Il paese rischia di trasformarsi in uno stato di polizia

El Salvador prigioniero del bukelismo

Le politiche per la sicurezza di Nayib Bukele rappresentano un perfetto specchietto per le allodole allo scopo di erodere progressivamente i diritti civili e politici
18 ottobre 2026
David Lifodi

El Salvador prigioniero del bukelismo

Pochi mesi fa, in El Salvador, sono stati resi noti i candidati che parteciperanno alle presidenziali in programma nel febbraio 2027 con un esito probabilmente già scritto.

A sfidare Nayib Bukele, con poche possibilità di detronizzarlo, saranno il sindacalista Rafael Aguirre, per la ex guerriglia del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (Fmln), e Mayteé Iraheta, ex deputata di Alianza Republicana Nacionalista (Arena, ultradestra).

Tuttavia, scalzare Bukele dalla presidenza sembra un compito quasi impossibile. L’attuale presidente gode dell’80% di gradimento, ha prosciugato il serbatoio di voti dell’estrema destra di Arena, che aveva instaurato la dittatura nel paese dal 1980 al 1992 e, spacciandosi come cool e di sinistra (è stato sindaco di Nuevo Cuscatlán dal 2012 al 2017 per l’Fmln), nel 2019 ha conquistato il potere distruggendo il bipartitismo Arena-Fml con la formazione politica Nuevas Ideas. In caso di rielezione, grazie al sostegno di cui godono le sue politiche di carcerazione preventiva e repressione, Bukele punta ad una riforma costituzionale che gli permetta di perpetrarsi al potere a tempo indefinito.

La proclamazione di uno stato d’assedio permanente, sostenuto dalla promessa della “sicurezza assoluta” tramite l’utilizzo della mano dura, caratterizzata dall’ossessione per i mega-penitenziari, gli arresti arbitrari e la sospensione delle garanzie costituzionali, lo hanno incoronato come l’uomo in grado di aver risolto definitivamente il problema della delinquenza e della criminalità organizzata, dilaganti, almeno fino a prima del suo arrivo, secondo la propaganda filogovernativa, nel più piccolo paese del Centroamerica.

Dall’Ecuador di Daniel Noboa all’Honduras di Nasry Asfura, fino al programma elettorale bolsonarista significativamente denominato Brasil sin miedo, l’Internazionale nera che cerca di impadronirsi della regione centro e latinoamericana si è sperticata in elogi del bukelismo poiché le politiche per la sicurezza rappresentano un perfetto specchietto per le allodole allo scopo di erodere progressivamente i diritti civili e politici.

Il famigerato Centro de Confinamiento del Terrorismo (Cecot) salvadoregno rappresenta l’ultima frontiera per trasformare arresti e sequestri in una pratica quotidiana che spesso coinvolge persone in gran parte innocenti. E così, mentre Bukele fa propaganda sostenendo che i crimini delle maras sono stati drasticamente ridotti, le organizzazioni criminali che mantengono legami con i cartelli colombiani o messicani continuano a fare affari d’oro. Non solo. Gli arresti indiscriminati del bukelismo hanno fatto proseliti anche in Europa, basti pensare agli elogi verso il presidente salvadoregno da parte dell’estrema destra francese di Rassemblement National.

Del resto, il modello repressivo del bukelismo, fatto di una libertà di espressione e opinione fortemente ridotta, ma astutamente dissimulata, per ora è apprezzato, per quanto possa sembrare paradossale, in un paese che, prima, ha vissuto dodici anni di guerra civile nel solco della dittatura arenera a cui si contrapponeva la guerriglia efemelista e, successivamente, la violenza e il potere dilagante delle maras.

La pace fondata su una politica del terrore, sulla legalizzazione delle violenze poliziesche e sulla censura quotidiana a cui finisce per auto-sottoporsi la stampa (ad eccezione di alcune testate di inchiesta non allineate quali El Faro, che coraggiosamente portano avanti il loro lavoro) è servita per fare carta straccia dello stato di diritto e istituzionalizzare la violenza di stato.

Il 36% dei detenuti negli ultimi quattro anni non apparteneva a nessuna organizzazione criminale e questo fa capire facilmente il motivo per cui il tema della sicurezza rappresenti ormai il cavallo di Troia per imporre un asfissiante controllo sociale.

Oggi Bukele ha appaltato il Cecot a Trump come luogo dove deportare i migranti latinoamericani cacciati dagli Usa e ha negoziato con le maras per nascondere i loro crimini ed evitare a gran parte degli affiliati l’estradizione negli Stati Uniti.

Contemporaneamente, i giornalisti sgraditi al bukelismo sono stati costretti a cercare riparo in esilio, inseguiti da insulti quali “alleati delle maras”, spazzatura” e “soggetti degni del nostro odio”. È per questo che guardano a Bukele, esprimendo tutto il loro sostegno e compiacimento, il boliviano Rodrigo Paz, il colombiano Abelardo de la Espriella, la peruviana Keiko Fujimori e ancora l’argentino Javier Milei e il paraguayano Santiago Peña.

C’è da scommettere che, in vista delle elezioni del prossimo febbraio, l’Internazionale nera latinoamericana si mobiliterà nel tentativo di far rieleggere Bukele alla guida del paese per mantenere un fedele alleato nella regione.

Il giornalista salvadoregno Óscar Martínez, caporedattore di El Faro che ha fatto luce sulle parti più oscure dello stato di emergenza imposto da Nayib Bukele e che, dall’esilio in Messico, ha pubblicato il volume Bukele, el rey desnudo (Anagrama, 2026), avvisa: «Se volete quello che chiamano “modello Bukele”, dovete accettare che il giorno in cui si porteranno via i vostri figli, che sono innocenti, voi non vi lamentiate», certificando apertamente che quello bukelista è uno stato di polizia.

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