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Permanente o Temporaneo? Ovvero “Centri” o vergognosi “luoghi di detenzione”?

CPT acronimo di Centro Permanente Temporaneo.

9 aprile 2006 - Nadia Redoglia

“[Il progetto di far divenire un CPT, la caserma in disuso “Ugo Polonio”, situata lungo la statale 305, in località Gradisca d’Isonzo, nasce negli anni del governo del centro sinistra. Numerosi sono i fattori che intervengono a rallentarlo, dalle spese necessarie per una radicale ristrutturazione degli edifici, sparsi in un area di circa 6.000 metri quadrati, alla contrarietà delle forze sociali, e di movimento del territorio isontino e, di fatto, dall’intera comunità, ai pareri contrari delle stesse amministrazioni locali nelle diverse istanze (Comune, Provincia, Regione). Il progetto però va avanti nonostante gli ostacoli e nonostante nel frattempo le stesse esigenze dichiarate di controllo alla frontiera siano venute meno con l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea. Non esiste più un flusso consistente di ingressi “irregolari” nel territorio, ma la macchina è già in funzione. Vengono spesi, a quanto è dato sapere circa 17 milioni di euro per la ristrutturazione dei locali che somigliano sempre più ad un ibrido fra il carcere di massima sicurezza, e la struttura manicomiale.
Il centro è in grado di trattenere 250 persone, in maggioranza uomini – ma ci sono anche due stanze in grado di tenere nuclei familiari, quindi bambini – in prossimità dell’ingresso ci sono gli uffici per i colloqui con parenti e legali, poi gli edifici utilizzati per ospitare il personale di sorveglianza e quello dell’ente gestore, quindi lunghi corridoi con grate alte e strettissime, divisi in nuclei da sei posti con un piccolo cortile interno, una saletta d’ingresso e la stanza per dormire. Ogni oggetto è inchiodato al suolo – letto, sedie, panche, tavoli e comodini – una luce al neon illumina l’intera stanza, le pareti interne sono bianche, tutto è gelido e impersonale. Un'unica centralina controlla ciò che avviene in ogni stanza, da tale centrale si decide quando spegnere luci e televisioni.
In risposta alle dichiarazioni di sconcerto rilasciate dai parlamentari che si sono recati al centro, il presidente della cooperativa ha risposto facendo verniciare con i colori dell’arcobaleno alcune pareti.
Dopo alterne vicende di cui si sta tra l’altro occupando il TAR del Friuli, la gestione della struttura è stata appaltata alla cooperativa La Minerva, presieduta dal dott. Ruchini, una cooperativa specializzata in servizi di pulizie e di assistenza alla persona che in pochi anni è divenuta una delle più floride attività imprenditoriali del territorio: appalti, assunzioni, premi di “eticità”. Un esempio insomma che ha portato la stessa cooperativa, nata come confederata all’AGCI (Associazione Generale delle Cooperative Italiane) ad iscriversi 7 mesi or sono alla Lega delle Cooperative.
La Minerva ha partecipato al bando di concorso a cui hanno partecipato alte cooperative della Legacoop e la cooperativa Aurora, legata alla “Croce Verde”.
Per ragioni ancora da appurare, ad ottobre la Minerva ha vinto l’appalto, nonostante l’offerta presentata (75 euro giornaliere per migrante) sia più del doppio dell’offerta fatta dall’ “Aurora” (35 euro) e nonostante il punteggio complessivo di valutazione, che comprende costi e servizi offerti, sia di 61 punti per l’Aurora e di soli 37 per la Minerva. La gestione del CPT a regime verrebbe così a costare all’erario circa 5.5 milioni di euro annui, escluse le spese di sorveglianza.
Su tutto questo si dovrà pronunciare a giugno il TAR.
Nel frattempo venivano ultimati i lavori per accelerare l’apertura del centro. Scelta elettorale? Da più parti e in maniera ragionevole, anche dai sindacati di polizia, era pervenuta una richiesta di moratoria demandando al prossimo governo le decisioni in merito.
Non c’è stato nulla da fare: il ministero dell’Interno ha ottenuto che il centro aprisse in un momento di vuoto parlamentare, e operando nella più totale discrezionalità. Questo è avvenuto ufficialmente il 4 marzo con l’ingresso dei primi trattenuti, neanche all’inizio si è rispettata la richiesta di utilizzare il CPT solo per coloro che venivano intercettati nel territorio regionale: il primo migrante rinchiuso in una struttura che è difficile non definire vero e proprio campo di concentramento, veniva infatti arrestato a Parma.
Si susseguono le iniziative politiche e di movimento contro la presenza di questa vergogna inaccettabile per una terra già martoriata dalla logica “concentrazionista” : manifestazioni, visite di parlamentari, tentativi di far conoscere all’intera cittadinanza, la reale nocività democratica di cui il CPT è portatore. Una nocività che ha come si è detto contaminato anche realtà del terzo settore e del mondo cooperativo: lavoratori che dovrebbero rispondere ad un etica di solidarietà sono delegati a svolgere il ruolo di secondini, in un contesto pericoloso di militarizzazione del proprio operare. Il presidente della Minerva si ostina a assicurare che la sua cooperativa si occuperà della sola assistenza: delle due l’una, o non ha ancora capito in quale contesto andrà ad operare e quindi è inadatto o lo ha capito perfettamente ed è responsabile di aver trasformato radicalmente la ragione sociale della sua cooperativa e di aver tradito lo spirito con cui realtà simili dovrebbero contraddistinguersi.]”
Le barriere di Gradisca d'Isonzo

