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Sud Africa, il prezzo della riconciliazione

Un'anticipazione da "Fare pace: odio. Annuario geopolitico della pace 2007"
24 dicembre 2007 - Danilo Franchi

Sud Africa

Cinque anni fa, nel 2002, è stato inaugurato a Johannesburg l’Apartheid Museum, il più grande e importante museo sull’apartheid. Due i biglietti, uno per “bianchi” e uno per “non bianchi” con relativi ingressi. I visitatori, una volta dentro il museo, non hanno alcuna possibilità di entrare in contatto con quelli di pelle “diversa” dalla loro. Un espediente efficace per far rivivere, pur se in modo virtuale, un aspetto cardine dell’apartheid.

Oggi l’apartheid è un fenomeno noto e, come molte cose note, è poco conosciuto. In un’intervista, Nelson Mandela aveva dichiarato: “A volte, durante l’apartheid, l’aggressione fisica non è stata così grave quanto l’oppressione psicologica sofferta dalla popolazione nera: una tortura psicologica impossibile da descrivere a parole. È indescrivibile”.

Gli ideatori dell’apartheid ne hanno dato una definizione grottescamente edulcorata: “sviluppo separato”. Un unico sviluppo a favore della minoranza dominante bianca (6 milioni di persone circa, il 13% della popolazione) per un sistematico sfruttamento della maggioranza dominata nera (34 milioni di persone circa, il 75% della popolazione). Nell’arco di due secoli e mezzo, dalla metà del 1600, i colonizzatori olandesi – gli afrikaner boeri – hanno ridotto le popolazioni autoctone ai margini della società impossessandosi della quasi totalità del territorio e introducendo la schiavitù e forme di lavoro non libero. Nel 1948 l’apartheid divenne politica di Stato, cioè crimine legalizzato su base razzista. Per mezzo secolo il regime di Pretoria ha promulgato centinaia e centinaia di leggi volte allo sfruttamento e al progressivo annientamento della comunità nera, priva di ogni diritto e “cancellata” per legge.

Per legge i bianchi erano padroni, e i non bianchi erano destinati alla servitù. Per legge la scuola obbligatoria per i neri si esauriva alla seconda elementare. Per legge i neri avevano l’obbligo di una tessera d’identificazione per poter transitare nelle aree riservate ai bianchi in determinati giorni e a determinate ore e unicamente per ragioni di lavoro. Per legge era vietato il matrimonio e qualsiasi altra relazione personale tra razze diverse. Per legge ai neri erano proibiti locali pubblici e strutture riservati ai bianchi, dalle panchine ai gabinetti pubblici, dagli ascensori alle ambulanze. Per legge una persona poteva essere messa al bando con l’accusa di sovversione contro lo Stato e le era impedito d’incontrarsi con più di una persona per volta, familiari inclusi. Per legge le famiglie nere potevano venire sradicate in qualsiasi momento dal luogo di residenza, previa distruzione delle loro abitazioni, e ammassate in zone semidesertiche in condizioni di vita subumana, e infatti almeno tre milioni di persone sono state sradicate clandestinamente e i loro nuclei familiari “disintegrati”. Per legge la polizia aveva poteri illimitati e arrestava e tratteneva per mesi in carcere senza mandato d’arresto né capi d’accusa né assistenza legale, torturando abitualmente adulti e bambini.

Nella Germania nazista gli ebrei avevano l’obbligo del contrassegno della stella gialla; il contrassegno nel Sud Africa dell’apartheid era la pelle nera, o meglio, la pelle non europea di neri, indiani e meticci.

“La nostra situazione – ha ricordato l’arcivescovo anglicano Desmond Tutu – era simile a quella dei neri degli Stati Uniti quando negli anni ‘60 manifestavano per ottenere i diritti civili. Con una differenza: che noi non potevamo combattere per i nostri diritti civili perché, da un punto di vista legale e civile, i neri in Sud Africa non esistevano, non erano nemmeno previsti dalla Costituzione. Noi lottavamo per essere riconosciuti come esseri umani, per il semplice diritto di esistere”.

