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1 giugno 2006 - Paola Maccioni

camminare sulla spiaggia dell'oceano e sentirsi a casa.

Chennai, Tamil Nadu, South India. Mentre salto tra una pozzanghera di fango e un mucchio d’immondezza, evito una mucca e dribblo una bici, sento chiamare. Ma non è una voce, è uno sguardo. Tengo la testa bassa per abitudine quando cammino e sento la sensazione fortissima che qualcuno mi cerchi: alzo la testa un attimo e un sorriso m’investe.

Il mio ciao è immediato. Una donna mi fa cenno di avvicinarmi, m’indica con la mano il percorso tra le pietre e le cacche di mucca. Arrivo davanti alla porta della sua casa. A gesti mi invita a sedere. Tante persone mi guardano ridacchiando di nascosto. La donna inizia un discorso che credo riguardi il mio nome, da dove vengo, cosa faccio. Conversiamo piacevolmente per dieci minuti in lingue diverse.

Ci prendiamo le mani per apprezzare i nostri anelli; immagino che dica che i miei bracciali sono belli, anche se non lo pensa sicuramente perchè sono stringhette di cotone colorato e cerchi di rame. Lei ha bracciali d’oro. I miei orecchini sono cerchietti d’argento scurito, i suoi sono d’oro giallo splendente, enormi e ne ha più di due per lobo. Altra curiosità sono i capelli: i miei corti e rossicci, i suoi lunghissimi e corvini. Indosso pantaloni di garza arancione e una t-shirt nera; lei ha un bellissimo sari colorato abbinato alla blouse che lascia scoperto tutto l’addome. Tutte e due calziamo le infradito.

Lei ha una carnagione scura, di un bel color nocciola, splendidi occhi neri lucenti, non è truccata, ma ha due piercing di un centimetro di diametro alle narici e il terzo occhio rosso tra le sopracciglia. I fiori di gelsomino tra i capelli le danno un buon profumo. Io sono chiara, per i canoni estetici occidentali acqua e sapone, per loro molto trascurata. È bello questo scambio tra donne. Così naturale e spontaneo, come tra vere amiche.

Non so pronunciare il suo nome, anche se me l’hanno fatto ripetere, ridendo, almeno dieci volte. Non sono riuscita a memorizzarlo e mi dispiace molto, perché per gli indiani il nome proprio è molto importante. Tutti hanno già imparato il mio. Dal vicinato si avvicinano uomini e donne per salutarmi: tendo la mano, trattenendomi dal mio solito entusiasmo di baciare e abbracciare.

Gli indiani non si toccano tra loro. Il loro saluto è un breve inchino con la testa che va quasi a sfiorare con il naso la punta delle dita delle mani, giunte come in preghiera, e portate verso il viso: uanacam, ciao. Ripeto ad ognuno il mio uanacam e poi mi lancio in baci e abbracci: tutti ridono, rigidi come bastoni, ma stanno al gioco.

Arriva un ragazzino con una bottiglietta
d’aranciata che mi viene subito offerta. Loro bevono versandosi il liquido direttamente in gola, non appoggiano mai la bocca al bicchiere o alla bottiglia, a meno che non sia personale. Io provo e per poco non soffoco.

Un ragazzo appena arrivato cerca di comunicare in inglese: “ how are you? ” “what’s your name?” “where are you from?” ci presentiamo tutti di nuovo con grande divertimento.

È tardi, vado via gridando ciao. Mi fanno prendere una scorciatoia per tornare a casa: mi vengono i brividi e rido: devo passare tra gli escrementi solidi e liquidi di mucca e animali vari, mettendo la punta dei piedi su alcuni sassi che spuntano dal liquame nero. Supero brillantemente la prova suscitando grande entusiasmo tra i miei nuovi amici.

Questo è ciò che incontrerò tra la gente: un senso dell’ospitalità fortissimo e una sana curiosità.

Spesso mi sentirò un po’ commiserata per l’abbigliamento o perché non conosco la loro buona educazione: per esempio quando prendo il cibo con la mano sinistra.

Qualche volta mi sentirò sopraffatta da una cultura, così spirituale e umana contemporaneamente, da non sentirmi bene nella mia occidentale.

Molte volte dubiterò della presunta utilità universale dei miei studi e delle mie conoscenze.

Quasi sempre avrò coscienza del mio non sapere, o della necessità di un sapere diverso per poter vivere o sopravvivere in ambienti difficili.

Molte volte vorrei andare via, perché mi sento inutile.

Poi imparo ad essere solo una persona, come tutte quelle con cui condivido questa vita. Mi sento sempre più uguale all’Altro.

Riconosco la fatica di chi arriva in Occidente, in cerca di un’opportunità per poter vivere.

Solo che l’ambiente difficile lo crea l’uomo, e non la natura, in un accesso di onnipotenza.

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