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Visioni ingannevoli sul futuro della Palestina. La pace avrà bisogno di qualcosa di più di David Grossman o... Uri Avnery.

27 novembre 2006 - Jonathan Cook

Il discorso ampiamente pubblicizzato di David Grossman durante la Giornata della Memoria per Yitzhak Rabin, i primi di novembre, ha spinto i critici ad una sottile decostruzione delle sue “parole di pace”. Grossman, uno dei più importanti scrittori in Israele nonché prestanome del principale movimento pacifista del paese, Peace Now, personifica il volto altruista e torturato del Sionismo, che così tanti apologeti, in Israele e all’estero, incisivi ed esitanti al tempo stesso, si ostinano a credere sopravviva, nonostante le realtà di Qanas, Beit Hanoun e di altri massacri commessi dell’esercito israeliano contro i civili arabi. Grossman rende per un momento possibile l’ipotesi che gli Ariel Sharon e gli Ehud Olmert non siano i reali fautori del retaggio sionista, una pura, temporanea deviazione dalla realtà. Effettivamente, Grossman attinge dalla stessa fonte dei fondatori di Israele e dei suoi grandi guerrieri. Incarna gli stessi valori tormentati del Movimento Sionista che ottenne la legittimità internazionale di Israele proprio mentre stava realizzando una delle più terribili pulizie etniche della storia: l’espulsione di 750.000 palestinesi, o l’80% della popolazione nativa, dai confini dello stato ebraico, appena costituito. (Persino gli storici più critici generalmente glissano sul fatto che la percentuale della popolazione palestinese espulsa dall’esercito israeliano era, in realtà, molto più alta. Molti dei palestinesi costretti ad andarsene durante la guerra del 1948, finirono col rientrare in Israele grazie ai termini fissati dall’armistizio con la Giordania nel 1949 che li rivedeva annessi ad Israele, unitamente a un’area piccola ma densamente popolata della Sponda Occidentale conosciuta con il nome di Little Triangle (Piccolo Triangolo), oppure perché riuscirono a scivolare lungo il confine poroso con il Libano e la Siria nei mesi successivi alla guerra e a nascondersi nei pochi villaggi palestinesi all’interno di Israele che non erano stati distrutti). Togliamo l’aureola creata dai media liberali internazionali e Grossman non differisce molto dagli statisti più illustri de Sionismo, quelli che hanno palesemente ostentato strette di mano e credenziali pacifiste mentre, all’inizio, hanno privato i palestinesi della loro patria; poi li hanno privati del resto, accertandosi che la questione originale della pulizia etnica non si sarebbe sbrogliata; oggi stanno lavorando al lento genocidio dei palestinesi, attraverso una strategia che mira sia alla loro distruzione fisica che alla loro dispersione in quanto popolo. David Ben Gurion, per esempio, fu la mente della pulizia etnica della Palestina nel 1948, prima di tormentarsi pubblicamente sull’occupazione della Sponda Occidentale e di Gaza, anche se solo a causa del danno demografico che questa avrebbe causato allo stato ebraico. Gola Meir si rifiutò di riconoscere l’esistenza del popolo palestinese, quando avviò l’operazione di colonizzazione dei territori occupati, ma riconobbe l’angoscia dei soldati ebrei costretti a “sparare e piangere” per difendere gli insediamenti. O come dice lei: “siamo disposti a perdonarvi [i palestinesi] per aver ucciso i nostri figli. Ma non vi perdoneremo mai per averci spinto ad uccidere i vostri”. Yitzhak Rabin, la fonte di ispirazione più diretta di Grossman, sembrò volere iniziare un “processo di pace” a Oslo ( anche se soltanto gli ottimisti più irriducibili oggi credono che la pace fosse il suo vero obiettivo), ma in quanto politico e militare supervisionò anche la pulizia etnica delle città palestinesi, come Lid nel 1948; ordinò l’entrata dei carri armati nei villaggi arabi all’interno di Israele durante le proteste della Giornata della Terra