La lotta di liberazione contro l’apartheid non ha conosciuto soste né cedimenti. Tutti i tentativi da parte dei neri per promuovere un dialogo con il governo, tutte le proteste pacifiche e ogni resistenza non violenta o disobbedienza civile sono state represse brutalmente dalla polizia: fra i tanti eccidi quello di Sharpeville nel marzo del 1960 (ottanta morti e quasi duecento feriti) e di Soweto nel giugno del 1976 (oltre centocinquanta morti in prevalenza bambini e adolescenti in pacifica manifestazione con gli insegnanti: più di mille morti durante l’insurrezione popolare che seguì nelle settimane successive). Con la messa al bando di tutte le organizzazioni politiche dei neri nel 1960, l’unica alternativa fu la clandestinità e la lotta armata, organizzata da fuggiaschi, fuori dal Sud Africa. L’allora presidente dell’African National Congress(1), Albert Luthuli, premio Nobel per la pace e strenuo fautore di una politica di protesta pacifista, ammise tristemente: “Chi può negare che trent’anni della mia vita siano stati impiegati bussando invano, con pazienza, con moderazione e modestia, ad una porta sempre chiusa e sbarrata?”.

La lotta di liberazione dei neri è un esempio di inesauribile, tenace, paziente lotta di resistenza popolare. Le Chiese evangeliche interrazziali hanno costituito per le comunità nere veri e propri laboratori politici e centri di coordinamento e di sostegno. Sul fronte opposto la Chiesa riformata olandese dei boeri ha rappresentato la roccaforte ideologica e la giustificazione religiosa del sistema di apartheid. Negli anni ‘70 e ‘80 la repressione del regime ha toccato punte di ferocia e orrore che ha pochi paragoni nella storia contemporanea. Inimmaginabile è stata, per converso, la capacità di lotta e resistenza delle comunità nere.

La liberazione di Mandela nel 1990, dopo ventisette anni di carcere, fu il segno tangibile che il governo non era più in grado di sostenere la politica dell’apartheid.

Pur avendo sconfitto il regime, i neri erano consapevoli del fatto che l’unica possibilità di sopravvivenza per il Paese era una soluzione negoziata che portasse a libere elezioni a suffragio universale e alla codificazione di un assetto democratico condiviso da tutti: obiettivi raggiungibili solo affrontando il problema, primario per il Sud Africa dei responsabili delle gravi violazioni ai diritti umani, cioè gli aguzzini i torturatori che avevano devastato e umiliato il paese per mezzo secolo.

Le difficili trattative furono funestate da continui attentati e scontri armati. I bianchi, che ancora detenevano il pieno controllo dell’apparato statale, cercavano in ogni modo di rimandare la conclusione dei negoziati nel timore della “inevitabile” vendetta dei neri, che non ci fu. Dal canto loro i neri, forti della loro vittoria morale e storica, erano esasperati dalla interminabile attesa di una liberazione che era sembrata cosa fatta.

Finalmente, dopo due anni, l’accordo arrivò e con esso la carta costituzionale, tra le più avanzate del mondo. Nell’aprile 1994 si tennero elezioni politiche a suffragio universale (per la prima volta i neri potevano votare) e si affermò l’African National Congress. Subito dopo Nelson Mandela fu eletto presidente del nuovo Sud Africa.

Ulteriore, prezioso frutto degli accordi politici fu la Truth and Reconciliation Commission, la Commissione per la Verità e la Riconciliazione. Presieduta da Desmond Tutu, la Commissione era composta da diciassette membri scelti pubblicamente in rappresentanza delle diverse etnie ed era divisa in tre sottocommissioni: il Comitato per le violazioni dei diritti umani, il Comitato per l’amnistia e il Comitato per il risarcimento e la riabilitazione. La Commissione iniziò le prime udienze il 26 giugno 1996.

