Pugno duro e completa genuflessione agli Usa caratterizzano gran parte dei governi della regione

Centroamerica: autoritarismo e repressione

Le elezioni presidenziali che, il 1° febbraio hanno incoronato Laura Fernández, trumpiana di ferro, presidente del Costarica, hanno contribuito a far slittare ancora più a destra l’America centrale.
23 febbraio 2026
David Lifodi

Centroamerica: autoritarismo e repressione

Lo scorso 1 febbraio Laura Fernández è divenuta la nuova presidenta del Costarica. Le elezioni che hanno consacrato l’esponente del Partido Pueblo Soberano, di estrema destra, rappresentano una svolta in peggio non solo per il piccolo paese centroamericano, ma si inseriscono in un pericoloso slittamento verso l’autoritarismo già in essere, di tutta la regione.

Trentanovenne, più giovane solo di pochi anni del suo omologo salvadoregno Nayib Bukele, la politologa Laura Fernández sembra intenzionata a seguirne le orme e questo rappresenta un aspetto assai preoccupante poiché, dal 2022, nel pulgarcito dell’America centrale, le politiche repressive del cosiddetto presidente millennnial hanno provocato quasi 90.000 arresti, molti dei quali arbitrari. Probabilmente la spirale di violenza si è in parte arrestata, ma sono in molti, tra gli attivisti per i diritti umani, a denunciare detenzioni ingiustificate e casi di torture.

Sebbene Laura Fernández abbia promesso di governare all’insegna del dialogo, tra i punti principali del suo mandato vi sono la riforma del potere giudiziario e della Costituzione (quella adottata dopo la guerra civile del 1948 prevedeva l’abolizione dell’esercito). Anche questo aspetto suscita forti preoccupazioni perché in un altro paese centroamericano, il Guatemala, unico stato ad avere attualmente un governo “rosa”, quello del socialdemocratico Bernardo Arévalo, dallo scorso autunno la magistratura è alla ricerca di un pretesto affinché si creino le condizioni per un golpe elettorale. Non si contano più, fin dalla campagna elettorale che ha condotto alle presidenziali del 2023, i tentativi del giudice Fredy Orellana e della procuratrice generale Consuelo Porras per mettere fuori gioco il Movimiento Semilla, partito che ha sostenuto Arévalo, il quale ha denunciato la presenza di un vero e proprio “sicariato giudiziario” allo scopo di annullare la sua vittoria.

Non va meglio a Panama, paese in cui, dopo la repressione della scorsa estate contro una massiccia protesta popolare a difesa del sistema previdenziale e pensionistico, solo per rimanere a quest’ultimo mese, il presidente José Raúl Mulino ha autorizzato l’ennesima invasione di militari Usa nel proprio paese, stavolta per tenere sotto controllo il Darién, zona di passaggio dei migranti, e in Honduras, dove le presidenziali del 30 novembre 2025 hanno certificato la frode elettorale da cui è scaturita la vittoria del candidato della destra trumpiana Nasry Asfura.

Proprio al pari di Asfura, anche la costaricense Laura Fernández è una candidata imposta da Trump e, come lui (che peraltro ha vinto con brogli acclarati) rappresenta un’opzione radicale scelta da oltre il 48% degli elettori rispetto al 33% dello sfidante socialdemocratico Álvaro Ramos, sebbene l’economista Rodrigo Chaves, presidente uscente, fosse anch’esso conservatore, ma non così vicino all’attuale indirizzo politico della Casa Bianca. Anche in Honduras la destra liberale, incarnata da Salvador Nasralla, è stata messa da parte per favorire l’estrema destra, in questo caso grazie alle esplicite ingerenze di Washington.

Stato d’assedio, pugno duro e completa genuflessione all’invadente vicino nordamericano caratterizzano gran parte dei governi dell’America centrale.