del 1976, portando alla morte di una mezza dozzina di cittadini palestinesi disarmati; e nel 1988 ordinò al suo esercito di annientare la prima intifada “rompendo le ossa” dei palestinesi, donne e bambini inclusi, che lanciarono pietre alle truppe occupanti. Come loro, Grossman cospira in questi iniziali crimini di guerra rimanendo attaccato a quello che Israele possiede, o addirittura lo estende ulteriormente, invece che affrontare la dolorosa ma genuina verità della sua responsabilità nel destino dei palestinesi, incluse le centinaia di migliaia di rifugiati e i milioni di discendenti. Ogni volta che Grossman nega il Diritto al Ritorno dei palestinesi, persino quando appoggia la Legge del Ritorno per gli ebrei, non fa altro che giustificare e sostenere la pulizia etnica che portò all’espropriazione dei rifugiati palestinesi più di mezzo secolo fa. Ed ogni volta che vende un messaggio di pace agli israeliani che fanno affidamento su di lui come guida morale, che non è in grado di offrire ai palestinesi una soluzione giusta, e che anzi utilizza come metro di valutazione morale la supremazia della sopravvivenza di Israele come stato ebraico, allora abusa del significato di pace. Un altro attivista pacifista israeliano, Uri Avnery, in un recente articolo esplora con estrema acutezza il problema posto da Grossman e dai suoi compagni. Anche se Grossman sembra desiderare la pace, almeno in teoria, in pratica non offre soluzioni plausibili per il suo raggiungimento né suggerimenti sui sacrifici che lui e gli altri israeliani dovranno compiere per ottenerla. La sua “pace” è priva di contenuto, una pura strategia retorica. Invece di suggerire gli argomenti che Israele dovrebbe affrontare con i leader politici palestinesi, Grossman sostiene che Israele dovrebbe discutere a fondo con i palestinesi “moderati” con i quali i leader israeliani possono fare affari. L’impresa è trovare anche un solo palestinese che concordi con “la pace” di cui parla Israele. Il processo di Oslo sotto nuove vesti. Il discorso di Grossman sembra accennare ad una soluzione dal momento che nessuno degli attuali leader israeliani hanno intenzione di ragionare con nessun palestinese, che sia “moderato” o “fanatico”. Il solo interlocutore è Washington che rimane passivo su questa questione. Se le parole di Grossman sono vacue quanto quelle di Ehud Olmert, Avnery, dal canto suo, non ci dà suggerimenti per ragionare sull’ambiguità dell’autore. In verità, Grossman non è in grado di proporre delle soluzioni dal momento che, in Israele, non esiste una circoscrizione elettorale che potrebbe ritenere accettabile questo piano di pace, nemmeno tra i palestinesi “moderati” con cui Grossman vorrebbe il suo governo parlasse. Se Grossman fissasse i termini della sua idea di pace, diventerebbe subito chiaro che il problema non è l’intransigenza palestinese. Nonostante i sondaggi mostrino regolarmente che la maggioranza degli israeliani è a favore di uno stato palestinese, bisogna comunque dire che sono condotti da sondaggisti che non specificano mai cosa potrebbe implicare la creazione dello stato menzionato nella domanda. Allo stesso modo, i sondaggisti non chiedono mai agli israeliani presi in esame che tipo di stato immaginano. Ciò rende la natura dello stato palestinese di cui discutono gli israeliani tanto vacua quasi quanto il contenuto della parola, decisamente allettante, “pace”. Dopo tutto, secondo la maggior parte degli israeliani, gli abitanti di Gaza stanno raccogliendo i frutti della fine dell’occupazione israeliana. E secondo Olmert, la “convergenza” da lui proposta, un ritiro molto limitato dalla Sponda Occidentale, avrebbe stabilito le basi per uno stato palestinese anche lì. Quando si chiede agli israeliani la loro opinione su piani di pace più specifici, le loro risposte sono incredibilmente negative, Nel 2003, ad esempio, il 78% degli ebrei israeliani dichiararono di