Ad un mese dalle presidenziali del 12 aprile José María Balcázar è il nuovo presidente ad interim

L’indecifrabile giostra peruviana

Dopo il breve intermezzo di José Jerí, costretto a lasciare per traffico di influenze, Balcázar farà da traghettatore a due esponenti di estrema destra quali Rafael López Aliaga e Keiko Fujimori, che si disputeranno il voto conservatore e probabilmente anche la guida del paese
9 marzo 2026
David Lifodi

L’indecifrabile giostra peruviana

Da poco più di due settimane José María Balcázar è il nuovo presidente del Perù, l’ottavo in dieci anni. Si tratta, tuttavia, di un incarico ad interim in attesa delle presidenziali del prossimo 12 aprile e il suo mandato si protrarrà solo fino al 28 luglio, quando entrerà in carica il nuovo eletto, a meno che la giostra peruviana non riservi ulteriori sorprese.

La parabola discendente di José Jerí, a sua volta alla guida del paese per soli 4 mesi, dallo scorso ottobre, era iniziata in piene festività natalizie: era infatti il 26 dicembre quando aveva incontrato in un ristorante di Lima l’imprenditore cinese Zhihua Yang. L’intenzione del presidente, destituito ad ampia maggioranza dal Parlamento per traffico di influenze, era quella di mantenere del tutto riservato l’appuntamento con l’imprenditore, ma pur essendo entrato nel locale con un cappuccio in testa allo scopo di non essere riconosciuto, era stato tradito dalle telecamere.

Da allora, dopo vari tentativi di negare quell’incontro, per Jerí è stato un calvario, fin quando non ha potuto far a meno di rinunciare alla presidenza del paese, non prima di essersi dedicato, nel brevissimo lasso di tempo in cui è rimasto in carica, a reprimere le proteste di piazza, svendere alla Cina la sovranità territoriale e regalare le risorse naturali alle imprese cinesi. In più, Jerí aveva autorizzato in quasi tutto lo stato esercitazioni congiunte tra militari Usa e statunitensi fino al 31 dicembre 2026. La parabola di Jerí non è stata troppo diversa da quella di Dina Boluarte, a sua volta destituita per incapacità morale permanente e subentrata alla guida del paese al posto di Pedro Castillo, di Perú Libre, lo stesso partito di Balcázar, ma solo nominalmente di “sinistra” e al quale il presidente ad interim ha promesso di concedere l’indulto.

In realtà José María Balcázar non è altro che l’espressione dello stesso “patto mafioso” che prima ha permesso a Dina Boluarte di governare il paese e poi a Jerí di proseguire nella distruzione del Perù con il sostegno di un’oligarchia conservatrice e di forze parastatali assai felici di poter sguazzare nella corruzione nella più totale impunità. Il suo incarico sarà breve, ma il curriculum che può “vantare” non promette nulla di buono. Denunciato per un presunto casi di violenza sessuale nel 2024, poi archiviata per mancanza di prove, Balcázar rimane comunque un personaggio assai chiacchierato, ma utile al campo conservatore affinché mantenga lo status quo all’insegna del capitalismo neoliberista e ad aprire la strada a due opzioni di estrema destra, una non meno inquietante dell’altra.

Già prima che lo scandalo in cui era coinvolto José Jerí finisse per affossarlo definitivamente, i sondaggi indicavano che, per le presidenziali del prossimo 12 aprile, la disputa sarebbe stata tra Rafael López Aliaga e Keiko Fujimori. Ancor di più questa tendenza sembra essere confermata oggi in una situazione in cui, a differenza dei passi indietro di Pedro Pablo Kuczynski (2018), Manuel Merino (2020) e Dina Boluarte (2025), tutti provocati anche da imponenti mobilitazioni sociali, il passo indietro a cui è stato obbligato Jerí è avvenuto nella più totale indifferenza di una popolazione stremata da governi di stampo più autoritario che democratico. In Perù la forza delle lobby politico-economiche ha la possibilità di adottare, e successivamente abbandonare al proprio destino, presidenti non più funzionali per i loro scopi. L’ottantatreenne José María Balcázar è stato scelto proprio per amministrare il paese in vista dell’arrivo di un uomo o donna forti, l’ex sindaco di Lima Rafael López Aliaga o Keiko Fujimori, ormai disposta a tutto pur di ripercorrere la traiettoria del padre, peraltro rivelatasi nefasta per tutto il paese.

In questo contesto Jerí è stata la personalità perfetta da utilizzare e poi scaricare da entrambe le destre. Il fujimorismo se ne è servito, finché non è divenuto indifendibile, per non perdere la sua posizione di influenza all’interno del cosiddetto patto mafioso, mentre Aliaga lo ha abbandonato al suo destino nel momento in cui si è presentata l’occasione per cavalcare la battaglia contro la corruzione.

Dalla crisi dei partiti peruviani potrebbe trarre vantaggio, per il campo progressista, l’ex rettore universitario Alfonso López Chau, ma i sondaggi lo collocano, nel migliore dei casi al terzo posto. A poco più di un mese dalle presidenziali, il futuro politico del Perù continua a rimanere assai incerto, per non dire indecifrabile, e le probabilità di un cambiamento radicale del sistema sembrano prossime allo zero.

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