Lo stesso Desmond Tutu ne aveva definito natura e scopi: “La Commissione è stata istituita come meccanismo per gestire le ingiustizie del passato, perché altrimenti quelle stesse ingiustizie avrebbero continuato ad affliggere il nuovo governo e a minacciare le fragili strutture della nuova democrazia del Sud Africa. […] Abbiamo bisogno di conoscere il nostro passato anche per impedire che simili violazioni si ripetano. Dobbiamo conoscerlo se vogliamo costruire una cultura del rispetto per i diritti umani. Solo assumendoci la responsabilità del nostro passato potremo impegnarci responsabilmente per il nostro futuro”

Nel suo libro Se questo è un uomo, Primo Levi racconta di un sogno che periodicamente lo tormentava ad Auschwitz. Nel sogno egli torna a casa e cerca di raccontare a familiari e amici le sofferenze patite e ciò che ha visto ma si accorge, con angoscia, che nessuno lo ascolta: mentre parla gli altri chiacchierano tra loro come se lui non ci fosse. Un sogno ricorrente per tutti gli internati del campo, ricorda Levi, e si chiede: “Perché il dolore di tutti i giorni si traduce, nei nostri sogni, così costantemente nella scena sempre ripetuta della narrazione fatta e non ascoltata?”.

La Commissione sud africana ha posto la massima attenzione proprio all’ascolto della narrazione delle vittime, con l’obiettivo di restituirgli dignità di persone attraverso il loro racconto, la loro testimonianza. Se non posso raccontare quello che mi hanno fatto e quanto mi hanno fatto, è come se per gli altri, per il mondo, la mia storia e la mia sofferenza non esistessero; se la mia sofferenza e la memoria della mia sofferenza non esistono, non esisto più io.

“La verità non riporta alla vita i morti ma li libera dal silenzio”, ha ricordato il filosofo cileno José Zalaquett. A un testimone gravemente ferito e accecato dalla polizia, la Commissione aveva chiesto come si sentisse dopo avere raccontato quei fatti ed egli ha risposto: “Dopo essere venuto qui a raccontare la mia storia, mi sento come se mi fossero stati ridati indietro gli occhi e la vista”.

Oltre alle vittime, la Commissione ha ascoltato gli aguzzini e i torturatori, i famigerati perpetrator. A costoro, già condannati in sede penale, la Commissione offriva la possibilità di chiedere l’amnistia in cambio della pubblica ammissione, dettagliata e debitamente verificata, dei crimini commessi. Condizione preliminare per la domanda di amnistia era che le azioni del richiedente fossero motivabili politicamente nel contesto del conflitto sud africano. Tra la Commissione e il richiedente l’amnistia una sorta di patto: la libertà in cambio della verità.

“Chi fa richiesta d’amnistia – ha spiegato Desmond Tutu – deve ammettere la propria responsabilità riguardo ai fatti che l’hanno spinto a richiederla: questo supera il problema dell’immunità. Inoltre chi richiede l’amnistia deve affrontare un’udienza pubblica, tranne casi assolutamente eccezionali: ciò significa che deve fare le proprie ammissioni di fronte a tutti. Proviamo ad immaginare che cosa significa tale circostanza: spesso, per la prima volta una comunità, o una famiglia, venivano a conoscenza del fatto che un loro concittadino, o congiunto, che aveva fatto richiesta di amnistia, non era così rispettabile come a tutti era sembrato, bensì un torturatore incallito piuttosto che un membro di uno squadrone della morte (bande armate prezzolate dal regime, ndr). C’è, quindi, un prezzo da pagare: la pubblica confessione si traduceva in pubblica vergogna ed umiliazione e comportava, a volte, la fine di rapporti, di legami, di matrimoni. […] Noi ci riferiamo ad una giustizia che abbia a che fare con il ristabilimento di un’equità, con la ricomposizione di un’armonia e con l’importanza di una riconciliazione. Ci riferiamo ad una giustizia che sia focalizzata sull’esperienza della vittima e sulla conseguente necessità di un suo risarcimento, una giustizia che noi chiamiamo ristorativa”.
L’esperienza della Commissione sud africana è senza precedenti soprattutto per due aspetti: le udienze quotidianamente trasmesse per radio e televisione che hanno permesso al Paese di conoscere il proprio passato per poterne ricavarne una memoria condivisa; le testimonianze pubbliche sotto forma di racconto orale delle ex vittime e degli ex aguzzini che hanno dato luogo a momenti di giustizia collettivamente partecipata.