preferire una soluzione che prevedesse due stati (Palestina-Israele), ma quando fu loro chiesto se sostenevano l’Iniziativa di Ginevra, che prevede uno stato palestinese circoscritto su un’area minore di quella che copre Gaza e la Sponda Occidentale, solo un quarto rispose affermativamente. Poco più della metà dei presunti elettori di sinistra del movimento appoggiò l’Iniziativa di Ginevra. L’approvazione tanto bassa di uno stato palestinese, difficilmente realizzabile, contrasta con la volontà, molto forte, degli israeliani per una soluzione concreta, ma molto diversa, del conflitto: “trasferimento”o pulizia etnica. Secondo i sondaggi d’opinione, il 60% degli ebrei israeliani risulta a favore dell’emigrazione dei cittadini arabi dai confini sin ora indeterminati dello stato ebraico. Di conseguenza, quando Grossman ci dice che “non c’è altra soluzione che la pace” e che “il territorio sarà diviso, nascerà uno stato palestinese”, non dobbiamo nutrire false speranze. Lo stato di cui parla Grossman è certamente tanto “vacuo” quanto l’idea di pace “del suo pubblico”. Il suo rifiuto di affrontare la mancanza di comprensione del pubblico israeliano nei confronti dei palestinesi, o di combatterla con soluzioni che richiederebbero agli israeliani sacrifici reali per il raggiungimento della pace, merita la nostra condanna. Lui e gli altri guru del movimento pacifista più in voga in Israele, scrittori del calibro di Amos Oz e A B Yehoshua, hanno fallito nel compito di esprimere chiaramente agli israeliani l’idea di un futuro giusto e di una pace duratura. Qual è quindi il modo per tirarsi fuori dall’impasse creato dalla beatificazione di figure come Grossman? Possiamo guardare ad altri esponenti di sinistra israeliani? Ancora una volta spunta fuori Uri Avnery. Questi sostiene che esistono solo due gruppi pacifisti in Israele: uno sionista, basato su un consenso nazionale radicato in Peace Now di David Grossman e quello che lui definisce “gruppo pacifista radicale” guidato da…beh, Avnery i n persona e il suo gruppo, composto da poche migliaia di israeliani conosciuti come Gush Shalom. Con questo, si potrebbe pensare che Avnery definisca il suo Blocco di Pace non-sionista o addirittura antisionista. Niente di più lontano dalla verità. Avnery e molti, anche se non tutti, dei suoi sostenitori, in Israele, sono fedelmente legati al gruppo sionista. Il risultato finale di ogni processo di pace è, secondo Avnery, la persistenza e il successo di Israele in quanto stato ebraico. Ciò limita fortemente l’ideale di pace che, secondo lui, un attivista pacifista israeliano “radicale” dovrebbe perseguire. Come Grossman, anche Avnery prevede due stati perché, stando a loro, il futuro dello stato ebraico non può essere garantito senza l’esistenza parallela di uno stato palestinese. Ecco perché Avnery concorda con il 90% delle parole di Grossman. Se gli ebrei devono prosperare come maggioranza demografica (e democratica) all’interno del loro stato, allora anche i non ebrei devono averne uno in cui possano esercitare i propri, differenti diritti sovrani e, di conseguenza, abbandonare ogni pretesa sullo stato ebraico. Tuttavia, a differenza di Grossman, Avnery non sostiene uno stato palestinese soltanto a livello teorico, ma uno stato palestinese “giusto” nel concreto che, secondo lui, corrisponde all’evacuazione di tutti i coloni e al completo ritiro dell’esercito israeliano sulla linea del 1967. Il piano di pace di Avnery restituirebbe Gerusalemme Est, tutta la Sponda Occidentale e Gaza, ai palestinesi. La differenza tra Grossman e Avnery su questo punto può essere spiegata con la diversa consapevolezza che i due hanno di cosa garantirebbe la sopravvivenza dello stato ebraico. Avnery crede che la pace sarebbe duratura soltanto se lo stato palestinese andasse incontro alle aspirazioni, minime, del popolo palestinese. Secondo il suo punto di vista, i palestinesi, sotto la