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Il suicidio Lee Hae mette sotto shock il movimento

L'ultima vittima del mondo global

I contadini coreani lo hanno vegliato tutta la notte, davanti all'ospedale. E ieri mattina sul «luogo del sacrificio» del leader sindacale si è radunato il movimento no global, che porta mazzi di fiori e candele e gli dedica la grande manifestazione di domani. Walden Bello: «Peggio di Carlo Giuliani». Lee Kyung Hae verrà seppellito a Cancun il prossimo 16 settembre e sarà accompagnato da una delegazione internazionale di contadini
12 settembre 2003 - ROBERTO ZANINI - INVIATO A CANCUN
Fonte: il Manifesto - 12 settembre 2003

I manifestanti di Cancun ricordano Lee Kyang Hae


La polizia è sparita, al suo posto c'è un mazzo di fiori bianchi in un cesto. Sono calle, rose bianche e margherite, una macchietta di luce sull'asfalto scuro del chilometro zero. Nel cesto c'è un biglietto, è scritto a mano, offre - in inglese, chissà perché - le condoglianze ai compagni di Lee Kyung Hae. E' del sindaco di Cancun, Chacho Zalvidea. Davanti ai fiori c'è la grande rotatoria stradale, nel centro una fontana che spruzza benigna sopra una tenda improvvisata nella notte, piena di contadini messicani e coreani. Dietro i fiori, trecento metri più giù, lungo il bulevard Kukulkan, nella stessa notte è cresciuto un muro di acciaio, cemento e filo spinato. Una barricata così irta che nessun Lee Kyung Hae riuscirà a salire, fosse anche per piantarsi un coltello nel cuore. Il signor Lee si è ucciso così, a coltellate, il giorno dieci settembre, che la Corea dedica al ringraziamento e al rispetto dei morti. Ha fatto hal bok, che vuol dire uccidersi con il coltello. Harakiri è giapponese, i coreani non sanno cosa sia.

La manifestazione campesina contro la Wto era appena arrivata alla saracinesca di tubi d'acciaio e maglia di ferro che chiude l'unica strada per Cancun. La polizia permetteva a qualche manifestante di arrampicare le grate, purché non provasse a passarle. Il signor Lee aveva una camicetta a quadri gialli e bianchi, non aveva il tremendo giubbottino d'ordinanza marca Landas Sport che fa sembrare i delegati coreani un manipolo di vacanzieri che hanno sbagliato autobus. Aveva il cappello sulla testa, quello sì d'ordinanza, cinto come tutti gli altri da un nastro rosso di cui si legge Wto all'inizio e un punto esclamativo alla fine, nel mezzo un ideogramma di aspetto poco gentile. Il signor Lee era l'uomo-sandwich di un cartello in inglese che diceva: «Il Wto uccide i contadini». Ce l'aveva solo lui. Quando è stato in cima alla grata, Lee ha spalancato le braccia, ha impugnato il coltello, se l'è piantato nel cuore con un solo movimento, è scivolato dalla grata con la lama ancora nel petto.

Jesus Villaseca è un fotografo, di quelli tosti. Lavora per il quotidiano messicano da battaglia, La Jornada, conosceva quel coreano dall'aria sorridente perché ci aveva scambiato incomprensibili parole il giorno prima, in un supermercato. Dopo vari scuotimenti di testa e un po' di gesticolare, il coreano gli aveva dato una fotocopia in inglese. Era il messaggio che aveva scritto prendendo parte a uno sciopero della fame a Ginevra, durante il G8 di giugno. Anche a Ginevra aveva quello stesso cartello appeso al collo. «Ho visto il cartello con l'uomo dentro che saliva sulle barriere di ferro», racconta Jesus, «mi sono avvicinato, alcune donne hanno cominciato a gridare, ho puntato e scattato».

Lee è caduto sopra il gruppo dei coreani, il coltello nel petto. Pochi istanti per l'ambulanza, a vederlo mentre lo caricavano non si capiva, era pallidissimo e con gli occhi chiusi, poche gocce di sangue sui vestiti, come di uno che fosse caduto per terra. L'ambulanza è arrivata all'ospedale pochi istanti prima della polizia. Paziente maschio di 56 anni, dice il direttore dell'Hospital General Josè Manuel Andres Flores, gli occhi che strisciano dal referto medico alla pagina sportiva di un quotidiano. Lesione penetrante a livello dell'emitorace sinistro, emo-pneumotorace con sanguinamento massivo, giunto in stato di choc, assistito con urgenza, ferita da arma bianca di quattro centimetri nel cuore, con interessamento del ventricolo sinistro. Non si è potuto rianimare. Dichiarato morto alle 15 e 15 minuti.

L'Hospital General di Cancun è meno altisonante del suo nome, una costruzione bassa, a un piano, con i colori del programma «Salud» e «seguro popular» sulle pareti bianche. Viene preso d'assedio: campesinos, membri della delegazione ufficiale coreana, il console, giornalisti, la polizia. Facce allucinate, gente che parla a bassa voce. Paolo Rossi, sì, l'attore, si guarda intorno e sembra uno che non ci crede. E' venuto per vedere com'è, dice, «l'hanno caricato in ambulanza sotto i miei occhi, non sembrava, davvero non sembrava...» Walden Bello sgrana gli occhi, niente dichiarazioni, dice. L'economista filippino è uno dei grandi nomi del movimento, borbotta qualcosa sottovoce, peggio di Carlo Giuliani, i contadini si suicidano in tutto il mondo, questa è la vita reale che si fa strada a mazzate verso il Wto.

