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Un promemoria della situazione e due proposte su cosa fare

Democrazia reale

Tutti seppelliscono il comunismo, pochi provano ad andare oltre la melma della finta democrazia.
2 gennaio 2008 - Leopoldo Bruno

L’attuale Impero, con la dicitura ‘Comunismo reale’, dà non solo per fallita un’esperienza ma soprattutto mira a seppellire la sua ideologia d’ispirazione; in ciò l’interesse del capitalismo è ovvio. Di pari passo, andrebbe correttamente analizzato in cosa si è concretizzata l’esperienza e cosa esprime l’ideologia della ‘Democrazia reale’; invece, questo in genere si sottace e anche ciò è ovvio. Rimane un che di strano quando si riflette sul fatto che comunque in primo piano c’è l’altra esperienza e ideologia, e non innanzitutto la nostra. Eppure, si potrebbero prendere facilmente in esame i classici di riferimento – la teoria di Adam Smith e le tesi di Alexis di Tocqueville – e raffrontarli con la realtà dei giorni nostri; a quel punto, basterebbe essere adolescenti per comprendere che la democrazia reale non ha più nulla a che fare né con l’economia dell’uno né, tantomeno, con la democrazia dell’altro. Balzerebbe agli occhi in quale melma trascorrono le vite.

A mio parere, ci sono 10 anni di tempo: 5 con Giorgio Napolitano ancora Presidente e altri 5 con un altro che, con un Parlamento come quello attuale, si può individuare in Giuliano Amato. A quel punto, avremo avuto una nazione Italia della durata complessiva di poco più di un 150 anni. Prima quindi del termine dell’ipotetico settennato dell’ex collaboratore di Bettino Craxi, bisognerebbe ‘preparare il terreno per altro’. In quest’ultima frase è da assumere come centrale ‘preparare il terreno’ più che costruire ‘altro’. Per prima cosa perché c’è chi non lascerebbe mai costruire l’altro (sarebbe come se Bush lasciasse tirar su un regolare esercito a Bin Laden o a chissà chi); poi perché l’altro, come argomentava Althusser, sarebbe in ogni caso da edificare in divenire: l’importante è cominciare a fare (non mi sembra inoltre che nei paesi ex socialisti si sia prima costruito l’altro e poi abbattuto i muri. Se proprio si volessero individuare delle linee guida di ‘una rivoluzione senza programma’ prospettata da Zizek o anche da Deleuze e Guattari, dovrebbe essere a mio avviso la società stessa a farsi carico di sé e ci sarebbe quindi in primo luogo da ribaltare la democrazia - discutendo e approvando programmi e non persone, le quali diventerebbero un di cui -, nonché da porre in discussione il diritto di proprietà). La modalità per sostituire una nazione fallimentare la prefiguro anche qui come bulgara, nella quale cioè si passa dal pensiero unico e caste politiche appunto ‘bulgare’ alla costruzione di un qualcosa attraverso lo sfarinamento dello Stato con forzatura conclusiva (una di quelle cosiddette rivoluzioni morbide che tanto fascino hanno riscosso da noi). Nel contempo, il potere centrale degli Usa perde legittimità e autorevolezza democratica nonché la sua primazia culturale, reggendosi sulla mera forza ormai solo tecnico-militare più che scientifico-economica (forza quest’ultima ad appannaggio delle corporations). Il popolo così non è in grado di distinguere fra Bush e Bin Laden chi rappresenta il suo eroe e chi il nemico pubblico. L’Impero occidentale, intraprendendo un declino come quello sovietico, ha perso il potere della promessa e quello della minaccia; si tiene su grazie a punizioni interne e saccheggi esterni, privo di qualsiasi disinteressato consenso.

Questi 14 anni di alternanza di governi Berlusconi/Prodi - caratterizzati da una transizione dalla fede per il progresso a quella per la sicurezza e senza alcun rituale a cementare la società se non quelli ossessivi dei tifosi - hanno spiattellato la realtà: l’antagonismo destra/sinistra, se esiste per davvero, è tutto dentro al suo versus. Qualsiasi cosa metta anche soltanto in dubbio la gestione del quotidiano viene bastonato dal sistema politico-mediatico (oltre che da quello penale). Dalla società civile del Movimento per la Pace a quella di Beppe Grillo, dalla giustizia giusta di una parte della magistratura a quella dei diritti da riconoscere a tutti gli esseri umani sul territorio italiano: colpi inferti a tutti. Ciò detto mentre nel frattempo accade che a fine anno il Presidente della Repubblica e subito dopo il Ministro della Giustizia si sono attivati a favore della grazia per chi ha ricevuto una condanna definitiva della Corte di cassazione a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa; la cosa che aggrava ancor più è che inizialmente – come riportato dai mezzi d’informazione a ridosso di Natale - tale premura è sembrata intrapresa per i ‘meriti’ del dott. Contrada più che per la sua condizione di salute.
E qui non si prendono in considerazione gli sbagli di Amato nel redigere il decreto sicurezza (sappiamo che non è della sicurezza sul lavoro di cui si legifera) o gli errori di Padoa Schioppa nel fare nuove nomine; nonché si evita di argomentare in merito al depotenziamento del Movimento a cura di Bertinotti tirando fuori una nonviolenza che si oppone a una violenza assolutamente marginale se non di solito inesistente oppure in relazione alle telefonate d’ordinanza Rai di Berlusconi.