Secondo lo storico Marcello Flores la Commissione “ha saputo innescare un circolo virtuoso in cui s’intrecciano e si alimentano a vicenda paura ed espiazione, rimorso e penitenza, minaccia e ricompensa e il cui scopo prioritario è rintracciare il massimo di verità possibile. Verità nel senso più banale ed essenziale di ‘fatti’, su cui costruire la possibilità futura di riconciliazione e giustizia, di storia e memoria collettiva”.

Durante i suoi due anni di lavoro, dal 1996 al 1998, la Commissione ha raccolto oltre ventiduemila testimonianze; ha ricevuto più di settemila domande di amnistia concedendone più di ottocento e respingendone circa cinquemila; le restanti domande non sono state accettate perché mancanti dei requisiti richiesti. Coloro che si sono visti respingere la domanda o negare l’amnistia, ed erano precedentemente stati condannati in sede penale, hanno ovviamente continuato a scontare la loro pena.

Il religioso anglicano Michael Lapsley(2), direttore dell’Institute of healing memories di Cape Town, Istituto di guarigione delle memorie, riferendosi alla eredità velenosa dell’apartheid, ha sottolineato: “Non bisogna mai dimenticare che l’apartheid non soltanto ha privilegiato e arricchito una minoranza e oppresso e depredato la maggioranza della popolo sud africano, ma ha distrutto l’integrità e le fibre morali dell’intero Paese”.

Non a caso la società sud africana è spesso paragonata a “un organismo malato nel corpo e nella mente”. Un Paese a economia evoluta, con grandi risorse naturali e oltre quaranta milioni di abitanti che ha oggi gravi problemi, primi fra tutti criminalità, disoccupazione e l’Hiv/Aids. Sono anche queste le onde lunghe del micidiale lascito dell’apartheid: gli esiti di una simile guarigione sono misurabili soltanto in generazioni.

Non si dà riconciliazione senza verità, lo attesta il nome stesso della Commissione, ed è un concetto fondante maturato in carcere, di Nelson Mandela: “È stato in quei lunghi anni di solitudine che la sete di libertà per la mia gente è diventata sete di libertà per tutto il popolo. Sapevo che l’oppressore era schiavo quanto l’oppresso, perché chi priva gli altri della libertà è prigioniero dell’odio, è chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. L’oppressore e l’oppresso sono entrambi derubati della loro umanità”.

La riconciliazione ha un prezzo elevato, è spesso dolorosa e “non è qualcosa che ti mette comodo, non ti permette di fare finta che le cose siano diverse da come sono; la riconciliazione basata sulla falsità o sulla mistificazione della realtà non è vera riconciliazione e non può durare”, come ha ribadito Desmond Tutu.

Una madre, riferendosi all’uomo che aveva assassinato suo figlio, ha dichiarato alla Commissione: “Questa cosa chiamata riconciliazione, se ho capito bene quello che significa... se vuol dire che il colpevole, quest’uomo che ha ammazzato il mio Christopher Piet... se vuol dire che diventerà umano così che io, che tutti noi possiamo riprendere la nostra umanità, allora sono d’accordo, allora la sostengo sino in fondo”. Un’altra madre, nella medesima dolorosa condizione, ha dichiarato alla Commissione: “Lo Stato vuole che io perdoni, ma lo Stato non sa quello che io ho sofferto”.

Per Charles Villa Vicencio, membro della Commissione, la riconciliazione è qualcosa che si sottrae a ogni sistema preciso di regole, è più di una semplice teoria e non dà istruzioni per l’uso: “essa comprende intuizione, creatività ma anche rischio e voglia di esplorare e di ‘ricominciare da capo’. La riconciliazione ha a che fare con l’idea di rendere possibile l’impossibile. Essa richiede duro lavoro e soprattutto tempo: a nessuna persona non ebrea poteva apparire nemmeno lontanamente ragionevole chiedere agli ebrei di riconciliarsi con i tedeschi nell’immediato dopoguerra. La coesistenza viene prima della riconciliazione. […] Perché si possa produrre una vera riconciliazione occorre sapersi allontanare dalla considerazione dei soli autori dei reati, coloro cioè che sono stati coinvolti direttamente nelle uccisioni, nei rapimenti, negli atti di tortura, nei gravi maltrattamenti e sapersi avvicinare a coloro che hanno beneficiato del regime di apartheid, e richiedere che tutti coloro che hanno tratto vantaggio dall’apartheid contribuiscano a risarcire materialmente quelli che ne hanno subito le conseguenze”.

