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    La canzone di Marja

    Quattro africani, due padroni e una polacca. A RomaL'ispettore capo era incredulo, ma era colpito dal coraggio di quattro immigrati a Roma che denunciavano lo sfruttamento sul lavoro della loro amica bianca da parte di due diplomatici neri. Decise di indagare, inutilmente. Poi, quel viaggio a Lagos, il ritrovamento dei bambini...
    5 aprile 2007 - Tommaso Di Francesco
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    I fatti qui narrati sono veri, e li racconto come mi sono stati raccontati.
    Quella mattina l'ispettore capo Domenico Palumbo dell'Ufficio immigrati della Questura di Roma proprio non ci voleva credere. Non si capacitava che da mondi così diversi fossero venuti tutti insieme e in prima persona a denunciare un delitto. Alla faccia dell'omertà della sua Sicilia e di quella diffusa nella realtà delle città italiane del farsi i fatti propri e tirare a campare che aveva imparato a conoscere come fosse una qualità.
    Davanti a lui erano comparsi, dopo una lunga attesa prima davanti ad un corridoio della questura letteralmente intasato di persone in attesa di visti sul permesso di soggiorno, una coppia del Mali che aveva un avviato negozio sull'Appia, un uomo di mezza età del Camerun che faceva il cameriere e una donna del Senegal che lavorava in una lavanderia. Prima di presentarsi avevano tirato fuori i documenti che testimoniavano chi erano e l'assoluta regolarità della loro presenza in Italia.
    Dicevano che si erano fatti forza tutti insieme come africani ed erano venuti a denunciare un crimine: lo sfruttamento di Marja prima, poi la sua scomparsa.
    Marja, chi era Marja? Di quale contrada africana era? L'ispettore per un attimo ebbe il flash di una storia di prostituzione come tante, forse peggio delle altre. «Di dov'è, o dov'era? Era senegalese..? E che le è successo».
    Palumbo però stavolta aveva clamorosamente sbagliato. Non era una questione di puttane ma di sfruttamento sul lavoro, uno sfruttamento vergognoso fatto perdipiù con un sequestro bello e buono. E Marja non veniva dall'interno della ricca e misera Nigeria, ma dalla ormai europeissima Polonia. E qui la sorpresa fu doppia. Stavola degli africani si presentavano in questura per denunciare uno sfruttamento e la cosa non riguardava uno o una di loro, ma una polacca che dalle foto mostrate dai denuncianti, appariva più polacca che mai, bionda, slavata, ossuta, bianca.
    Ci vuole una badante
    Cominciarono così a raccontare che Marja Tzdelevski aveva lavorato come badante o baby sitter, nemmeno loro sapevano dire, per un anno e mezzo in una ambasciata, meglio presso una coppia di diplomatici nigeriani. Aveva accudito due stupendi bambini nigeriani figli di una signora da tempo separata dal marito e che a Roma conviveva con un altro addetto all'ambasciata, un uomo violento che picchiava la convivente e terrorizzava i figli della donna che, impaurita e disperata dopo l'ultima aggressione, aveva deciso di fuggire, così dall'oggi al domani, abbandonando i figli. Njoma e Boula erano rimasti alla mercé del nigeriano violento protetti solo dalla badante polacca. Poi se n'era andato anche l'uomo. Così Marja, che viveva in una piccola stanza accanto ad uno sgabuzzino di quella che comunque era una grande casa di rappresentanza, diventò di fatto l'unico punto di riferimento per quelle creature. Ma dopo solo due settimane la coppia nigeriana aveva deciso di rimettersi insieme, la donna era rientrata precipitosamente da Lagos a chiedere pietà e amore all'uomo che l'aveva maltrattata e picchiata. E avevano pure stabilito che l'unico motivo dei loro scontri erano i figli di lei, un peso del passato, insomma, che turbava il loro improbabile idillio. A quel punto l'uomo d'accordo con la donna aveva «sequestrato» Marja: minacciando di fare male ai bambini, l'avevano chiusa dentro casa, la spesa giornaliera veniva fatta dal personale dell'ambasciata. Marja doveva, sempre sotto minaccia, occuparsi dei due bambini e poteva uscire solo la domenica mattina per andare a messa. Marja piangeva, ma alla fine accettò di subire il sequestro e decise di non protestare. Allora si chiuse in un silenzio profondo, riversando ogni sentimento e amore sui piccoli Njoma e Boula. Per un anno e mezzo fu così. Dimenticò persino di avere un marito a Danzica e una figlia ventenne che le scriveva, ma tutte le lettere venivano prese e nascoste dalla coppia nigeriana che aveva pensato bene anche di sequestrarle il telefonino che aveva. Ma Marja alla fine si era ammalata ed era stata scaricata dai due.
