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Madiba, l'Italia e l'Europa

Grazie Madiba padre e maestro di tutti noi.
6 dicembre 2013 - Raffaella Chiodo Karpinsky

Nelson Mandela at the Independence Hall in Philadelphia, PA, July 4 1993.

Una persona gentile, una lotta gentile. Una determinazione umana e politica giusta e gentile. Non c’è nulla di più vero per chi come me, per la mia generazione e per quella dei nostri genitori. Una forza immensa, un esempio dal tono sempre delicato e modesto ma politicamente fortissimo. Non riesco ad immaginare la sconfitta dell’apartheid senza la sua guida intelligente umana e politica.

Lo ripeto: intelligenza umana e politica. Sta tutta qui la sua grandezza.

Nella storia in tanti hanno deluso dopo lotte, rivoluzioni, conquiste. Lui no. Mandela mai. Forse ha dato anche il meglio di se dopo la sua liberazione dopo 27 anni di prigionia, di duro isolamento, di lavori forzati Ha saputo guidare e costruire la fase di transizione dalla sua liberazione e la fine della messa al bando dell’African National Congress alla realizzazione delle prime elezioni libere e democratiche del Sud Africa.

Una fase delicatissima dove si sono messe le basi della nuova impalcatura democratica e sociale della nazione arcobaleno. In quegli anni ho avuto la fortuna di seguire quel processo da vicino e l’insegnamento che ha prodotto su di me e su chi ha vissuto quei passaggi istituzionali e politici, è incalcolabile, profondamente delineante la forma mentis del presente e del futuro.

Un solco che ha impresso un'identità solidale e politica a tutte le azioni di lotta contro il razzismo, per la liberazione dei popoli e la lotta alla povertà che succesivamente abbiamo costruito. Quella che una volta chiamavamo internazionalismo. Un termine che ha in se più che un'evocazione antica, un senso altamente moderno per chi crede ancora che un mondo diverso e più giusto sia possibile e che se gli uomini e le donne lo vogliono è possibile davvero. Lo ha detto bene oggi Barak Obama nel ricordare cosa per lui ha rappresentato la figura di Mandela.

Ci ha insegnato che l’inesorabile si può sconfiggere. Che l’utopia è sana ed possibile che si avveri se la lotta è giusta e se viene mantenuta una lotta rigorosa moralmente e politicamente. Le tante lotte per la fine dell’apartheid, le tante raccolte di firme per la sua liberazione, l’impegno della società civile, delle associazioni, i partiti i sindacati, le Università, i Comuni e altre istituzioni, così come il mondo della cultura della musica e in modo straordinariamente importante il mondo dello sport, hanno tessuto negli anni una tela capillare fatta di uomini e di donne per l’isolamento del regime dell’Apartheid e poi il suo superamento, la sua definitiva sconfitta politica.

Tutto questo è senz’altro stato possibile perchè aveva una statura morale altissima e salda. Lo sport ha saputo fare la sua parte. Mandela gli assegnava e riconosceva tutta la potenzialità che questo poteva esercitare, prima durante la lotta e poi nella difficile costruzione della nazione arcobaleno. Non a caso queste sono state le sue parole:

"Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare, il potere di unire le persone come poche altre cose sono in grado di fare. Parla ai giovani in una lingua che capiscono. Lo sport può creare speranza, dove una volta c'era solo disperazione. È più potente dei governi nell'abbattere le barriere razziali. Lo sport ride in faccia a ogni tipo di discriminazione."

Oggi il razzismo, l'apartheid, dovrebbero essere relegati nell'unico luogo giusto: un Museo, come quello dell'apartheid di Johannesburg, dove viene ricostruita la sua storia carica di tutti i suoi aspetti atroci, orribili e dall'altra parte la ricchezza umana che ha sconfitto questo male anch'esso umano. Per non dimenticare. Per oggi e per domani mettendoci alla prova nell'esercizio continuo e fertile di guardare in faccia senza indugi ogni piccolo segnale e affrontarlo con coraggio quando si manifesta.

Con la consapevolezza che non sarà mai sconfitto se non siamo noi a tenere sempre vigile la guardia, sforzandoci di leggere e interpretare ciò che accade nella nostra società, favorendo processi di incontro, conoscenza, amicizia e così la forma più reale e semplice di integrazione. Questi gesti sono la concreta testimonianza di come possiamo essere migliori. Queste azioni sono il modo più umano e giusto per offrire il nostro tributo a un grande uomo e a un padre che ci accompagnerà sempre. "Il lungo cammino verso la libertà", quella piena quella giusta, è ancora davanti a noi e noi non dobbiamo dimenticare, sapendoci rinnovare ogni giorno.

Oggi la sfida in Italia è la lotta per la cittadinanza sulla base del principio dello "ius soli" delle donne e degli uomini migranti, la chiusura dei CIE e assicurare l'accoglienza a chi fugge dalla povertá e dalla guerra. Su questo fronte ispirati da Madiba continueremo a lottare fino a che non saranno affermati questi diritti che sono umani e inalienabili. E' ciò che mi aspetto da una politica sana e generosa di cui questo paese e questo mondo avrebbero un gran bisogno. Abbiamo perso un "Lampadiere" come amava dire un alfiere della lotta contro l'apartheid in Italia, il caro compagno e amico Tom Benetollo. Senza Mandela siamo più soli e la luce è davvero flebilissima.

Dobbiamo onestamente ammettere che l'Italia e tutta l'Europa si trovano in uno stato declino civile. La conferenza per i diritti umani di Helsinki 1975 sembra lontana secoli. La luce solidale che illuminava le menti dei leaders che consolidarono la ricostruzione europea dopo la seconda Guerra Mondiale, Willie Brand, Olof Palme così come Enrico Berlinguer sono lontani anni luce da quella che permea l'attuale classe dirigente europea. Con questo dobbiamo fare i conti. Ma la società, le persone, tutti dobbiamo trovare la forza per ritrovare il sogno e la speranza di giustizia. Lo dobbiamo prima di tutto a lui e per riguadagnare dignità umana.

Grazie Madiba per quello che ci hai generosamente regalato nel tuo lungo cammino su questa Terra.

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