giusta leadership, possono essere persuasi ad occupare il 22% della loro terra originale. Risultato: la salvezza dello stato ebraico. Di per sé, non c’e niente di sbagliato nel punto di vista di Avnery, che lo ha portato ad assumere un ruolo dominante e imponente nel movimento per la pace israeliano per molti decenni. Ha coraggiosamente oltrepassato le linee dei confronti nazionali per visitare l’accerchiata leadership palestinese, quando altri israeliani hanno preferito evitare. Ha assunto una posizione coraggiosa contro il muro della separazione, davanti ai soldati israeliani e a quelli palestinesi, agli attivisti pacifisti israeliani e stranieri. E attraverso il suo lavoro di giornalista ha posto l’accento sulla causa palestinese e tenuto informati gli osservatori, sia esterni che palestinesi, sul conflitto. Per tutti questi motivi, Avnery dovrebbe essere lodato come vero fautore della pace. Ma esiste il serio pericolo che, dal momento che i movimenti di solidarietà palestinese hanno frainteso le ragioni di Avnery, continuino a sentirlo come guida soltanto nella misura in cui si vada oltre il suo contributo ad una soluzione pacifista o un futuro giusto per i palestinesi. In effetti, il momento potrebbe essere arrivato. Durante gli anni di Oslo, Avnery aspettava disperatamente che Israele completasse l’accordo di pace con il leader palestinese Yasser Arafat. Come dichiarò spesso, era convinto che Arafat potesse, da solo, riunire i palestinesi e convincerli ad accettare la soluzione dei due stati: un grande Israele accanto a una piccola Palestina. In verità, la posizione di Avnery non era lontana da quella del gruppetto, chiaramente non radicale, composto da Rabin, Peres e Yossi Beilin, a Oslo. Tutti e quattro consideravano Arafat l’uomo palestinese in grado di assicurare un futuro ad Israele: Rabin sperava che Arafat vigilasse sui ghetti palestinesi per conto di Israele, mentre Avnery sperava che potesse creare una nazione, democratica o non, che placasse le pretese sulla terra dei palestinesi e una giusta soluzione al problema dei rifugiati. Ora, con la morte di Arafat, Avnery e Gush Shalom hanno perso la soluzione al conflitto da loro già confezionata. Oggi, continuano a puntare sulla possibilità dei due stati e a sostenere l’impegno con Hamas. Hanno mantenuto posizioni di vecchia data anche per quanto riguarda le questioni più importanti: Gerusalemme, i confini, gli insediamenti e i rifugiati, anche se non hanno più il collante, vale a dire Arafat, che avrebbe dovuto tenere tutto insieme. Ma senza la risolutezza di Arafat, Gush Shalom non ha idea di come affrontare i problemi imminenti del settarismo e della potenziale guerra civile che l’interferenza di Israele nel processo politico della Palestina stanno scatenando. E tra l’atro non avranno risposta se i palestinesi dovessero allontanarsi dal miraggio dei due stati proposto da Oslo. Se i palestinesi cercheranno altri modi per uscire dall’impasse attuale, come di fatto stanno iniziando a fare, Avnery diventerà presto un ostacolo alla pace più che il suo grande difensore. Alcuni osservatori del conflitto bene informati sono convinti che la soluzione dei due stati, che si basa sulla linea del 1967, non sia più realizzabile, visti i trinceramenti israeliani dei coloni, a Gerusalemme e nella Sponda Occidentale, che arrivano adesso a quasi mezzo milione. Persino gli americani hanno ammesso che molti degli insediamenti non possono essere disfatti. Ed è solo questione di tempo prima che i palestinesi facciano gli stessi calcoli. In questo caso, cosa faranno Avnery e i duri a morire di Gush Shalom? Come reagirebbero, ad esempio, se i palestinesi cominciassero a chiedere a gran voce un singolo stato che comprenda sia gli israeliani sia i palestinesi? La risposta è che i pacifisti “radicali” dovranno subito trovare un’altra soluzione per proteggere il loro stato ebraico. Non ce ne sono molte