    Lo scambio delle lingue
    Fin qui il racconto fatto dagli immigrati all'ispettore di polizia. Ma la denuncia qual era? Marja era scomparsa ormai da due mesi, così avevano temuto per la sua vita. Poi erano venuti a sapere che era tornata ammalata a Danzica in Polonia e lì, abbandonata dal marito, era morta di dolore. Come sapevano tutte quelle cose? Prima era stata Marja a raccontarle direttamente a loro, poi avevano parlato altri polacchi che avevano conosciuto.
    Perché è durante le domeniche mattina, nella parte che trasforma la città in una periferia storica, dov'è possibile riconoscere i luoghi e se stessi, lì dove le vie parlano ucraino, i telefoni pubblici bengalese e filippino e i bar swahili, avviene lo scambio delle lingue e delle storie, e le panchine tornano alla funzione originaria dell'attesa e della sosta, perfino dell'amicizia. Lì, in quella memoria di passaggio, avevano conosciuto Marja, la polacca innamorata di due bambini nigeriani come e più che se fossero figli suoi e che alla domanda su perché accettasse il sequestro, rispondeva che veniva prima il dovere e che c'era il ricatto: «Sennò i bambini venivano abbandonati di nuovo...».
    L'ispettore rifletté. Il sequestro, se c'era stato davvero, risaliva almeno a tre mesi prima. E le uniche prove di tutte queste malefatte erano solo lunghi racconti, intervallati dal pianto delle due donne che con gli altri erano venuti a denunciare quello che chiamavano «lo sfruttamento». Più una cosa da sindacato che da polizia. O da tutti e due? Comunque accolse la denuncia e una settimana dopo lui stesso con un altro agente in borghese si presentò prima all'ambasciata africana poi nell'abitazione privata dei protagonisti dei fatti narrati. Trovò solo un uomo e una donna che cascavano dalle nuvole, che mostravano di essere molto innamorati, o almeno sembrava così, che ammisero che sì... c'era stata una polacca a servizio per due anni, «una mezza matta che pregava sempre», dissero. Certo, ammisero, sottopagata e senza alcun versamento di contributi, ma in realtà era solo un'ospite ammalata della quale avevano avuto commiserazione, mica potevano cacciarla in mezzo a una strada... E i bambini che fine avevano fatto? I bambini erano stati in Italia solo per un breve periodo, poi via a casa, a Lagos dove andavano a scuola nel migliore istituto inglese della città. Ma quale sequestro. Era Marja, sì ricordavano che si chiamava così, ad essere legata morbosamente ai bambini che vedeva appena per pochi minuti, perché si chiudeva in cameretta a pregare. Tanto fuori di testa che avevano deciso di mandarla via.