Nell’ultimo giorno utile per la richiesta, alcuni giovani neri hanno fatto alla Commissione domanda di “amnistia per apatia”, motivandola come segue: “Per molti in Sud Africa e nel mondo l’apatia è una difesa contro l’oppressione: essa permette zone di comodo per la sopravvivenza personale e professionale in cui la tirannia è tollerata e consente di mantenere lo stato di vita desiderato. Nel richiedere l’amnistia per apatia, noi sottoscritti riconosciamo: a) che possiamo e dobbiamo essere ritenuti responsabili dalla storia per la nostra omissione di azioni necessarie in tempo di crisi; b) che nessuno di noi ha fatto quanto poteva fare per cambiare il sistema lottando contro l’apartheid; c) che con la nostra apatia abbiamo mancato di impegnarci lasciando che altri sacrificassero le loro vite per la nostra libertà e per il miglioramento del nostro stato di vita; d) che l’apatia è un fenomeno reale e potente e forse il più distruttivo della nostra società; e) che una società progredisce quando gli individui si rendono responsabili della loro mancata azione in proporzione al cambiamento che è necessario fare”.

Nel suo libro Terra del mio sangue la scrittrice bianca sud africana Antije Krog, responsabile della diffusione radiofonica quotidiana delle udienze della Commissione, riporta questa istruttiva storiella: “C’erano una volta due bambini: Tom e Bernard. Tom abitava proprio di fronte a Bernard. Un giorno Tom rubò la bicicletta di Bernard e ogni giorno Bernard vedeva che Tom andava a scuola con la sua bicicletta. Dopo un anno Tom andò da Bernard, gli tese la mano e disse: ‘Riconciliamoci e mettiamo da parte il passato’. Bernard guardò la mano di Tom e chiese: ‘E la bicicletta?’. ‘No’, disse Tom, ‘non sto parlando della bicicletta. Sto parlando della riconciliazione’”.

Gran parte delle critiche mosse alla Commissione ha riguardato la sua incapacità di modificare o comunque di accelerare la trasformazione sociale in senso più democratico. È una critica che, in realtà, non va mossa alla Commissione bensì allo Stato e alle sue scelte politiche ed economiche. Tra i compiti istituzionali della Commissione c’era anche quello di suggerire misure di risarcimento alle vittime e indicare misure di prevenzione perché non si verifichino nuovamente violazioni ai diritti umani, cosa che la Commissione ha fatto nei suoi Rapporti Finali(3). Per altro, queste critiche sono più che legittime e circostanziate, e trovano ampio spazio nel dibattito politico sud africano: nel novembre 2003, il governo ha pubblicato un regolamento in base al quale alle ventiduemila persone comparse davanti alla Commissione sarebbe stato garantito un risarcimento di trentamila rand (circa 3.850 euro); ma solo alcuni mesi dopo, nell’aprile 2004, il governo ha dovuto ammettere in Parlamento che i fondi disponibili sarebbero stati ben inferiori.
“Una casa può essere costruita solo con i mattoni che si hanno a disposizione in quel momento”, ricorda Charles Villa Vicencio, e l’esperienza della Commissione non può che essere valutata sulla base di questa considerazione.

Il Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite ha calcolato che se si misurasse lo standard di vita medio dei sud africani bianchi, il Paese figurerebbe al 24° posto della scala delle nazioni più ricche del mondo, appena dopo la Spagna; ma se si considerasse unicamente lo standard di vita medio dei sud africani neri la nazione si collocherebbe al 124° posto, alle spalle del Congo.

Nel suo studio Overcoming Apartheid: Can Truth Reconcile A Divided Nation? (L’apartheid sconfitto: la verità può riconciliare una nazione divisa?), James Gibson riporta le seguenti percentuali di percezione di riconciliazione raggiunta fra le diverse etnie in Sud Africa: la comunità coloured (meticci) si sente riconciliata per il 59%, quella bianca per il 56%, quella indiana per il 48% e quella nera per il 33%. Questo dato, fatte salve le possibili diverse interpretazioni statistiche, indica che la maggior parte dei cittadini sud africani valuta l’esito del processo di riconciliazione insufficiente e comunque ritiene non sufficiente che si sia detta la verità sul passato.