Davanti all'ospedale i coreani si sono seduti in mezzo alla strada, hanno acceso candele, cantano sommessamente chiedendo silenzio. Medici e infermieri sono tutti alla finestra. Il corpo di Lee Kyung Hae è già stato portato via, dell'autopsia si incarica l'autorità giudiziaria. I delegati ufficiali coreani girano da un corridoio a un telefono, «no comment» è la cosa più lunga che accettano di dire. Dentro, nel Wto ufficiale, il ministro degli esteri messicano Darbenz annuncia ai congressisti che tutto va bene, l'organizzazione è perfetta, sfortunatamente un contadino coreano si è tolto la vita poco fa durante una manifestazione. Nessun giornalista interrompe la serie di domande sul Wto.

A pezzi e bocconi gira la storia del signor Lee. Aveva cinquantasei anni, vedovo, due figlie, la madre ancora viva. Veniva da Choen Buok, laureato in agricoltura all'università di Goengook, era un piccolo produttore agricolo, era stato presidente del sindacato contadino Han Nong Yon. Non era la prima volta che provava a uccidersi per protesta. Nel `94 a Ginevra, in una manifestazione contro l'Uruguay Round, si era accoltellato ed era stato salvato dai suoi stessi compagni. E più di recente, nel febbraio scorso, aveva piantato una tenda di fronte al quartier generale del Wto a Ginevra, cominciando una protesta solitaria contro le proposte del comitato sull'agricoltura dell'Organizzazione mondiale del commercio. Alcuni attivisti italiani se lo ricordano perché gli avevano offerto pane e salame e non capivano ciò che diceva rifiutando, finché non si è girato mostrando il cartello con scritto «hunger strike», sciopero della fame. Era rimasto nella tenda tre settimane, discreto e inesorabile.

Dall'ospedale i contadini coreani decidono di tornare al chilometro zero e iniziare una veglia funebre. Non sono tanti, ma bastano perché la polizia messicana si rianimi e blocchi di nuovo l'inizio del lungo bulevard per Cancun. Resterà bloccato per tutta la notte, chi deve andare dal centro città alla zona hotelera deve farsi un giro di quaranta chilometri. E per tutta la notte si rincorrono le voci: stanno per arrestarli tutti, li deportano, parte un tam tam di movimento, alla veglia arriva altra gente. Ma la polizia non si muove, le voci di deportazione erano riferite a una quarantina di coreani bloccati all'aeroporto di Città del Messico, che alla fine verranno autorizzati a entrare nel paese e dirigersi a Cancun.

Al mattino le grandi aiuole spartitraffico del chilometro zero portano tracce di candele, fiori gialli e fronde di palma. Dall'alba la polizia ha arretrato di trecento metri il posto di blocco, ma lo ha fortificato come per un assedio medioevale. Le paratie metalliche violate il giorno prima vengono riparate, saldate fra loro a formare quadrati, messe una vicino all'altra in file di tre, rivestite all'estremità di filo spinato, ancorate a terra con grossi blocchi di cemento. E' un muro di tubi d'acciaio, reti, alto tre metri e largo altrettanto, una trappola per topi e per chiunque proverà a superarla. Decine di autobus alloggiano poliziotti sonnolenti già in tenuta antiguerriglia, altri riposano sotto i gazebo che la birra Corona ha sponsorizzzato per l'occasione, fornendoli anche di cassa a tenuta termica griffata Corona, per tenerci l'acqua ma forse anche qualche birretta. Dalle caserme esce e poi rientra persino il cannone spara-acqua, un mezzo blindato che ha una storia tutta sua. Acquistato in numero di 45 esemplari una decina di anni fa, in grado di sparare indifferentemente acqua, pallottole di gomma o di vernice, non era mai apparso in pubblico. Polizia e esercito se lo sono rimpallato per anni, alla fine era servito solo per addestrare le truppe anti-guerriglia. Una bella lucidata e ha fatto il suo esordio.

A circa un chilometro dal muro, alla Casa della Cultura, Via Campesina organizza la prima riunione dopo la morte di Lee. Verrà seppellito a Cancun, dicono, il 16 settembre, e lo porterà alla tomba una delegazione internazionale di contadini. La Corea ha abbandonato il Wto, annuncia un delegato e vengono giù gli applausi, ma è una notizia fasulla. Il movimento? Le tre differenti centrali che hanno organizzato il contro-Wto si esprimono nello stesso modo: nessuno. Cordoglio, commozione e partecipazione, certo, ma quel suicidio terremota la sensibilità americana e quella europea. Il social forum italiano chiederà un minuto di silenzio nelle manifestazioni che accompagneranno quella di Cancun, il 13 settembre. Da parte sua, il Wto ufficiale ha già inghiottito, triturato e risputato mister Lee. Nel comunicato ufficiale gli storpiano il nome e sottolineano che ha deciso lui di uccidersi. La campagna di ong Our world is not for sale, dopo lungo parlamentare con le autorità, chiede di poter accendere delle candele all'interno del blindatissimo centro congressi. Finirà così. Lee Kyung Hae non è un martire, è uno che è morto in un corteo.

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