    A quel punto l'ispettore capo decise di archiviare la denuncia, dopo l'informativa da Varsavia che comunicava che Marja Tzeledski, anni 41 di Danzica, figlia di un operaio dei cantieri navali, moglie di un disoccupato dei cantieri navali (e madre di Zlata, schedata a Varsavia come eroinomane e prostituta), malata di nervi era deceduta per infarto all'inizio dell'anno. E poi non c'era una sola prova del sequestro di Marja in quella casa-foresteria di quell'ambasciata così importante. Forse non c'era nemmeno la prova del suo lavoro, della sua cura verso i bambini, del suo amore per loro, della sua assiduità. Se quella donna era davvero stata in quella casa il suo ruolo doveva essere stato a dir poco marginale.
    La cantilena
    Ma la coppia del Mali non si diede per vinta. Grazie alla regolarità dei propri documenti, al buon risultato della loro attività commerciale, all'aiuto di una colletta raccolta con altri immigrati, decise di raggiungere Lagos per rintracciare Njoma e Boula, il maschietto e la femminuccia dei quali erano sicuri che la povera Marja si era presa cura per due anni. Sapevano il nome dell'istituto, nei quartieri alti e ricchi dell'immensa baraccopoli di Lagos. Si presentarono come lontani parenti di passaggio che volevano salutare quei nipoti di una grande famiglia allargata africana, venivano poi dall'Italia dove risiedeva la madre, bastava salutarli, vederli solo per un attimo... magari mentre giocavano. E fu così che nel cortile interno della scuola dove tutti i ragazzini in divisa nera e con camicine bianche giocavano a rincorrersi in una allegria sfrenata, videro Njoma e Boula che correvano anche loro e che gli vennero incontro - si vedeva, di malavoglia - accompagnati da una maestra che cercava senza riuscirci di tenerli buoni e di presentarli a quegli «zii». Ma quelli niente, si agitavano, facevano i capricci, si dimenavano e protestavano. Provarono allora a chiedere di Marja ai due bambini, che sapevano di lei e se le volevano bene. Prima sorpresi, poi col sorriso in bocca i due ragazzini cominciarono subito a chiedere dove stava... che le volevano tanto bene... e perché non veniva da loro? Chiedevano insistentemente di sapere dov'era finita. Ma alla domanda su quanto tempo Marja fosse stata con loro, risposero che era sempre stata con loro, ma non sapevano dire per quanto tempo avesse fatto la mamma e perché. Sapevano che erano rimasti soli, che la mamma «vera e nera» se ne andava sempre e che allora era venuta lei, «mamma Marja». Che pregava sempre, che voleva che loro pregassero, che insegnava tante canzoncine e una in particolare che lei stessa cantilenava ogni giorno perché gli ricordava il papà morto tanto tempo prima. E che faceva proprio così. nella stanza della direzione dell'Istituto per ricchi di Lagos i due bambini nigeriani, fratello e sorella, si presero per mano e cominciarono ad intonare:
    "Wyklety, powstan ludu ziemi,/Powstancie, których dreczy glód,/Mysl nowa blaski promiennymi/
    Powiedzie nas na bój, na trud./Przeszlosci slad dlon nasza zmiata,/Przed ciosem niechaj tyran drzy!/Ruszymy z posad bryle swiata,/Dzis niczym, jutro wszystkim my!.../Bój to bedzie ostatni,/Krwawy skonczy sie trud,/Gdy zwiazek nasz bratni/Ogarnie ludzki ród......"
    «La cantano spesso - commentò la maestra quasi a giustificarsi - ma che roba è? Non è yoruba, non è ogoni, non mi pare una parlata nigeriana o del Delta del Niger. Voi ci capite qualcosa? Vi ricorda una lingua delle vostre parti? Ma non mi sembra nemmeno bambara». Effettivamente non sapevano dire l'uomo e la donna del Mali, ma i loro visi s'illuminarono. Avevano trovato la prova della lunga presenza di Marja nella casa di Roma, e davvero non era importante capire ognuna delle parole della cantilena. Avevano intuito dall'aria che Njoma e Boula avevano intonato che si trattava dell'inno dell'Internazionale. L'Internazionale in polacco.

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