A fine gennaio, in El Salvador, una partecipata manifestazione promossa dal Bloque de Resistencia y Rebeldía Popular e dal Movimiento de Víctimas del Régimen è tornata a denunciare l’incostituzionalità dello stato d’assedio imposto dal bukelismo, la persecuzione contro sindacalisti, ambientalisti e attivisti per i diritti umani e chiesto verità e giustizia per le quasi cinquecento persone decedute dopo una ingiusta detenzione, come ha ricordato la ong Socorro Jurídico,

Centroamerica: autoritarismo e repressione

In Guatemala, Arévalo, costretto a guardarsi dalla procuratrice generale Consuelo Porras, già sanzionata da Stati Uniti e Unione Europea per condotta antidemocratica e corruzione, e da una destra ultraconservatrice che, insieme a parte della magistratura, lo identifica come un pericoloso rivoluzionario, piuttosto che come un riformista quale realmente è, ha finito per proclamare lo stato d’assedio, vittima di una destabilizzazione organizzata ad arte.

Le rivolte scoppiate fin dalla terza settimana di gennaio in molte carceri del paese promosse dalle pandillas sono state immediatamente utilizzate dalle destre per delegittimare il presidente guatemalteco. In Guatemala gli istituti penitenziari rappresentano i luoghi da cui settori deviati e corrotti dello stato ordinano crimini, scatenano guerre per il controllo del territorio e si configurano come spazi grigi tra criminalità e istituzioni.

In questo contesto, le fiamme appiccate in molte prigioni, la cattura di ostaggi e l’utilizzo, esibito, di una forma di violenza quasi bestiale, ha un unico scopo, quello di inviare un messaggio chiaro ad un governo riformista, e cioè che la governabilità del paese può essere messa sotto scacco in qualsiasi momento.

Si tratta di un avvertimento preciso: se il paese non è più governabile occorre il pugno duro, e in questo contesto, riprendono campo forze reazionarie funzionali al sistema che, prima di Arévalo, hanno sempre prosperato in Guatemala, fatto di politiche escludenti, se non per una ristretta oligarchia che impone la narrativa dell’autoritarismo e la necessità della repressione per riportare la pace sociale in un paese sfregiato da un conflitto armato protrattosi dal 1960 al 1996.

L’impunità di uno Stato che finisce sempre per essere proprietà private di elites, potentati economici apertamente fascisti e lobby corrotte è il destino che attende l’Honduras dopo la parentesi progressista della presidenta uscente Xiomara Castro. Lo scorso 27 gennaio Nasry Asfura, un pagliaccio gestito a piacimento da Trump, insieme al ritorno in patria dell’ex presidente Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni di carcere per narcotraffico proprio negli Usa, ma fresco di indulto concesso dall’inquilino della Casa Bianca proprio mentre a Tegucigalpa si interrompeva lo scrutinio elettorale e si gettavano le basi per la frode elettorale, è stato fortemente contestato durante la cerimonia per il suo insediamento ufficiale alla guida del paese.

Gli uomini di Asfura provengono, in gran parte dall’amministrazione di Juan Orlando Hernández, la cui figura continua ad essere ritenuta imprescindibile all’interno del Partido Nacional. Quanto ad Asfura, è percepito come uno yes man dello stesso ex presidente condannato per narcotraffico proprio dalla giustizia statunitense. Inoltre, Asfura rappresenta una sicurezza per le destre, sia nordamericana sia latinoamericana, perché, attualmente, è un bastione contro i (pochi) governi rimasti che non sono allineati a Washington, svende le risorse naturali tramite un impulso sempre maggiore alle Zedes (le Zonas Especiales de Desarrollo Económico, conosciute più familiarmente sotto il nome di città modello, rappresentano una delle peggiori eredità lasciate in Honduras dal colpo di stato del 28 giugno 2009 che rovesciò Manuel Zelaya per favorire, come al solito, le imprese straniere) e all’estrattivismo minerario, punta alla privatizzazione della sanità finora pubblica, ad attaccare i dipendenti pubblici sul modello di quanto ha già fatto Milei in Argentina e a mettere in discussione l’attuale modello economico tramite la nomina del nuovo presidente della Banca Centrale, Roberto Lagos, assai critico nei confronti della presidenza di Xiomara Castro.

Se l’America latina è da sempre considerata dagli Usa come il proprio cortile di casa, il Centroamerica attualmente rischia di divenire la cinquantaduesima stella (dopo Portorico, dove l’isola centrale di Vieques è stata sempre considerata da Washington come un avamposto militare per sorvegliare i Caraibi), sulla bandiera statunitense.

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