Patricia Nozipho January–Bardill, membro del Comitato delle Nazioni Unite contro le discriminazioni razziali, considera che una vera riconciliazione sarà possibile solo il giorno in cui anche i bianchi si sentiranno offesi dal razzismo invece di limitarsi a provare dispiacere per i neri: “Dispiacersi per i neri è, per usare una frase fatta, la specialità dei liberali dal cuore tenero”.

Notevole scalpore ha destato in Sud Africa l’iniziativa della associazione Khulumani Support Group che ha intentato causa contro alcune multinazionali (Chevron, Ibm, Anglo American, Barclays Bank, British Petroleum, DaimlerChrysler, Shell, JP Morgan Cahse, Ford, General Motors, City Group, Deutsche Bank, Credit Suisse e Ubs) accusate di avere appoggiato e fatto affari con il regime dell’apartheid.

L’Europa ha la pesante responsabilità storica dei colonialismi imperialistici e dei regimi predatori in Africa, incluso ovviamente quello dell’apartheid che ha appoggiato sia dal punto di vista politico che economico. L’Italia stessa, attraverso le sue banche e industrie, ha fatto ottimi affari con il governo di Pretoria durante gli anni ‘70 e ‘80.

È indubbio che un processo di riconciliazione ha bisogno di una efficace giustizia sociale e di un adeguato riconoscimento economico a chi ha patito violazioni e ingiustizie. Da questo punto di vista, il Sud Africa affronta una battaglia decisiva. È difficile parlare di transizione alla democrazia quando permane la paura, l’inquietudine, il non soddisfacimento dei bisogni primari.
Thabo Mbeki, attuale presidente del Sud Africa, aveva ricordato nel 1996: “Di fronte a noi c’è una lunga parata di vittime senza più una maschera per potersi proteggere dalla nuda realtà: mendicanti, prostitute, bambini di strada, persone che chiedono conforto alla droga, che devono rubare per fame, che hanno smarrito la mente per non essere travolte dal dolore... Sono le creature nate dal nostro immorale ed amorale passato che si aggirano in mezzo a noi”.

A chi chiedesse dove va il Sud Africa oggi forse si potrebbe solo rispondere che i lavori sono in corso.

Note:

(1) Il più importate partito politico dei neri, fondato nel 1912. Nelson Mandela, nel 1940, fu uno dei fondatori della Lega giovanile che assicurò nel partito un ricambio generazionale e l’inizio di un forte impegno contro l’apartheid. Alle elezioni amministrative del 2006 L’African National Congress (Anc) ha ottenuto oltre il 66% dei consensi.
(2) Combattente contro l’apartheid, nel 1990 è stato vittima di un pacco bomba a causa del quale ha perso entrambe le mani e un occhio.
(3) Il 29/101998 l’arcivescovo Desmond Tutu ha consegnato all’allora presidente del Sud Africa Nelson Mandela i primi cinque volumi dei Rapporti finali della Truth and Reconciliation Commission; il 21/3/2003 ha consegnato all’attuale presidente Thabo Mbeki gli ultimi due volumi. I Rapporti contengono tutti i verbali delle testimonianze, le analisi, le ricostruzioni e gli approfondimenti relativi all’apartheid. Nei suoi rapporti la Commissione esprime speranze e preoccupazioni affidando ai cittadini sud africani un viatico morale per la possibile guarigione dal loro passato.


Bibliografia
A. Bendaña – C.Villa Vicencio, La riconciliazione difficile, Ega, Torino 2004.
D. Franchi – L. Miani, La verità non ha colore. Aguzzini e vittime dell’apartheid testimoniano alla Commissione per la verità e la riconciliazione sud africana, Comedit 2000, Milano 2000–2002.
A. Krog, Terra del mio sangue, Nutrimenti, Roma 2006.
I. Vivan (a cura di), Corpi liberati in cerca di storia, di storie, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.
Truth and Reconciliation Commission: http://www.doj.gov.za/trc/

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