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Una striscia di futuro: storie di relazioni tra israeliani e palestinesi

Un'anticipazione da "Fare pace: odio. Annuario geopolitico della pace 2007"
24 dicembre 2007 - Luisa Morgantini

Abbiamo una malattia inguaribile: la speranza.
La speranza della liberazione e dell’indipendenza.
La speranza di una vita normale in cui non siamo né eroi né vittime.
La speranza che i nostri figli possano andare a scuola in sicurezza.
La speranza che la donna incinta partorisca un bambino vivo all’ospedale
invece di un bambino morto davanti ad un check point militare.
(Mahmoud Darwish, poeta palestinese)

Yitzhak Rabin con Y&#257;ser &#703;Araf&#257;t e Bill Clinton il 13 settembre 1993 È così difficile mantenere la speranza quando vedi che tutto si distrugge. Il sogno per il quale migliaia e migliaia di palestinesi hanno pagato con dolore, con espropri di casa, di terra, della patria, si va facendo sempre più impossibile, spazzato via dalle responsabilità della Comunità internazionale che non ha saputo rendere giustizia e legalità ai palestinesi, permettendo invece l’occupazione militare israeliana che dura da quaranta anni. Mentre da ormai sessanta anni, milioni di persone ricordano la Nakba, la catastrofe per cui circa un milione di palestinesi sono stati costretti a fuggire dalle loro case dai loro villaggi e sono diventati profughi, sparsi nei vari Paesi del mondo.

Ma le loro speranze sono state spazzate via anche dalle lotte interne palestinesi, lotte fratricide e folli. E non basta dire che è così facile uccidere quando si è disperati, quando si ha fame, ma soprattutto quando, come a Gaza, dal 1993 si vive in una prigione a cielo aperto, dove ogni tanto il carceriere permette di fare entrare qualche aiuto umanitario. Dal 1967 oltre 750mila palestinesi sono stati arrestati dall’esercito israeliano nella West Bank e a Gaza, e questo su una popolazione di tre milioni e mezzo di abitanti. Ad oggi sono circa 11mila i palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, di cui quaranta tra ministri e parlamentari, mille malati, centinaia di donne, di bambini. In soli sei giorni, nel periodo compreso fra il 24 e il 30 maggio, una trentina di palestinesi sono rimasti uccisi nelle operazioni militari israeliane condotte a Gaza e in Cisgiordania, una decina erano bambini. Oggi la conta dei morti prosegue inesorabile.

Nei Territori, inoltre, secondo un recente rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), agenzia per l’occupazione delle Nazioni Unite, circa 260mila persone, pari al 24% della popolazione attiva, sono senza lavoro, e sette famiglie su dieci, pari a 2,4 milioni di persone, vivono al di sotto della soglia di povertà. Ad oggi, il rischio rimane purtroppo la crescita di un radicalismo estremo, che ha visto gli orrori degli scontri e degli assassini, dei vandalismi nella striscia di Gaza. Maturati in una lotta per il potere tra due forze politiche, in un contesto però di negazione di diritti, nella povertà, nell’isolamento politico e dell’embargo economico. In particolare, quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza è un fatto gravissimo, soprattutto in quanto poteva essere previsto, dunque evitato: ne siamo stati complici anche noi, Unione Europea e Comunità Internazionale, ogni volta che guardavamo inerti le ripetute violazioni della legalità da parte di Israele e assistevamo all’erosione silenziosa della speranza e delle terre fertili palestinesi con il Muro dell’apartheid, definito illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia ma la cui costruzione continua indisturbata.

Israele continua infatti ad usare il dizionario della guerra e della violenza, forte del silenzio della Comunità internazionale, che si ostina ad applicare una logica di “due pesi e due misure”, ponendo condizioni ai palestinesi e ignorando le responsabilità che ricadono sugli israeliani e che smorzano ogni prospettiva di pace. Non si deve dimenticare, infatti, che è il governo israeliano, e non quello palestinese, ad aver rifiutato la storica opportunità costituita dall’Iniziativa di Pace presentata dalla Lega Araba, continuando invece ad occupare e costruire insediamenti.

Certo molte responsabilità ricadono anche sui gruppi estremisti palestinesi che hanno stravolto la lotta nazionale per la libertà e l’indipendenza con una deriva militare che, tramite gli attentati suicidi, si è resa responsabile dell’uccisione di civili, illegali e disumani quanto quelli compiuti dall’esercito israeliano.

Ma all’interno della comunità israeliana sono molte le voci e le organizzazioni che ripudiano la logica militare, rifiutano il coprifuoco imposti per settimane a intere città e villaggi, i bombardamenti e i rastrellamenti, la demolizione di case, le detenzioni amministrative, lo sradicamento di alberi, e gli assassini mirati che ammazzano civili e bambini considerandoli come “effetti collaterali”. Si tratta di voci libere che riconoscono il diritto di ciascuno ad uno Stato libero e indipendente. Così come da parte palestinese molte sono le realtà che rifiutano la logica del nemico e dei fondamentalismi, cercando, al contrario, di costruire ponti e non muri.

