Intervista al presidente Hugo Chavez

Venezuela: 'Vincero', ma se perdo mi dimetto e mi ripresento'

Mancano 36 giorni a quando il Venezuela decidera' con una consultazione popolare, inedita nel mondo , la continuita' del governo del presidente Chavez
14 luglio 2004
trad. Silvia Corbatto
Fonte: Clarin

Mancano 36 giorni al momento in cui il Venezuela decidera', mediante un referendum che si preannuncia spinoso come raramente nel mondo, la continuita' o meno del proprio presidente. E Hugo Rafael Chavez Frias, che questa settimana, a Puerto Iguazu' e a Buenos Aires, ha sfoggiato il suo armamentario di istrionismo e seduzione, confida nella capacita' del suo governo di conquistare la maggior parte dei voti a proprio favore. 'Non parliamo di cifre', ha dichiarato a Clarin in un'intervista. 'Ma quando l'opposizione dice di detenere gia' il 60% dei voti, sta barando e manipolando la relta'. Noi impediremo la frode, settore in cui sono esperti. Riferire le mie cifre significherebbe peccare di parzialita'. Ma attenzione: in base ai sondaggi di consulenti che lavorano in privato per alcuni imprenditori siamo in vantaggio con il 54-56%, contro il 30% dell'opposizione. Orientativamente, questa e' la situazione.' - E se perdeste? - Vinciamo. Ma aspetteremo quel giorno, quando i voti siano stati conteggiati fino all'ultimo. Non mi fido troppo. E' meglio pensare che saremo sconfitti e lavorare sodo. - Signor presidente, approfittando del suo faccia a faccia, entrambe le parti parlano di trasparenza, della data di agosto, di cio' che accadrebbe se Lei perdesse... - Il referendum ha luogo il 15 di agosto. In questa regione non e' mai stato chiesto ad un popolo se desiderasse che il proprio presidente rimanesse in carica. Garantiamo la trasparenza e accetteremo il risultato. Il Capo di Stato ha ribadito che vincera', ma ha aggiunto che se perdesse 'me ne vado senza difficolta', e poi il mese seguente mi ripresento'. Ieri, a Caracas, Coordinada Democratica - all'opposizione - lo ha criticato, facendo presente che sarebbe 'l'unica persona al mondo che, dopo essere stato sconfitta, pretende di ricandidarsi'. La possibilita' di sottoporre a plebiscito l'operato di tutti i funzionari e' nata dalla riforma costituzionale di Chavez. 'L'opposizione - ha detto il capo della 'Revolucion Bolivariana' - non ha un candidato ne' un progetto. Il popolo venezuelano ha resistito in questi anni a colpi di Stato (quello fallito dell'aprile del 2002, guidato da imprenditori), cospirazioni, soprusi imperialistici, sabotaggi economici (la serrata della compagnia petrolifera statale, PDVSA) e la dittatura mediatica di cui parla Ignacio Ramonet (direttore di Le Monde Diplomatique). E tuttavia eccoci ancora qui, guadagnando terreno fino ad agosto grazie all'esito che iniziano ad ottenere i nostri programmi sociali.' - Nel suo paese, ricco a causa dell'enorme rendita dell'industria petrolifera, non e' diminuito il livello di poverta' durante il suo governo e inoltre esso e' fratturato politicamente. Perche'? - E' da molto tempo che il mio paese e' diviso, con una minoranza che vive in estrema ricchezza e una maggioranza di poveri. E' una divisione pericolosa, esplosiva. Superare questa realta' vecchia di decenni comporta un processo. Finora abbiamo alfabetizzato 1,2 milioni di persone e l'educazione e' fondamentale per evitare l'esclusione sociale. Esiste un piano della sanita' che si rivolge a 17 milioni di venezuelani. Assegnamo terre, crediti, creiamo cooperative. Ci dirigiamo verso una societa' di persone ben inserite, contrastando l'esclusione neoliberale ed il capitalismo selvaggio. L'intervista a Chavez si interrompe ad ogni domanda. La gente nello studio di Canal 7, dove si e' svolto questo dialogo, vuole che firmi loro autografi su foto, libri e copie della Costituzione boliviana che gli stessi collaboratori del Presidente portano con se'. Ed egli non si sottrae - al contrario, e' la caratteristica principale del suo stile - al contatto personale. Nel 2002 e nel 2003 l'economia venezuelana si e' ridotta quasi del 20%. Ma nel 2004, un rialzo violento provocato dai prezzi del petrolio ha aiutato il governo a raccogliere i frutti di questa ripresa e dei progetti sociali. 'Stiamo guadagnando peso in fasce della classe media che non ci appoggiavano', ha detto Chavez. - Che valore storico da' all'ingresso del suo paese nel Mercosur (Mercado Comun del sur), annunciato giovedi'? - E' stato un giorno meraviglioso. La nostra direzione e' il sud. Quei segnali di unita' e liberazione di Bolivar, San Martino, Guevara, Peron, si stanno avvicinando piu' alla realta' che all'utopia. Sta arrivando il gran giorno annunciato da Bolivar e siamo di fronte a un cambiamento profondo nell'America Latina. - I leader attuali sono all'altezza di questi ideali? - Non ci sono uomini provvidenziali, sono i popoli che fanno la storia. Certamente, Karl Marx aggiungeva che in alcuni momenti mancano delle guide che catalizzino. Se Bolivar fosse nato un secolo prima non ci sarebbero state le condizioni per la sua leadership. Nascendo oggi, il Che non sarebbe il guerrigliero che e' stato. - Ma come tradurre degli accordi come quelli con il Mercosur in qualcosa di concreto per i popoli della regione? - Questa e' la grande sfida. Ma ascolti, Nestor (Kirchner) mi invita al cantiere navale di Rio Santiago e annunciamo un accordo che ci consentirebbe eventualmente di costruire qui, non in Corea ne' negli Stati Uniti ne' in Europa, delle navi cisterne per il nostro petrolio. Lo stesso avverrebbe creando Petrosur tra le nostre compagnie petrolifere, o firmando un contratto tra i nostri canali statali sottratti all'orgia delle privatizzazioni, per realizzare dei programmi insieme e mirare ad una grande catena di televisioni per tutto il sud, cosi' da non guardare quello che ci viene passato dalle catene del nord. Questa e' un'integrazione sociale e del lavoro, non e' lo schema neoliberale. E i popoli, invece di essere isolati e ignorati, iniziano ad innamorarsi, come succede tra i cubani ed i venezuelani, che si adorano e migliaia di persone vanno e vengono, come i medici cubani che lavorano nel mio paese. - Modificherebbe qualcosa un cambio presidenziale negli Stati Uniti? - Preferisco concentrarmi su quello che succede quaggiu'. Quelli ignorano l'America Latina, agiscono in modo inadeguato e provocano molti danni. Sarebbe bello se, stimolata dalle crisi mondiali e dal tremendo sopruso ai danni del popolo iracheno, nascesse nella societa' degli Stati Uniti una sensibilita' che porti al bene dell'America Latina e del mondo. Ascolti, c'e' qualcosa di piu' pericoloso di un impero cieco, goffo come una scimmia con un coltello?

Note: articolo originale: http://old.clarin.com/diario/2004/07/10/elmundo/i-02815.htm traduzione di Silvia Corbatto a cura dell'associazione Peacelink

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