disponibili: c’è la soluzione offerta da Binyiamin Netanyahu e Likiud secondo i quali bisognerebbe “Continuare senza tregua con l’occupazione”;  quella di “Chiudere i palestinesi nei ghetti e sperare nell’eventualità che se ne vadano di loro spontanea volontà” rappresentata dai partiti Kadima e Labor;  e poi “Espelliamoli tutti” di Avigdot Lieberman, il nuovo ministro della Minaccia Strategica di Olmert. Paradossalmente, una variazione dell’ultima opzione potrebbe essere la soluzione più allettante per i disillusi pacifisti Gush Shalom. Lieberman ha le sue posizioni, fanatiche e moderate, che dipendono dal suo pubblico e dalle realtà attuali. Ad alcuni, dice di volere tutti i palestinesi fuori dalla Grande Israele così che resti tutto nelle mani degli ebrei. Ma ad altri, soprattutto nell’arena diplomatica, suggerisce una formula di scambi territoriali e di popolazione tra Israele e i palestinesi che porterebbe ad una “Separazione delle Nazioni”. Israele potrebbe riappropriarsi di alcuni insediamenti consegnando in cambio delle piccole aree, come il Little Triangle, densamente popolate di palestinesi. La versione generosa di un simile scambio, nonostante rappresenti una violazione della legge internazionale, porterebbe ad un esito analogo ai tentativi di Gush Shalom di creare uno stato palestinese affianco ad Israele. Anche se è improbabile che Avnery sia tentato di seguire lo stesso percorso, esiste un serio pericolo che altri, all’interno del gruppo pacifista “radicale”, preferiscano questo tipo di soluzione piuttosto che sacrificare ad ogni costo il loro impegno per lo stato ebraico. Fortunatamente, nonostante quello che possa affermare Avnery, il suo gruppo di pace non è la sola alternativa alla falsa agonia di Peace Now. Avnery non è sull’orlo dell’abisso più di quanto non lo sia Grossman. Il solo abisso sul quale Avnery si sta affacciando è il crollo dello stato ebraico. Altri ebrei sionisti, in Israele e all’estero, si sono ancorati sulle stesse questioni poste da Avnery, ma hanno iniziato a muoversi in altre direzioni, allontanandosi dall’ormai condannata soluzione dei due stati per spostarsi verso uno stato binazionale. Alcuni intellettuali di rilievo come Tony Judt, Meron Benvenisti e Jeff Halper hanno seriamente cominciato ad interrogarsi sul loro impegno politico all’interno del sionismo e a considerarlo parte del problema più che la sua soluzione. Non sono i soli. Piccoli gruppi di israeliani, più piccoli di Gush Shalom, stanno abbandonando il sionismo per abbracciare nuove possibilità su come israeliani e palestinesi potrebbero vivere insieme pacificamente, anche all’interno di un unico stato. Tra questi troviamo Taayush, Anarchici Contro il Muro, Zochrot, degli elementi appartenenti al Comitato Israeliano contro la Distruzione delle Case e lo stesso Gush Shalom. Avnery spera che il suo gruppo di pace possa essere il piccolo meccanismo in grado di innescare quello più grande di organizzazioni come Peace Now verso una nuova direzione e di conseguenza spostare l’opinione degli israeliani su una soluzione che comporti la creazione di due stati. Certo che considerate le varie realtà, ciò sembra molto improbabile. Ma un giorno, ingranaggi momentaneamente piccoli come Gush Shalom, potrebbero cominciare a spingere Israele nella direzione giusta per la pace.

Note:

Jonathan Cook è uno scrittore e un giornalista di base a Nazareth, Israele. Il suo libro, Sangue e Religione: Lo Smascheramento dello Stato Ebraico e Democratico, è pubblicato da Pluto Press.
Il suo sito web è www.jkcook.net, link al testo in lingua inglese:
http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?SectionD=22&ItemID=11435

Tradotto da Maria Teresa Masci per www.peacelink.it
Il testo e' liberamente utilizzabile, per scopi non commerciali, citando la fonte (Associazione PeaceLink), l'autore ed il traduttore.

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