Palestinesi e israeliani insieme riescono spesso ad unire i loro sforzi nella ricerca congiunta di una giustizia per entrambi i popoli: riconoscendo l’asimmetria tra il vivere in un paese occupante e in un paese occupato, partono dal mutuo riconoscimento dei diritti dell’altro ad esistere in uno Stato sovrano e in sicurezza, ribadendo uniti che non servono muri a proteggere dalla violenza ma che è l’occupazione che distrugge tutto e tutti.

Vi presento brevemente quattro esperienze che mantengono viva la speranza e sono lezioni di una umanità che rifiuta la figura del nemico e costruisce relazioni e azioni politiche per uscire dalla spirale della violenza e dell’ingiustizia: Parents Circle; Combattants for Peace; Bil’in, il cantiere delle nonviolenza contro l’ingiustizia e il muro; International Women’s Commission, donne palestinesi, israeliane e internazionali insieme per una pace giusta e sostenibile.

Parents Circle: il dialogo è un atto radicale

L’occupazione distrugge tutto e tutti e non ha mai senso misurare il dolore e la sofferenza. Le donne, gli uomini, le madri, i padri, fratelli, figli sorelle, se parlassero la stessa lingua esprimerebbero il dolore allo stesso modo. Molti, in quella regione martoriata dal dolore, la pensano così. E agiscono di conseguenza, mettendo in atto l’unica, vera e radicale politica di pace possibile: il dialogo e il riconoscimento dei diritti per tutti e tutte.

Il Forum delle famiglie dei Parents Circle è un gruppo composto da più di cinquecento famiglie palestinesi e israeliane che hanno perso dei famigliari a causa del conflitto. Si riuniscono da oltre dodici anni e portano in giro per il mondo un messaggio rivoluzionario: in una terra in cui la distanza tra israeliani e palestinesi potrebbe sembrare tragicamente enorme, parlare, discutere con il nemico, umanizzarlo è un atto radicale.

Robi Damelin e Ali Abu Awwad, sono una coppia insolita: la prima è un’israeliana di mezza età che vive a Tel Aviv; l’altro è un giovane palestinese che vive al nord di Hebron. Entrambi hanno perso un amato a causa delle violenze in corso da decenni nella regione. Un figlio, un fratello. Come loro, molte famiglie sia palestinesi che israeliane. Entrambi credono che la risposta al conflitto non si possa delegare ai politici, ai governi e soprattutto non si possano e non si debbano trovare soluzioni nelle politiche militari e nelle armi, e che persone “normali” possono mostrare, attraverso il dialogo e la cooperazione, la strada ai politici e ai governi.

Il fratello di Ali è stato ucciso a freddo da un soldato israeliano ad uno dei centinaia check point che rendono la vita dei palestinesi un inferno. Quello dove il fratello di Ali ha trovato la morte era appena fuori del suo villaggio, vicino a Hebron. Era giovane, quando la mamma di Ali era in carcere perché militante di Fatah, si prendeva cura della famiglia. Anche Ali, che racconta di aver gettato “una tonnellata di pietre” durante la prima Intifada, è stato in carcere, ancora adolescente ha trascorso sette anni in prigione fino al rilascio dopo gli Accordi di Oslo, nel 1993.

Dopo la morte del fratello a quel check point, che lui ha ribattezzato “death point”, per Ali poteva essere facile cedere al richiamo della vendetta, ma così non è stato.

Il figlio di Robi si chiamava David e aveva 28 anni quando è stato ucciso da un militante palestinese mentre prestava servizio nell’esercito. Era un musicista e membro del movimento israeliano per la pace: non avrebbe voluto servire l’esercito occupante, ma disse a sua madre che avrebbe voluto cercare di dare un esempio con il suo modo “diverso” di trattare i palestinesi. Dopo la sua morte, Robi ha scritto una lettera alla famiglia del cecchino dicendo: “So che lui non voleva uccidere David perché era David. Se lo avesse conosciuto, non avrebbe fatto una cosa simile”.

Ali e Robi, sono convinti e gridano al mondo che gli individui hanno il potere di arrestare la violenza anche in una regione così devastata dalla disperazione, anche correndo il rischio, reale, di essere considerati dei traditori da parte di gruppi estremisti o che credono alla politica del dente per dente. Traditori da entrambe le parti. Ma loro insistono, perché “il dolore di una madre è universale. La perdita di un figlio devasta chiunque”, come dice Robi. E Alì aggiunge: “bisogna elaborare il dolore, riconoscerlo nell’altro, non volere vendetta ma giustizia, essere insieme non solo per dialogare ma per contribuire a risolver l’ingiustizia e l’illegalità dell’occupazione militare israeliana, riuscire a vivere in pace tra palestinesi e israeliani”.

Combattants for Peace

I “Combattenti della pace” sono un gruppo di ex soldati israeliani ed ex militanti palestinesi, molti dei quali ex prigionieri politici, che hanno dato il loro addio alle armi e propongono ora alternative concrete, dal basso e pacifiche, per la fine di un conflitto infinito.
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