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Quel pomeriggio di nove anni fa

5 aprile 2018 - Beatrice Ruscio

Il pomeriggio del 5 aprile di 9 anni fa lo trascorsi a L’Aquila, insieme a mia sorella e ad alcuni amici. Un pomeriggio e una serata divertenti, sereni, spensierati. Mai avrei immaginato cosa sarebbe accaduto, di lì a poche ore. Alle 3.32 del mattino del 6 aprile, i 50 chilometri che ci separano da L’Aquila furono di colpo annientati, polverizzati dalla forza della natura. Qualcosa di molto potente si era risvegliato sotto di noi e gridava, scuoteva la terra violentemente, la agitava, apriva voragini, risucchiando al suo interno case, persone, vite. Secondi interminabili di puro terrore, durante i quali manca la lucidità di fare qualsiasi cosa. Si cercano solo le persone care e ci si stringe, ci si aggrappa l’un l’altro, in un disperato abbraccio.

Ricordo il freddo pungente della notte, i miei animali terrorizzati e le linee telefoniche isolate. Da qualche parte, non troppo lontano da noi era successo qualcosa di terribile. La conferma ce la diedero i telegiornali dopo qualche ora, mostrando il disastro de L’Aquila e restituendo al mondo l’immagine di una città spettrale, avvolta nel fumo, nel dolore, nel silenzio dopo quei boati assordanti. Il terremoto quella notte spense i sogni e le vite di 308 persone, si portò via uomini, donne e bambini, e lasciò in eredità una città mutilata, che mai sarebbe tornata come un tempo. La città delle 99 chiese, 99 piazze, 99 castelli, 99 fontane, la città dei 99 rintocchi della campana del Duomo, non esisteva più...o almeno non come la ricordavamo noi. E così, dopo la tragedia che colpì la mia Avezzano, nel freddo mattino del 13 gennaio 1915, quando perirono, per colpa del terremoto quasi 30.000 persone e scomparve, di colpo, tutto il nostro patrimonio artistico e storico, nuovamente l’incubo della terra che trema era tornato a farci visita.

Nel 1915 non c’era internet, nè facebook, per ricordare con commosso cordoglio i volti e le storie di quella gente sfortunata, nessuna candela virtuale per illuminare il loro cammino. Ma oggi, come allora, il ricordo di chi non c’è più continua a vivere nei cuori di chi li ha amati, così come l’immagine della nostra terra ferita, ma mai sconfitta, continua a vivere nei nostri occhi. Abruzzo forte e gentile, popolo di gente semplice e dal cuore grande. Gente che non si è mai piegata e che, da sempre, continua a lottare.

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