Guardando oltre, se da un lato la Chiesa cattolica – l’associazione più antica, sconfitta ai tempi della mitologia prima e della cosmologia poi – sopravvive lì dove può aggrappandosi alla biologia; dall’altro l’Ue si muove sempre più fuori da ogni vincolo di mandato. A proposito di ‘Democrazia reale’, adesso vacilla alla sola prospettiva di sottoporre al voto il mini-trattato di Lisbona; così Sarkozy e Brown ma anche l’Olanda e la Danimarca stanno facendo salti mortali per evitare che gli incerti esiti dei referendum popolari facciano prematuramente chiudere baracche e burattini (su 27 Paesi forse si voterà solo in Irlanda). In ogni caso, il declino si presenta come inarrestabile; nella capitale portoghese è stato firmato un protocollo che esplicita piena libertà in politica estera degli Stati (nei rapporti con la Cina ognuno va già per sé) ed è stata approvata una clausola di recesso delle singole nazioni dall’Ue. C’è un Europa ‘a la carte’, a più velocità, che fa da ostacolo agli obiettivi condivisi; oggi è il momento di maggiore difficoltà dell’Ue, ci sono voci di una crisi peggiore di quelle passate, più lenta e profonda. La Commissione europea, che fino a poco fa era il motore del processo d’integrazione, non è mai stata così debole come lo è attualmente, con anche un suo Presidente per nulla carismatico e commissari che sembrano svolgere unicamente compiti di mandato nazionale. L’allargamento a 27 ha reso l’Unione molto complessa per via delle differenze culturali, economiche e politiche (la transizione democratica europea del 2004 verso gli stati ex comunisti non è stata all’altezza di quella degli anni ’80 verso gli stati post fascisti di Grecia, Portogallo e Spagna). In una situazione internazionale come quella attuale, le questioni politiche non possono essere eluse sotto mentite spoglie. Da un lato c’è un’aspettativa molto maggiore rispetto a ieri, dall’altro manca una leadership come quella degli anni ’70; e venir via è un problema maggiore a causa dell’euro. Nelle relazioni esterne, il potere Ue è molto più forte ma si fa fatica a capire da dove nasce la sua politica (ad esempio quella nei confronti dell’Africa). Comanda una tecnocrazia non sottoposta ai cittadini, oscura. E su temi classici, come per le politiche agricole, non si produce nulla di nuovo. In una tale situazione, non soltanto gli investimenti esteri diretti continuano a spingere per rimanere nazionali, ma in primo luogo le multinazionali e i grandi potentati economici mirano sempre più a superare un’Europa simile. E infatti, al di là di come ognuno la pensi, è un grave segnale che le potenze economiche facciano di tutto per evitare la comunitarizzazione delle nuove regole (contabili e fiscali) e che provino a sottrarre spazio al diritto comunitario attorno al tema della proprietà intellettuale. Gli stessi economisti affermano che potrebbe venire a mancare il collante dell’economia: siamo al capolinea?

Il nuovo proletariato no-global, infine, ha avuto il merito di rendere per un attimo visibile - come in un interstizio vuoto - un’altra forma di potere, cosicché per tanta gente quella capitalistica da allora non possiede più la legittimità assoluta con la quale cercava di attestare la propria verità. Se potere si può chiamare quello di una società imperfetta ma giusta, incompiuta ma in perenne miglioramento dal basso, dove le differenze siano eviscerate diventando dibattito, conflitti e infine decisioni da prendere alla luce del sole. Gli strumenti della democrazia potranno finalmente essere usati affinché gli uomini – richiamando Marx - regolino consapevolmente la produzione per perseguire gli obiettivi del piacere e della felicità. Altrimenti il percorso – come quello che viviamo - va dalle contraddizioni ai silenzi per giungere dal declino alla fine. A mio parere, ci vuole più aggressività e sentimento.

Uscire dal paradigma delle maggioranze democratiche. Questo prospetta Alain Badiou nel suo ultimo saggio pubblicato in Francia, partendo dal prendere in esame la quantità di abomini che ha prodotto il suffragio universale (ricorda lo studioso francese: ‘nella storia, maggioranze qualificate hanno legittimato Hitler o Petain, la guerra d’Algeria, l’invasione dell’Iraq’). Lo Stato e la sua gestione politica ‘democratica’, mediante le imposte e il sistema del debito pubblico, hanno completato il percorso esplicitato da Marx ed Engels così da finire totalmente nelle mani della proprietà privata. Non è per caso che tutto ciò che non rientra – pur perdendo man mano di intensità (’68, ’77, studenti e precari del 2005) – viene ascritto come evento storico.

Bene. Se siamo d’accordo con questo promemoria d’inizio anno - messo giù seguendo lezioni e letture qua e là - l’obiettivo è individuato: preparare il terreno. Tale è il compito che ci è dato. Il resto da fare (una volta che saremo stati capaci di adempiere alla nostra parte a favore di un altro mondo possibile) toccherà ad altri.

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