barriere di Gradisca d'Isonzo
Alla luce di quanto sopra riportato da Stefano Gallieni, dipartimento immigrazione PRC, supportato dai circa 300 che hanno partecipato alla manifestazione del 18 marzo scorso, ci pare il caso di entrare nel merito di cosa starebbe significando l’acronimo CPT. Tanto per cominciare ai giornalisti è stato vietato l’ingresso ai centri e le interviste agli ospiti. Del resto conosciamo l’escamotage cui è dovuto ricorrere il giornalista Fabrizio Gatti, per arrivare a tanto : è stato costretto a “spacciarsi” per extra comunitario per informare in cosa consiste la “sostanza” di questi centri. La sen. Tana de Zulueta è entrata più volte nel merito, ponendo severe interpellanze, praticamente ignorate.
I CPT si configurano come veri e propri non-luoghi giuridici, in quanto in essi vengono detenute persone per illeciti amministrativi (l’essere sprovviste di documenti regolari) e non per reati. Ciò nonostante tale illecito amministrativo viene di fatto punito con la detenzione, violando così le norme dettate dall’art. 13 della Costituzione che tutela il diritto fondamentale riconosciuto anche allo straniero “comunque presente sul territorio dello Stato” La Bossi-Fini introdusse la reclusione da sei mesi a un anno. Molti giudici sollevarono rilievi di incostituzionalità omologati con la sentenza della Corte n. 226/04. La risposta del Governo fu la legge 271/04 che innalzò il periodo di reclusione… da uno a cinque anni: la mancanza di documenti è reato e non più illecito amministrativo. Non per gli italiani, ovviamente. L’escamotage del legislatore per eludere il problema della detenzione per illeciti amministrativi è sempre stato, comunque, identificare i migranti detenuti nei CPT come ‘ospiti’, che, se non "trattenuti", si sottrarrebbero all’espulsione. I CPT dovrebbero servire per identificare gli immigrati, procurare i documenti necessari per il rimpatrio ed organizzare il viaggio, entro 60 giorni dall’ “internamento”. A parte la Nigeria, che riconosce i suoi emigranti, per gli altri Paesi ciò non avviene: i migranti si trovano reclusi in una sorta di limbo giuridico senza adeguate tutele. I CPT, inoltre, si differenzierebbero dalle carceri in quanto i ‘trattenuti’ dovrebbero poter ricevere visite. In pratica solo i parlamentari possono accedervi senza autorizzazione del Prefetto. A Lampedusa, durante i trasferimenti forzati in Libia dell’ottobre 2004, era impedito l’accesso al centro perfino all’ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati).
Ad ottobre 2005 giornalisti ed associazioni lanciano l'allarme: in Sicilia i migranti che lavorano, quasi sempre illegalmente, in agricoltura vengono rinchiusi nei cosiddetti centri d’accoglienza “informali” da dove, però, non possono uscire se non per lavorare. I centri non sono né CPT, né CdA, né CdI (Centri di identificazione per richiedenti asilo), anche se spesso tra i braccianti vi sono richiedenti d’asilo, che, a norma di legge, non potrebbero lavorare. “CPT” fantasma? La De Zulueta ha tentato di porre legittime domande al Ministro Pisanu. Risposte chiare e precise non se ne sono ottenute. Il Ministro, riferendosi al popolo immigrato che viene “restituito” alla Libia ha sostenuto che non ha motivo di credere che vengano trattati male. A un giornalista danese, Lisbeth Davidsen- Politiken, ha riferito “Non posso ovviamente rispondere su che cosa, nella sua sovranità, ha fatto la Libia. A me risulta che la Libia li ha riportati nei Paesi di origine e non ho motivo per dubitare del fatto che abbia compiuto quest’operazione”
Parafrasando Shakespeare non ci viene da chiederci se ci sia “del marcio in Danimarca”, ma in…altro Paese.
Nadia Redoglia

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