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Appunti aperti dopo le bombe di Londra 7 luglio 2005

Davanti al terrorismo, che cosa fare? Che cosa non fare?

Cosa da non fare, cose da fare. Opporre alla violenza il suo contrario
14 luglio 2005 - Enrico Peyretti

Davanti al terrorismo, che cosa fare? che cosa non fare?
(appunti incompleti, aperti)

Anzitutto, che cosa non fare:
- non decidere sotto l’effetto del terrore: è ciò che vogliono i terroristi
- non cadere nell’isteria della vendetta militare e poliziesca, che riproduce il terrorismo e ne conferma i metodi
- non ridurre le garanzie legali, se si vuole richiamare i violenti dalla illegalità alla legalità
- non lasciarsi terrorizzare: la vita continua; non è il terrore la forza più grande
- non sottostare alle minacce di morte: questo dà forza a chi minaccia
- non temere di morire: questo dà forza a chi uccide
- non odiare chi odia: «ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo rende ancora più inospitale» (Etty Hillesum. Lettere 1942-1943, Adelphi 1990, p. 51)
- non rassegnarsi: la violenza del mondo si può ridurre, tendendo allo zero, se cominciamo ciascuno ad esaminare e rinnegare le proprie grandi o piccole violenze
- non vedere solo la violenza che ci colpisce da vicino: «tutte le vittime hanno il volto di Abele» (Heinrich Boell), anche quelle nell’altro campo
- non vedere solo la violenza compiuta da altri: che differenza c’è tra i nostri piloti che bombardano una città e chi mette una bomba nelle nostre città? Nessuna, in verità
- non chiedere chi ha cominciato (perché è la storia dell’uovo e della gallina): il merito e la vera vittoria è di chi smette per primo, e passa a metodi umani
- non confondere Bin Laden con l’islam, Bush col cristianesimo, la forza con la ragione, la ricchezza con la civiltà, il benessere con la vita buona, il potere e la violenza con la giustizia, la critica col crimine e il crimine con la critica, il male col bene
- non dire che non sappiamo cosa è male e cosa è bene: in ciò che conta, lo sappiamo benissimo
- non separare le nostre ragioni (diritti, attese, esigenze, rivendicazioni) dalle ragioni (diritti, attese, esigenze, rivendicazioni) altrui
- non coprire i nostri torti enfatizzando i torti altrui
- non ammettere che ci siano parti di umanità (popoli, culture, religioni, storie, interessi) che non possano comunicare, intendersi, trattare, accordarsi con le altre
- non pensare la propria sorte separata dalla sorte di tutti
- non usare le nostre vittime e il nostro dolore come arma di guerra morale
- non giudicare incorreggibile nessun essere umano: ciò è confessare di essere incorreggibili nei nostri errori
- eccetera

E poi, qualcosa da fare:
- cercare i colpevoli, arrestarli, parlare all’infinito con loro, rispettandone la coscienza per quanto distorta (come faceva Borsellino coi mafiosi) per capire che cosa li ha mossi, con l’obiettivo ricuperarli all’umanità
- ricordare che «fare giustizia significa anzitutto risanare le ferite, correggere gli squilibri, ricucire le fratture dei rapporti, cercare di riabilitare tanto le vittime quanto i criminali, ai quali va data l’opportunità di reintegrarsi nella comunità che il loro crimine ha offeso» (Desmond Tutu, Non c’è futuro senza perdono, Feltrinelli, 2001, pp. 46, cfr anche 119-120, 149, 152, 161, 167)
- la miglior difesa dal terrorismo è un terrorista uscito dal terrorismo
- bloccare i canali finanziari, utilizzati anche da nostri interessi, a cui attinge l’organizzazione del terrore
- obbligare tutti i movimenti finanziari alla luce del sole e della legge: nei paradisi fiscali nascono gli inferni criminali
- fermare subito le guerre condotte dalle organizzazioni politiche che si dicono più civili e, tolti gli eserciti armati, andare, d’accordo coi popoli sconvolti dal disordine, con eserciti civili disarmati (Corpi Civili di Pace) a collaborare, fin quando è da loro ritenuto necessario, nell’autoriorganizzazione civile ed economica
- rispettare e dare autorevolezza effettiva e pratica agli organismi politici internazionali planetari, perché la causa dell’umanità oggi è unica
- favorire la conoscenza e il dialogo libero tra le culture, le religioni, le relative storie e linguaggi, come un interesse sociale primario, della stessa importanza della circolazione commerciale, mediatica, stradale, dell’elettricità, gas, acqua, ecc.
- sviluppare le possibilità politiche mondiali, cioè fare che ogni popolo e ogni cittadino del mondo senta di poter partecipare con la sua azione, nella legalità e nella nonviolenza, a umanizzare il mondo: se mancano queste possibilità crescono le scelte distruttive
- muovere decisamente verso la giustizia economica mondiale
- sapendo che nell’umanità c’è anche la malvagità, opporle il contrario: la convergenza delle buone volontà, pure universalmente presenti, nel prevenirla e bloccarla, senza contaminarsi ad opporle altra malvagità, che è il modo certo per renderla invincibile
- conversare ciascuno col proprio vicino residenziale o occasionale per diffondere nella base popolare, prima che nei vertici, una capacità e volontà di risposta umana alla disumanità, sia quella del terrorismo sia quella delle ingiustizie remote e attuali
- eccetera
Enrico Peyretti (martedì 12 luglio 2005)

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