggiuntivo, ma come contenuto essenziale della pace stessa. Una società in cui milioni di persone lavorano e rimangono povere, in cui tre lavoratori al giorno muoiono sul posto di lavoro, in cui il 6% delle persone si sente vivo in quello che fa per otto ore al giorno non è una società in pace. È una società in guerra — silenziosa, senza proiettili visibili, con un bilancio di vittime documentabile.

La risposta nonviolenta non è il silenzio: è la visibilità. Nominare la struttura. Mostrare il meccanismo. Rendere illeggibile l'invisibilità su cui si regge. Ehrenreich lo ha fatto con la penna. I lavoratori di Buenos Aires lo hanno fatto con i loro corpi in piazza la notte del 20 febbraio. Rendere questo visibile è il lavoro che resta da fare.

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